La difficile transizione multidimensionale del Myanmar di Aung San Suu Kyi e la necessaria revisione al ribasso delle aspettative

Nei mesi successivi alla straordinaria vittoria elettorale della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) guidata da Aung San Suu Kyi nel novembre 2015, le aspettative di cambiamento e di miglioramento delle condizioni di vita, già molto alte con l’avvio del processo di riforma nel 2011, sono ulteriormente cresciute. Ora, nel luglio 2017, a più di un anno dall’incipit del nuovo governo, la domanda è che cosa il Paese sia riuscito effettivamente a raggiungere nelle tre aree di trasformazione in corso: economia, politica e processo di pace. Al momento sembrano prevalere dubbi e perplessità, sia da parte di molti osservatori locali sia dalla maggioranza della comunità internazionale e dei potenziali investitori stranieri. Nonostante permanga il sostegno da parte della maggioranza della popolazione a favore del governo di Aung San Suu Kyi, i dati economici non sono incoraggianti come in precedenza e nessuno dei principali nodi politici, tantomeno quelli relativi al processo di pace, è stato sciolto in modo convincente.

La crescita del PIL è scesa da valori prossimi all’8% nel periodo 2013-2015 a circa il 6,3% nell’anno fiscale  2016/17, mentre si sono aggravati alcuni scompensi macroeconomici con l’inflazione media annua passata dal 5,9 % nell’anno fiscale 2014/15 al 11,4 % nel 2015/16 per effetto dell’aumento dei prezzi dei beni alimentari provocato dall’alluvione del 2015, ma soprattutto a causa dell’acquisto da parte della Banca Centrale di titoli emessi dal governo e del deprezzamento della valuta nazionale.

           Fonte: Fondo Monetario Internazionale (2017)

Il disavanzo fiscale è aumentato dallo 0,9% nel 2014/15 al 4,1% nel 2015/16. Guardando alla posizione verso l’estero, si può osservare che il rapporto import-export è peggiorato con il deficit della bilancia delle partite correnti cresciuto dal 3,3% del PIL nel 2014/15 al 15,2 % del PIL nel 2015/16. La bilancia commerciale ha registrato un valore totale delle esportazioni pari a 11,6 miliardi di dollari contro un valore delle importazioni pari a 17,2 miliardi di dollari, con un conseguente disavanzo di 5,6 miliardi nel 2016/17. Il deficit che può essere spiegato dalla riduzione della domanda e dei prezzi di alcune delle materie prime esportate dal Paese, in particolare il gas naturale, congiuntamente alla crescita delle importazioni, in particolare autoveicoli, prodotti in metallo, ferro e acciaio. Le riserve valutarie sono scese al di sotto della soglia equivalente a tre mesi di importazioni. Ma forse il dato che desta le maggiori preoccupazioni è il rallentamento degli investimenti diretti esteri (IDE), dai quali dipende la possibilità di ottenere capitali, costruire le infrastrutture, migliorare rapidamente la produttività e accedere a nuovi mercati con un’accresciuta competitività. Gli investitori stranieri avevano salutato con grande entusiasmo le iniziative riformatrici del precedente governo Thein Sein ingaggiando una vera e propria gara a chi investiva di più nella nuova frontiera asiatica. Tuttavia, nell’anno fiscale 2016-2017, gestito dal governo NLD, i nuovi IDE approvati dalla Myanmar Investment Commision (MIC) sono scesi a 6,6, miliardi di dollari retrocedendo in modo significativo dal precedente valore di 9 miliardi di dollari fatto registrare nell’anno fiscale 2015/16.

