[LA RECENSIONE] Cultura cinese

Alessandra C. Lavagnino, Silvia Pozzi Cultura cinese. Segno, scrittura e civiltà, Roma: Carocci 2013

“Non si riesce a cogliere il perché di un simile fulmineo successo, né a valutarne bene i prezzi e i costi se non si comprende da dove tutto questo proviene, ovvero quali sono le radici profonde che hanno fatto sì che un popolo (…) in poco più di cento anni (…) abbia sopportato guerre, massacri e lotte epocali per arrivare ad essere oggi uno dei grandi protagonisti dello scenario globale sotto la guida di un partito comunista che, senza rivali, è al governo da più di sessant’anni” (p. 18). Alessandra Lavagnino e Silvia Pozzi partono dalla constatazione dell’ascesa cinese per dare il senso del libro di cui sono autrici e che OrizzonteCina suggerisce questo mese: riscoprire le matrici culturali della Cina per comprenderne gli aspetti fondamentali, le caratteristiche costanti che hanno attraversato i millenni – quelle che uno storico delle relazioni internazionali come Pierre Renouvin ha definito “forze profonde” – e che permettono di gettare luce anche sull’universo mentale che la popolazione cinese abita anche ai giorni nostri, malgrado si vada affermando nell’immaginario collettivo occidentale l’idea di una Cina molto simile a noi, riflessa nei grattacieli scintillanti di Pechino e di Shanghai.

Il mezzo di trasporto con cui le due linguiste – entrambe docenti di lingua e cultura cinese rispettivamente presso l’Università di Milano e di Milano Bicocca – ci accompagnano in questo interessante viaggio intellettuale è il segno, l’hanzi (汉字), l’ideogramma o “sinogramma” (sinonimo colto di “carattere cinese”) (p.29), poiché la peculiarità della lingua cinese ha permesso “un’esegesi testuale che (…) arriverà a costruire nel corso dei secoli una possente, e per molti aspetti ineguagliata, tradizione ermeneutica” (p. 39). D’altra parte, la storia e la lingua forse in nessun altro luogo sono mai state così intrecciate: “… è proprio attraverso l’uso della scrittura che si possono consolidare il consenso e l’obbedienza, in un percorso che culmina nella costituzione del canone, inteso come fondamento dell’autorità imperiale” (p. 39); e ancora: “la storia era (…) la manifestazione di un nuovo imperium, e il controllo sul passato, attraverso la legittimazione imperiale, era parte del potere e dell’autorità del nuovo regime” (p. 114).

Il punto di partenza, assai affascinante, è rappresentato dalle origini sciamaniche della lingua cinese, i cui primi segni si trovano sulle cosiddette “ossa oracolari”, resti animali che “venivano messi sulla fiamma perché nelle screpolature prodotte dal fuoco l’auspice leggesse le indicazioni per il futuro” (p. 24). La magia che emana dalle lingue e culture di matrice sinica (e non solo) in Asia ha del resto affascinato esploratori ed intellettuali occidentali, soprattutto in epoca orientalista tra ‘800 e ‘900, basti pensare alle opere di Ferdynand Antoni Ossendowski (per non scomodare le successive fascinazioni himalayane del Terzo Reich). Magia e numerologia vanno spesso di pari passo: “le cifre utilizzate non hanno soltanto un valore numerico, quanto piuttosto quello di un vero e proprio emblema che informa sulla qualità propria di un dato insieme, mentre il collegamento con un dato numero conferisce alle categorie raggruppate un alto valore simbolico” (p. 43). Mentre allora scorrono davanti alla nostra memoria tanti elenchi studiati sui libri e sui giornali (i quattro “vecchiumi”, le quattro modernizzazioni, le tre rappresentanze, i piani quinquennali, i congressi) comprendiamo quanto sia profonda l’essenza di un concetto espresso da una parola accompagnata da un numero: anche un binomio siffatto dà ordine al caso. Il mito è anche nel Libro dei mutamenti, e nella pratica del fengshui, e il libro ne tratta ampiamente.

Le tappe di questo viaggio nella scrittura sono molteplici: il confucianesimo, il taoismo, il buddismo, la poesia, la storia, il principio vitale del qi, il teatro e il romanzo. A ogni tappa del cammino, come novelli pellegrini assetati di conoscenza, ci si può abbeverare alla fonte originale di un brano tradotto di un classico cinese, e si riparte accompagnati da “un canto ininterrotto che dura da millenni”, da un linguaggio “intimamente legato (…) alla musica, alla danza sacra e al lavoro dei campi, regolato dal ritmo delle stagioni” (p. 91). A ogni tappa, l’essenza di un concetto si fa immagine e respiro, perché “attraverso la sublimazione della scrittura nell’arte della calligrafia si compie il miracolo di rappresentare in maniera poetica quanto di più profondo risiede nel cuore dell’uomo” (p. 140). Paradossalmente, quindi, alla fine della lettura-pellegrinaggio la complessità del sinogramma si tramuta in leggerezza, perché – come il regista Zhang Yimou fa dire al personaggio di Spada Spezzata nel film Hero – “L’essenza della calligrafia è nell’anima, e così è per l’arte della spada. L’una e l’altra aspirano alla verità e alla semplicità”. Dove è fuggito invece il tempo della riflessione? Ha lasciato in eredità all’uomo contemporaneo l’epoca della semplificazione, e “Cultura cinese” ci ricorda quanto addentrarsi nella complessità sia in realtà l’unico modo per spiccare il volo: leggeri, alla fine, consapevoli del divenire, al di là delle nuvole.

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