La politica estera filippina sotto il Presidente Duterte

Per comprendere la politica estera delle Filippine è necessario un esame critico del suo Capo dello Stato. Avvalendosi delle sue prerogative costituzionali, il Presidente delle Filippine ha infatti ampia libertà politica ed è in grado di compiere azioni repentine e decise riguardo agli affari esteri del Paese. Le decisioni del Presidente sono fondamentali per affrontare questioni di politica estera e determinarne l’impatto. Spesso definito il capo-architetto della politica estera, il Presidente delle Filippine può “ridefinire le priorità, dettare il tono e la posizione [del Paese] nella comunità internazionale e, se lo desidera, persino gestire personalmente la diplomazia con specifici Paesi restando però soggetto ad alcuni vincoli strutturali”.

Duterte e Trump durante l’ASEAN Summit tenutosi a Manila nel novembre 2017 (Immagine: Reuters).

Data l’importanza della “personalità” nella cultura politica filippina, il Capo dello Stato dispone di un considerevole margine di manovra che gli permette di dare un’impronta personale alla politica estera del Paese. Per questo motivo, la valutazione delle relazioni internazionali e degli affari esteri delle Filippine si basa, generalmente, su un’analisi dell’amministrazione presidenziale, come nel caso della politica estera di Marcos (1965-1986) o della politica estera di Aquino (1986- 1992). Diversi leader hanno idee differenti, e la loro individualità traspare nelle modifiche che apportano alla politica estera, spesso radicalmente diversa da quella dei loro predecessori.

È in questo contesto che la politica estera delle Filippine va analizzata sulla base della leadership corrente. La politica estera del Paese può essere compresa attraverso un’analisi del profilo del suo presidente: Rodrigo Duterte. Per molti anni sindaco di Davao City, una città nel sud delle Filippine, Duterte è un membro del governo da vent’anni (a partire dal 1988) ed è stato eletto sedicesimo presidente delle Filippine nel 2016 succedendo a Benigno Aquino III. Da quando è Presidente, Duterte ha sottoscritto pubblicamente una “politica estera indipendente”. Tale politica mira a mantenere l’individualità della nazione allontanandola dagli altri stati per evitare un’eccessiva dipendenza. Quando l’interazione è necessaria, deve avvenire secondo i termini posti dalle Filippine. Tale posizione è evidente nella dichiarazione di Duterte che, per quanto riguarda la politica estera, le Filippine “tracceranno un loro percorso […] che non è volto a compiacere nessuno se non l’interesse filippino”. La politica estera indipendente delle Filippine si può ricollegare alle caratteristiche personali e alle percezioni globali di Duterte. La sua personalità influisce sul suo approccio alle questioni internazionali, mentre le sue percezioni globali condizionano il suo relazionarsi con gli altri Stati.

 

La personalità di Duterte e il suo impatto sulle questioni politiche

Data la sua tendenza a esprimersi con durezza e la sua personalità assertiva, Duterte è noto per essere un leader autorevole. La sua reputazione è rinsaldata da una perizia psicologica che dichiara che Duterte è affetto da disturbo narcisistico di personalità, una condizione caratterizzata da “una forte autostima e comportamenti manipolativi” e la necessità di gratificare immediatamente i suoi bisogni e desideri; “qualsiasi ritardo rischia di turbarlo”. La perizia psicologica ha anche riscontrato in Duterte una scarsa capacità di giudizio oggettivo: “Non è in grado di considerare le diverse questioni alla luce dei fatti, o perlomeno dal punto di vista della maggior parte delle persone. Inoltre, ha una tendenza a razionalizzare e giustificare i propri errori”.

La personalità abrasiva di Duterte si riflette nella sua brusca attuazione di politiche e riforme e, talvolta, nel suo disprezzo per i checks and balances istituzionali. Ciò comporta un’impulsività che è poco efficace in situazioni che richiedono tempo per pianificare e attuare una strategia, come dimostra la sua decisione del gennaio 2018 di vietare ai lavoratori filippini di recarsi in Kuwait. In assenza di una chiara procedura politica, tale decisione è stata in gran parte letta come una risposta ai crescenti casi di omicidio e abuso di lavoratori domestici filippini da parte di datori di lavoro arabi. Il divieto è stato revocato nel maggio 2018 dopo una serie di negozati, ma non senza aver danneggiato le relazioni con il Kuwait e causato imbarazzo al governo filippino.

Inoltre, Duterte è noto per aver schierato le forze armate filippine in situazioni di crisi. Ciò è avvenuto, per esempio, nel conflitto armato tra governo e gruppi terroristici nella città di Marawi, nel Mindanao, tra il maggio e l’ottobre del 2017. Duterte ha immediatamente dichiarato la legge marziale durante lo scontro, che ha visto la vittoria delle forze governative filippine contro un gruppo jihadista locale affiliato allo Stato Islamico.