   Fonte: Asian Development Bank (2017)

La riduzione della crescita può essere in parte spiegata con questo rallentamento degli investimenti esteri e da una minore attività edilizia a Yangon. Inoltre a tale rallentamento ha sicuramente contribuito la diminuzione della domanda da parte dei partner commerciali esteri, e la riduzione del prezzo del gas naturale e altre materie prime esportate dal Paese di cui sopra. L’aggravamento degli scompensi macroeconomici dipende inoltre da politiche fiscali e monetarie eccessivamente espansive, rigidità del tasso di cambio, limitate entrate fiscali, sistema finanziario poco sviluppato e tasso di interesse eccessivamente controllato, come chiaramente osservato dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).

In merito al sistema finanziario si può ricordare che a partire dal 2015 il Myanmar ha 27 banche, di cui quattro di proprietà pubblica. Il settore bancario rappresenta circa il 90% dell’attivo del settore finanziario formale nel Paese. Più della metà di questi beni sono di proprietà delle quattro banche statali. Il numero di prestatori di servizi finanziari sta crescendo rapidamente e si può prevedere un consolidamento del settore con una maggiore concorrenza e maggiori requisiti patrimoniali previsti dalla nuova legge per lo sviluppo e la regolamentazione dell’intermediazione finanziaria approvata a inizio 2016. Grazie alla nuova normativa sono stati compiuti importanti passi avanti nella valutazione dell’attività bancaria e nella definizione di indicatori per la solidità finanziaria, e ora le banche rispettano i vincoli in termini di riserve a garanzia dei depositi in modo molto più rigoroso che in passato. La nuova legge ha inoltre esteso la durata dei titoli di stato, ed è stato introdotto un sistema d’asta per la loro collocazione sul mercato al quale possono partecipare anche le banche straniere. Tuttavia, il sistema finanziario continua a soffrire dei vincoli sui tassi di interesse (max 13% annuo sui crediti e min 8% sui depositi) e rimane in gran parte opaco e sottocapitalizzato. Nonostante il recente rallentamento della crescita del credito e il fatto che questo sia erogato in valuta locale e finanziato da depositi, rimangono non poche preoccupazioni per quanto riguarda la qualità delle attività bancarie, soprattutto considerata la scarsa disponibilità di dati, l’elevato rischio di concentrazione e le limitate capacità di risk management del sistema finanziario nel suo insieme. La Banca Centrale sta lavorando con diversi istituti per portare il capitale ai livelli previsti dalla nuova legge, tuttavia il processo è ostacolato dai ritardi nell’approvazione dei relativi regolamenti attuattivi, compresi quelli per l’adeguatezza patrimoniale e la classificazione degli asset. Allo stesso tempo, il numero crescente di banche che operano in Myanmar mette sotto pressione le limitate capacità di vigilanza attualmente disponibili nel Paese. Nel complesso, dunque, il debole sistema finanziario continua a limitare l’attività economica in Myanmar.

L’andamento del PIL ha però risentito anche di altre cause meno studiate dalle organizzazioni finanziarie internazionali. Sebbene sia difficile quantificare il fenomeno, si sono certamente manifestate nuove difficoltà nel collegamento tra l’attività di governo e i centri del potere economico. Mentre in passato le élite di governo e quelle economiche provenivano entrambe dall’esercito, o erano comunque legate molto strettamente tra loro, ed esisteva un sistema di esercizio del potere economico noto e consolidato, con l’affermarsi della NLD è stata in parte scardinata la rete di contatti e regole non scritte che precedentemente regolavano gli affari. Se ciò aiuterà certamente a superare, nel medio e lungo termine, i fenomeni di clientelismo e distorsione nell’allocazione delle risorse che tanto hanno nuociuto al Paese, nel breve termine non esiste ancora un sistema alternativo efficiente. Ecco dunque un’altra possibile ragione di rallentamento della crescita.

