La Belt & Road Initiative: oltre gli ostacoli alla cooperazione fra Cina ed Europa?

Traduzione dall’inglese a cura di Simone Dossi

Sin dal suo lancio la Belt & Road Initiative (Bri) è divenuta oggetto di dibattiti politici e accademici. È stata descritta fra l’altro come “il più ambizioso progetto economico e diplomatico dalla fondazione della Repubblica popolare cinese”. In effetti, l’iniziativa interessa oltre 65 paesi, 4,4 miliardi di persone, circa tre quarti della popolazione mondiale e il 40% del prodotto interno lordo globale. L’attuazione della Bri avrà significative ripercussioni sulle relazioni fra Asia ed Europa, sulle modalità di collaborazione economica e sull’evoluzione delle istituzioni regionali e multilaterali.

Promossa dai vertici politici cinesi nel 2013, la Bri rappresenta per la Cina l’ingresso in una nuova fase del processo di globalizzazione, con il passaggio dalla “globalizzazione in Cina” alla “Cina nella globalizzazione”. In anni recenti la Cina si è trasformata da attore periferico dell’economia globale a centro di gravità non solo in Asia ma su scala globale. Oggi, con la ridefinizione del modello di sviluppo economico cinese, il precedente ruolo del paese quale officina manifatturiera globale passa ad altre economie, mentre i prodotti e servizi cinesi scalano la catena del valore e competono con i prodotti europei nei settori ad alta intensità di tecnologia.

Sviluppi economici e politici recenti negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nell’Eurozona hanno reso ancor più significativa la Bri e hanno notevolmente accresciuto il suo impatto potenziale nella riconfigurazione dell’equilibrio economico e geostrategico globale. Il ritorno a orientamenti nazionalistici e a politiche economiche protezionistiche sta mettendo in discussione la nozione stessa di globalizzazione e l’ordine internazionale liberale prevalso dalla fine della seconda guerra mondiale. L’intenzione manifestata dal Presidente Donald Trump di adottare politiche commerciali di protezionismo estremo, assieme a restrizioni all’immigrazione, ha messo in discussione l’egemonia americana e la partecipazione degli Stati Uniti alla governance globale. Al contrario, la difesa della globalizzazione e dell’ordine economico liberale da parte del Presidente Xi Jinping in una serie di vertici internazionali mira a rafforzare il ruolo di leadership della Cina, all’interno di un sistema globale caratterizzato dall’indebolimento dell’America e da un’Europa divisa al proprio interno.

La Bri può offrire all’Europa grandi opportunità, ma è anche motivo di significative preoccupazioni. Nonostante la Cina e l’Unione europea siano importanti partner economici, rimangono numerosi ostacoli agli scambi economici, a causa di restrizioni, limitazioni e altre barriere istituzionali. L’Ue ritiene che gli attori economici europei non godano di condizioni paritarie rispetto alle controparti cinesi quando operano in Cina, mentre la Cina denuncia  restrizioni agli investimenti in determinati settori, procedure di autorizzazione preliminare di vario genere,  barriere tecniche al commercio, nonché la mancata concessione dello status di economia di mercato eccetera.

Se questi ostacoli sono dovuti principalmente a interessi economici divergenti, pesano notevolmente anche le differenze nei sistemi politici. La Cina, grazie a un’improbabile alleanza fra le forze del capitalismo di mercato globale e il Partito comunista cinese, rappresenta agli occhi dell’Europa un attore globale alquanto problematico. I cinesi definiscono il modello cinese “Socialismo con caratteristiche cinesi”, ma per alcuni occidentali si tratta di “Capitalismo totalitario”. Gli europei ritengono che il sistema politico-economico cinese tenda ad essere in contraddizione con i principi fondamentali dell’Unione europea. Al contrario, i cinesi vedono le restrizioni imposte dall’Ue alla Cina come una distorsione ideologica, del potere egemonico detenuto dall’Occidente negli ultimi due secoli. In effetti molte delle controversie commerciali fra l’Unione europea e la Cina derivano in realtà dai diversi standard di governance.