In più, Duterte è considerato capace di decisioni e comportamenti pericolosi. Un chiaro esempio è la sua famigerata “guerra alla droga”, che si presume preveda esecuzioni extragiudiziali. Nel giustificare la sua campagna contro i narcotici, Duterte ha invocato il “principio del non intervento negli affari interni” delle Filippine ed esatto il pieno rispetto della sovranità del Paese e il suo diritto a stabilire il miglior approccio per l’eradicazione del “problema droga”. Tali affermazioni hanno portato a schermaglie verbali tra Duterte e i suoi critici – in particolare gli Stati Uniti, l’Unione Europea e le Nazioni Unite. Duterte ha accusato questi ultimi di essere “bulli imperialisti” che impongono i propri valori e le proprie norme a uno Stato sovrano.

L’avversione di Duterte alle ingerenze esterne lo ha persino portato a ritirare le Filippine dalla Corte Penale Internazionale nel marzo 2018. Tale mossa è stata motivata dall’annuncio dell’avvio da parte della Corte di indagini preliminari per “crimini contro l’umanità” nei confronti del Presidente e degli ufficiali che lo hanno coadiuvato nella sua guerra alla droga.

 

Le percezioni globali di Duterte e il loro impatto sulle relazioni bilaterali

Un novizio delle relazioni internazionali, Duterte sembra avere una visione semplicistica del mondo, che percepisce come essenzialmente anarchico. Ciò si traduce in una politica estera pragmatica e realista che punta ad assicurare la sopravvivenza delle Filippine in un contesto internazionale ostile. Tale percezione sostiene “l’esercizio razionale del potere al fine di salvaguardare il leader e l’interesse nazionale”. Il significato di “interesse nazionale” può essere interpretato in modo arbitrario e personale, in linea con gli obiettivi politici di Duterte. Di conseguenza, la percezione globale di Duterte dà poca importanza alla moralità, come evidenziano il suo disprezzo per i diritti umani e l’uso di affermazioni e metodi brutali per fronteggiare situazioni di crisi.

Le percezioni globali di Duterte sono anche influenzate dalle sue convinzioni personali e dalla sua ideologia. Un dichiarato socialista, Duterte sostiene il principio dell’uguaglianza sia nell’ambito della politica domestica, sia in quello della politica estera. Il suo obiettivo è quello di attuare un “programma di crescita economica inclusiva” per migliorare direttamente la vita dei più poveri. Allo stesso tempo, sottoscrive un’ideologia anticolonialista e antimperialista nei confronti dell’Occidente. In particolare, nella sua politica estera, Duterte percepisce gli Stati Uniti come un Paese “nemico” a causa di un personale risentimento nei confronti dell’occupazione coloniale statunitense e dei trattati ineguali imposti dagli Stati Uniti alle Filippine.

Tutto ciò è in perfetta sintonia con il “pensiero indipendente” di Duterte, che è caratterizzato da una profonda sfiducia nei confronti degli americani. In particolare, Duterte nutre seri dubbi sull’impegno degli Stati Uniti a fornire sostegno militare in base al trattato di mutua difesa tra i due Paesi. Nel contesto delle controversie marittime che coinvolgono le Filippine, Duterte dubita che gli Stati Uniti accorrerebbero in aiuto del Paese nell’eventualità di un conflitto armato con la Cina nel Mar Cinese Meridionale. Duterte ha anche insinuato che il governo degli Stati Uniti non è stato d’aiuto nel prevenire la costruzione illegale di isole artificiali da parte della Cina. “Se all’America fosse importato, avrebbe inviato portaerei e fregate missilistiche nel momento stesso in cui la Cina ha iniziato a bonificare terreni in un territorio conteso, ma non è successo nulla di tutto ciò.”

L’animosità di Duterte nei confronti degli Stati Uniti lo ha portato a coltivare relazioni più positive con la Cina. Ciò ha comportato un importante e controverso cambiamento nella politica estera delle Filippine, che si sono allontanate dagli americani per avvicinarsi significativamente ai cinesi. La portata di tale cambiamento ha sollevato preoccupazioni sulle sue possibili implicazioni dal momento che le Filippine sono alleate di vecchia data degli Stati Uniti e da tempo coinvolte in una controversia marittima con la Cina.

Il cambiamento nella politica estera delle Filippine sotto l’amministrazione di Duterte può essere ricollegato alla campagna antidroga del presidente. Duterte ha rimproverato gli Stati Uniti per aver rilasciato dichiarazioni pubbliche in merito alle violazioni di diritti umani e alle esecuzioni extragiudiziali della sua amministrazione, accusandoli di interferire negli affari interni del Paese. Al contrario, il presidente sembra compiacersi del sostegno della Cina alla sua “guerra alla droga”: “la Cina è stato l’unico Stato ad aver spontaneamente rilasciato una ferma dichiarazione a sostegno della guerra contro la droga nel mio Paese”.

