[ITALIA-ASEAN] Fondamentali solidi, consumi elevati e affinità culturali: le grandi opportunità per le relazioni politicoeconomiche tra Italia e Filippine

Le Filippine rappresentano un caso molto particolare nell’area ASEAN, per ragioni economiche, culturali e geografiche. Pur essendo, secondo la classificazione delle macroregioni delle Nazioni Unite, inserite nel contesto del Sud-est asiatico, le Filippine non fanno parte dell’Indocina (la parte peninsulare della regione) e, a un primo sguardo, neanche dell’Insulindia, quella “virgola rovesciata” che unisce l’Indocina all’Australia. L’arcipelago delle Filippine sembra più un elemento del contrafforte che, partendo dalla Kamčatka e passando per le isole del Giappone e per Taiwan, separa, lungo il Pacifico, l’Oriente dall’Occidente.

Inoltre, le Filippine sono uno dei pochissimi Paesi asiatici a maggioranza cristiana, con un 81% della popolazione cattolica. Alla base di questa anomalia vi sono tre secoli e mezzo di dominazione spagnola (1565-1898) che hanno reso i filippini particolarmente affini ai popoli latini e, di conseguenza, inclini a tessere relazioni virtuose con l’Europa. Non è un caso, infatti, che l’Italia ospiti la seconda più grande comunità filippina d’Europa. Ad agevolare ulteriormente le relazioni tra le Filippine e i Paesi europei vi è il fatto che la seconda lingua ufficiale delle Filippine (insieme al tagalog) sia l’inglese e che la mentalità e le tradizioni politiche e culturali del Paese non siano molto dissimili da quelle occidentali.[1]

Le Filippine offrono alle aziende europee e italiane una base vantaggiosa per operare in Estremo Oriente, con accesso a tutti i grandi mercati dell’area grazie ai trattati di libero scambio siglati in ambito ASEAN. La popolazione è giovane, con un elevato tasso di alfabetizzazione (96%) e un livello medio di istruzione piuttosto elevato, soprattutto in relazione al costo della forza lavoro ancora molto basso. Dati i floridi fondamentali economici e il PIL in costante crescita (6,7% nel 2017, 6,5% nel 2018 e 6,7% nel 2019), il livello dei consumi rimane in stabile aumento. A questo si aggiungono gli ingenti investimenti in atto nel campo delle infrastrutture, delle attività industriali, del turismo e della filiera agroindustriale.

Le Filippine differiscono dagli altri Paesi asiatici anche per l’elevato livello dei consumi, che coprono il 70% del PIL. Il dato è imputabile alla crescita di una classe media formata in gran parte da giovani, a una cultura nettamente più edonista di quella parsimoniosa che caratterizza molti Paesi asiatici e al forte afflusso di rimesse dall’estero inviate alle famiglie dai (circa) dieci milioni di filippini residenti all’estero. Queste ultime sono un fenomeno particolarmente prominente nelle Filippine e si traducono in volumi consistenti di acquisti che vengono canalizzati nei centri commerciali del Paese, oggi tra i più grandi e numerosi in Asia.

Oltre a offrire una porta d’accesso a tutti i grandi mercati dell’area grazie alla sopracitata rete di trattati di libero scambio, le Filippine hanno una legislazione locale che prevede forti incentivi fiscali e altre agevolazioni per attività mirate all’esportazione, alla trasformazione di prodotti importati e all’introduzione di tecnologie innovative.

A fare da complemento a un quadro macroeconomico promettente vi sono un elevato livello di riserve in valuta straniera; un’inflazione contenuta nonostante l’impetuosa crescita economica (negli ultimi anni ha oscillato tra il 3 e il 4%); un livello basso di debito pubblico (poco inferiore al 50%); lo status di creditore netto FMI; e il riconoscimento internazionale del livello di “investment grade”[2] per quanto riguarda il rating relativo al credito.[3]

Inoltre, il Paese è considerato tra i primi cinque al mondo per livello complessivo di risorse minerarie (si calcola 1,4 trilioni di dollari). Seconde per depositi aurei e terze per il rame, le Filippine hanno riserve nel sottosuolo per 152 milioni di barili di petrolio e 105 miliardi di metri cubi di gas naturale.