Consapevole dei numerosi ostacoli alla cooperazione con l’Europa, la Cina individua nel coordinamento delle politiche la priorità per l’attuazione della Bri. La Cina vuole utilizzare la Bri per rafforzare la fiducia politica reciproca, espandere gli interessi condivisi e stabilire una più solida cooperazione con l’Europa, riducendo le barriere agli scambi economici fra le due parti. Sinora, tuttavia, è mancato alla Bri un meccanismo concreto di cooperazione multilaterale. Sembra che i cinesi non abbiano alcuna intenzione di sviluppare standard comuni per i partecipanti, ma che cerchino al contrario di stabilire coalizioni fra paesi diversi. La metodologia cinese ricalca la forma tradizionale di cooperazione diffusa in Cina, caratterizzata dalla flessibilità. Per molti in Europa, però, il modo in cui la Cina promuove la cooperazione internazionale è privo di trasparenza ed è inaccettabile, poiché non basato su regole giuridico-formali. Il paradigma europeo di collaborazione è in effetti sorretto da istituzioni formali quali contratti e tribunali, mentre il comportamento cooperativo in Cina – per un lungo periodo nella storia passata e ancora oggi – si regge su istituzioni informali, come le reti. La differenza nei meccanismi di cooperazione non è una semplice coincidenza, ma rivela una differenza sostanziale della Cina rispetto all’Europa: la sua percezione del mondo in modo dialettico e flessibile, la sua abilità di convivere con le contraddizioni, di riconciliare yin e yang.

Per questo motivo, la Bri potrà ridurre le barriere alla cooperazione fra Europa e Cina solo se le due parti sapranno cooperare nonostante le proprie differenze. La divergenza di punti di vista fra Europa e Cina sui sistemi politico-economici e sui valori sociali è compatibile con la costruzione di una nuovapartnership cooperativa lungo la Via della seta? E che rischio c’è che i contrasti esistenti degenerino in aperta rivalità, con il rischio inerente di uno scivolamento verso la contrapposizione politica? Queste domande dovrebbero essere esaminate con attenzione da think tank e studiosi.

La globalizzazione ha reso i paesi più interconnessi che mai. La Cina e l’Europa fronteggiano comuni sfide globali e devono essere flessibili in merito alle rispettive differenze. È oggi necessario riconoscere e accettare la diversità che caratterizza il mondo reale, in cui non vi sono due paesi che riproducano lo stesso impianto istituzionale e gli stessi meccanismi ordinatori. Il mondo è colorato per la diversità della propria storia, cultura e società: si deve guardare alla diversità con un approccio dinamico. Dalle riforme e dall’apertura di Deng Xiaoping nel 1978, la Cina ha riformato numerose istituzioni interne per renderle compatibili con le regole internazionali. Lo sviluppo dei media commerciali e di internet ha reso la società cinese più mobile e più aperta al mondo. Il processo politico cinese è oggi molto più articolato. Queste nuove tendenze sono però spesso ignorate, anche dalla letteratura scientifica.

In conclusione, grazie al suo crescente peso relativo nell’economia mondiale, la Cina non ha più soltanto una politica economica interna: le sue decisioni di politica monetaria, fiscale e salariale hannoinfatti un impatto significativo sul resto del mondo, dall’Occidente ai Brics, all’Africa. A tale crescente influenza si accompagna una maggiore responsabilità nella leadership degli affari globali. La Cina non ha altra scelta che partecipare alla definizione di un sistema di governance globale e collaborare con i propri principali partner, nonostante le differenze. La Bri è la risposta cinese a questa sfida: una risposta ambiziosa, finalizzata a creare una piattaforma per una cooperazione diversificata che consenta di conseguire risultati win-win per uno sviluppo condiviso. I decisori europei e le opinioni pubbliche nazionali europee devono rendersi conto di quanto la Cina sia oggi importante per l’economia europea e impegnarsi a sfruttare al meglio le opportunità offerte dalla Bri.

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