Inoltre, anche la percezione della Cina da parte di Duterte è migliore rispetto al passato. Sottoscrivendo un’ideologia socialista, Duterte condivide con Pechino uno spiccato disprezzo per l’imperialismo occidentale e l’oligarchia, considerati tra i mali principali della società. In più, Duterte ha espresso apertamente la sua ammirazione per il regime autoritario cinese e la sua capacità di promuovere una tempestiva attuazione delle regole e garantire una rapida crescita economica. Il rispetto di Duterte per la governance cinese si sposa con lo stile autoritario della sua leadership e della sua amministrazione – evidenti sin dal suo mandato come sindaco di Davao City. È infatti probabile che Duterte consideri l’approccio autoritario della Cina come un esempio di governance da replicare nelle Filippine.

La percezione globale di Duterte non è solo quella di un mondo anarchico, ma di un mondo anarchico “in bianco e nero, senza sfumature di grigio”. Ciò si riflette nel suo approccio alle questioni marittime con la Cina: Duterte ha infatti suggerito che la sua amministrazione deve impegnarsi positivamente con la Cina (anche a costo di ridimensionare le rivendicazioni delle Filippine nel Mar Cinese Meridionale) e che l’unica alternativa a questo è la guerra. Secondo Duterte, “è meglio che nessuno tocchi il Mar Cinese Meridionale. Nessuno può permettersi di andare in guerra”. Tale affermazione lascia trasparire una visione semplicistica di una questione di politica estera estremamente complessa.

 

La politica estera indipendente di Duterte

Il forte sentimento antistatunitense e le mosse pro-Cina di Duterte hanno causato apprensione tra il pubblico filippino, che è preoccupato dell’approccio strategico del Presidente nell’ambito di due delle più importanti relazioni bilaterali del Paese. La politica estera antistatunitense di Duterte potrebbe risultare impopolare a livello domestico poichè non in linea con la lunga tradizione di alleanza tra Filippine e Stati Uniti e la percezione della Cina come “minaccia” tra la popolazione filippina.

Analogamente, l’avvicinamento di Duterte alla Cina (a discapito degli Stati Uniti) è motivo di apprensione e disagio anche tra funzionari e diplomatici filippini. Gli ufficiali delle Forze Armate delle Filippine (AFP) temono che le filippiche di Duterte contro gli Stati Uniti possano privare il Paese dell’unica carta che si possono giocare nella disputa territoriale del Mar Cinese Meridionale: la sicurezza offerta dagli statunitensi.

Inoltre, l’incoerenza di Duterte in questioni di politica estera ha causato confusione tra il pubblico filippino. In contrasto con la sua forte avversione verso le ingerenze occidentali negli affari domestici del Paese, l’atteggiamento di Duterte nei confronti delle intrusioni cinesi nel territorio marittimo filippino è considerato eccessivamente passivo. Duterte ha sistematicamente minimizzato la vittoria di Manila su Pechino nell’arbitrato del 2016 ed è rimasto in silenzio di fronte alle attività illecite della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Tale atteggiamento riassume le incongruenze della politica estera di Duterte, nonchè l’assenza di un programma politico coerente.

 

L’evoluzione della politica estera filippina

In linea con la sua personalità e il suo stile di leadership, Duterte predilige una “politica estera indipendente” per le Filippine. Tale politica sembra avere alla base l’obiettivo di allontanare le Filippine dagli Stati Uniti, piuttosto che una posizione strategica ben definita. Ciò è particolarmente evidente nell’atteggiamento acquiescente, di Duterte nei confronti della Cina. Come illustrato, Duterte sta infatti mantenendo un approccio “morbido” a questioni marittime critiche mentre continua ad accumulare ingenti investimenti economici e aiuti allo sviluppo da parte di Pechino.

Di conseguenza, le decisioni di Duterte in ambito di politica internazionale hanno radicalmente alterato la politica estera delle Filippine – in particolare rispetto a quella del suo predecessore Benigno Aquino III. Oltre ad aver distanziato il Paese dagli Stati Uniti, Duterte ha relegato in secondo piano il pronunciamento della Corte Arbitrale a favore delle Filippine nell’ambito della disputa marittima con la Cina (risultato per cui la precedente amministrazione ha lottato duramente) e ha stabilito relazioni bilaterali con il governo cinese (ignorando l’approccio multilaterale ASEAN). Tali azioni hanno innavvertitamente minato la credibilità delle Filippine agli occhi della comunità internazionale.

Per riassumere, la politica estera filippina è fortemente influenzata dalle preferenze personali del Capo di Stato del Paese. Ogni cambio di governo può comportare importanti mutamenti e significative alterazioni nella posizione globale delle Filippine e nella loro gestione dei rapporti internazionali. La posizione dell’aministrazione di Duterte nell’ambito dei diritti umani, in forte tensione con gli ideali democratici sanciti dalla costituzione del Paese, riflette questa realtà, che è altrettanto evidente nell’evoluzione del rapporto con la Cina e gli Stati Uniti. Nel lungo termine, è possibile che la “politica estera indipendente di Duterte” si riveli insostenibile, coerentemente con quella dei suoi predecessori con cui condivide una comune caratteristica: l’assenza di coerenza e continuità e un approccio più reattivo che proattivo.

 

*Traduzione a cura di Lucrezia Canzutti

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