Si può anche osservare che lo stile di governo molto accentrato adottato sinora dalla Consigliera di Stato, de facto leader del Paese, Aung San Suu Kyi, unitamente alla mancanza di competenze tecniche in seno a NLD finiscono per rallentare tutte le decisioni che pesano sulla realizzazione delle attività economiche, inclusala formulazione e attuazione di migliori politiche per le attività d’impresa. Per quanto riguarda in particolare la caduta degli IDE giocano poi un ruolo importante la mancanza di chiarezza sulle priorità economiche del governo e relativi piani d’azione, i rallentamenti amministrativi legati alla revisione dei meccanismi decisionali di istituzioni come la MIC e le incertezze politiche che nel loro insieme portano su posizioni attendiste gli investitori stranieri. Effettivamente a quasi un anno dalla presentazione del breve documento di politica economica del governo, articolato in 12 punti, per favorire lo sviluppo del settore privato in modo sostenibile e facilitare la realizzazione delle infrastrutture, presentato promettendo di far seguito con più specifiche politiche su investimenti esteri, copyright, ruolo del diritto, equità fiscale, eneregia e infrastrutture, si è visto relativamente poco. Le uniche eccezioni sono la nuova legge sull’investimento con l’indicazione di alcune priorità settoriali, e la legge sull’attività d’impresa, ma per ora mancano piani d’azione specifici e chiari obiettivi misurabili associati all’applicazione delle due nuove leggi.

Anche esaminando la sfera politica non si individuano i miglioramenti che si attendevano con la vittoria della NLD. La Costituzione del 2008 scritta dai militari per garantirsi un forte controllo sul Paese non sembra riformabile a breve. Non sono inoltre migliorati i rapporti tra centro e periferia dove Aung Sang Suu Kyi ha creato governi regionali senza tener conto delle sensibilità dei partiti etnici. L’impossibilità di controllare l’esercito attraverso la riforma costituzionale si riflette negativamente anche sugli sforzi per favorire il processo di pace che, pur avendo una posizione prioritaria nell’agenda della NLD, negli ultimi mesi non ha fatto che peggiorare. I conflitti sia tra maggioranza buddista e minoranza musulmana nello Stato Rakhine, sia tra esercito e gruppi etnici armati negli Stati Kachin e Shan, al confine con la Cina, si sono intensificati. Non potendo controllare i militari, la NLD non riesce a far prevalere una soluzione che possa calibrare l’uso della forza con risposte politiche per i bisogni delle minoranze etniche e religiose e il loro senso di disperazione, sviluppato in decenni di lutti e privazioni provocati dagli scontri tra gruppi armati ed esercito. Questa inazione combinata con un atteggiamento giudicato spesso non incline all’ascolto, rischia di fare perdere ad Aung San Suu Kyi il consenso internazionale occidentale, di riavvicinare eccessivamente il Paese alla Cina e di bloccare, o quanto meno rallentare, il processo di riforma e democratizzazione.

Si tratta dunque di un momento difficile per la figlia del generale Aung San e per il suo partito, che devono riuscire ad affrontare più incisivamente le molteplici e complesse sfide del Paese, tra le quali la più impegnativa rimane quella con sé stessi. Movimento di opposizione sino a ieri, la NLD deve rapidamente migliorare la propria capacità di governo e di elaborazione di politiche economiche adeguate, e dimostrare che dietro la figura della leader esiste un partito con le competenze tecniche e la levatura istituzionale in grado di guidare il Paese. A fronte delle grandi aspettative suscitate dall’esito elettorale a novembre 2015, il nuovo governo deve riuscire a migliorare più rapidamente le condizioni di vita della popolazione con una migliore gestione economica e maggiore sensibilità politica. Diversamente, un amaro sentimento di disillusione potrebbe generare un rigurgito reazionario e rinchiudere ancora una volta il Paese nella distorta circolarità che lo ha paralizzato negli ultimi 50 anni. Considerando improbabile un esito così infausto, si deve però osservare che la possibilità di realizzare il grande potenziale di sviluppo del Paese richiederà tempi più lunghi di quanto inizialmente sperato. I quindici anni ipotizzati dal Global Institute di McKinsey nel 2013, infatti, non sembrano più sufficienti per poter raggiungere il gruppo dei Paesi a redito medio-alto.

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