Relativamente a quest’ultimo aspetto, vi è un’ampia disponibilità di progetti già identificati dalle autorità filippine da sviluppare con partner locali soprattutto nel settore delle energie rinnovabili. Il settore è caratterizzato dalla presenza di tariffe fortemente incentivanti e di esenzioni fiscali per chi realizza nuovi progetti, e il fabbisogno e i consumi sono in forte crescita. Data la favorevole congiuntura economica, le Filippine stanno attraversando una fase di boom dell’edilizia residenziale e del settore terziario. Nel Paese è in atto un massiccio programma di miglioramento delle infrastrutture (strade, porti, aeroporti, ecc.) da realizzarsi tramite azioni di partenariato tra settore pubblico e privato.

Per quanto riguarda i beni di consumo, l’Italian food è estremamente popolare. Il mercato è già rifornito di una vasta gamma di prodotti, sia di base sia trasformati. La presenza di una classe media con alta propensione al consumo è lo stimolo per una forte e crescente presenza di grandi catene di negozi e centri commerciali, sia per il settore F&B (Food and Beverage) sia per l’abbigliamento e il design. Le formule più utilizzate dalle aziende straniere che intendono commercializzare prodotti di queste categorie nel Paese sono accordi di franchising con soci locali, con apertura di punti vendita all’interno dei centri commerciali. Infine, il consumo degli alcolici è rilevante nelle Filippine per le stesse ragioni socioeconomiche di cui sopra, soprattutto perché la maggior parte della popolazione non è soggetta a restrizioni di tipo religioso e subisce un forte ascendente culturale dall’Occidente. In questa nicchia, il mercato dei vini è in piena fase di decollo (si calcola un tasso di crescita dell’8% annuo).

Infine, il Paese ha un grande potenziale turistico che ha appena cominciato a sfruttare. Esistono dunque interessanti opportunità di investimento anche in questo settore. Del resto, i flussi turistici, così come la cooperazione in ambito scientifico e culturale, possono rappresentare l’anello di congiunzione tra le dinamiche bilaterali in ambito economico-commerciale e quelle politiche.

Le relazioni diplomatiche tra Italia e Filippine si sono sempre caratterizzate per l’assenza di elementi di discordia. A partire dagli anni 2000 si è registrata una ripresa dell’interesse italiano verso le Filippine da parte sia della politica sia, più lentamente, delle realtà imprenditoriali, che si erano tenute lontane dal Paese dopo la crisi asiatica della fine degli anni Novanta.

In particolare, l’emergere di reti terroristiche transnazionali di matrice islamica anche nel Sud-est asiatico ha reso più urgente il consolidamento del dialogo politico con le Filippine, oltre che delle relazioni in ambito di aiuto allo sviluppo. Le Filippine sono un interlocutore cruciale nella lotta all’estremismo armato, e, parimenti, un referente primario per le politiche atte a eliminare le condizioni di coltura del fenomeno del terrorismo islamico. Tra queste vi è la promozione del dialogo interreligioso ove l’Italia, per ragioni storiche, culturali e geografiche gioca un ruolo primario.

È pur vero, però, che dall’elezione nel 2016 del Presidente Rodrigo Duterte le relazioni politiche si sono sensibilmente raffreddate. Le esternazioni di Duterte sono spesso aspre e, a volte, difficilmente tollerabili per l’opinione pubblica di Paesi come l’Italia, che vanta una solida tradizione di rispetto per i diritti civili e lo stato di diritto.

Le stesse considerazioni valgono per l’Unione Europea che aveva lanciato ufficialmente i negoziati per un accordo di libero scambio nel maggio 2015 e, dopo due round negoziali nel maggio del 2016 e nel febbraio 2017, non ha proseguito in questo esercizio.

Sia sul versante italiano sia su quello europeo mancano forti prese di posizione. È evidente che il grande potenziale economico e strategico delle Filippine non permette di rompere le relazioni, ma neanche di portarle a un livello più importante fino a quando il discorso pubblico e le politiche del governo delle Filippine non rientreranno in un alveo di accettabilità politica.

[1] L’inglese è stato imposto come seconda lingua in seguito all’occupazione statunitense (1899-1946).

[2] La definizione di “investment grade” indica strumenti di investimento, azioni e bond, ritenuti affidabili dagli operatori istituzionali. Tutto questo viene riflesso nel rating, il giudizio espresso da agenzie specializzate. Nel caso dei titoli investment grade, il rating . elevato e comunque superiore alla tripla B.

[3] La fonte dei dati è: http://www.infomercatiesteri.it/perchepaese.php?id_paesi=124.

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