Industrializzazione e lavoro in Vietnam: una prospettiva di medio termine

Molti lo ignorano, ma il Vietnam è ormai parte della nostra vita quotidiana: lì si producono molti dei vestiti che indossiamo, la gran parte delle scarpe sportive, i telefonini Samsung. Dal 2007, quando è entrato a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), il paese è diventato un importante manufacturing hub: uno di quei luoghi, cioè, dove si svolgono le lavorazioni ad alta intensità di manodopera di filiere produttive che coinvolgono più paesi. I prodotti finiti vengono poi esportati versi i ricchi mercati dell’Europa, del Nord America e del Giappone, spesso con la dicitura “Made in Vietnam” – anche quando in realtà in questo paese è avvenuto solo l’assemblaggio o la lavorazione finale. Un paese che nell’immaginario occidentale è ancora risaie e capanne di paglia è diventato il dodicesimo esportatore mondiale nell’elettronica. Il processo di industrializzazione procede a ritmo molto veloce, con una conseguente più ampia trasformazione dell’economia e della società.

Le riforme economiche avviate nel 1986 in nome del doi moi (rinnovamento) hanno comportato una transizione dalla pianificazione centralizzata all’economia di mercato. Il processo è stato parallelo, e in buona misura simile, a quello più noto delle riforme cinesi. La transizione vietnamita, però, nei primi venti anni di doi moi si è distinta sia dal caso cinese che, ancor più, dai casi dell’Europa centrorientale e delle repubbliche ex-sovietiche, per un maggiore gradualismo e per una maggiore attenzione all’impatto delle riforme stesse sulle condizioni di vita della popolazione. Il dato più significativo è rappresentato da una nettissima riduzione della povertà: la percentuale di famiglie sotto la soglia di povertà è scesa dal 58% del 1993 al 16% del 2004. Per quanto il dato si riferisca a una soglia nazionale molto bassa, una fortissima riduzione della povertà è confermata anche dalle analisi condotte su soglie di povertà internazionali e da indicatori di tipo qualitativo. A consentire questo risultato straordinario sono state innanzitutto la redistribuzione della terra alle famiglie sulla base di una riforma agraria tendenzialmente egualitaria e la diversificazione delle coltivazioni. La rivitalizzazione economica del mondo rurale ha creato una domanda per la produzione industriale, creando un circolo virtuoso di crescita. Al tempo stesso, con gradualismo ma efficacia, sono state condotte riforme nel funzionamento delle imprese di stato ed è stato incoraggiato il rilancio delle imprese private. Il primo ventennio del doi moi – dal 1986 al 2006 – ha consentito di creare delle basi solide per un maggiore inserimento del paese nell’economia globale.

L’ingresso nell’OMC apre una nuova fase per l’economia e la società vietnamita. L’integrazione nel sistema produttivo regionale diviene molto più pronunciata. Il paese diventa una destinazione importante per gli investimenti diretti esteri – soprattutto da parte di imprese dell’Asia Orientale che in Vietnam trovano una forza lavoro qualificata a costi più bassi che in Cina e negli altri paesi della regione. Il governo di Hanoi fa dell’attrazione degli investimenti esteri (IDE) – anche seguendo le indicazioni della Banca Mondiale – una priorità della sua strategia di sviluppo, al punto da offrire forti incentivi ed esenzioni fiscali alle imprese straniere. Nel corso del 2015 questa strategia basata sull’attrazione degli IDE e sulla promozione delle esportazioni si è tradotta anche in importanti accordi commerciali: il trattato commerciale bilaterale con l’Unione Europa e il Partenariato Trans-Pacifico (TPP) promosso dagli Stati Uniti. In entrambi i casi si tratta di accordi che non solo liberalizzano ulteriormente il commercio, ma anche vincolano il Vietnam a un quadro normativo che comporta la riduzione del potere del governo nella regolamentazione dell’economia e una più forte tutela degli interessi delle multinazionali (MNC).

I risultati di questa strategia vengono interpretati in modo contrastante dagli analisti. L’espansione della capacità produttiva avviene in settori ad alta intensità di manodopera e basso valore aggiunto. Gli economisti liberali vedono questo come un passaggio necessario per consentire un successivo spostamento verso lavorazioni più qualificate e più redditizie. Altri analisti, invece, mettono in rilievo come la divisione regionale del lavoro tende a creare gerarchie rigide da cui è difficile emanciparsi – altri paesi della regione, come Thailandia, Indonesia e in buona misura Malaysia, in trent’anni di forte integrazione nei network produttivi guidati dalle MNC asiatiche hanno potuto (o saputo) migliorare di poco la propria posizione attraverso l’industrial upgrading, restando quindi condannati a competere internazionalmente in termini di basso costo del lavoro. Questo rischio è fortemente presente nel Vietnam di oggi: nonostante le esportazioni industriali stiano crescendo velocemente, i beni intermedi a maggior valore aggiunto vengono o importati da altri paesi asiatici o prodotti localmente da MNC asiatiche.

L’altra questione riguarda il lavoro. La veloce crescita della produzione industriale ha consentito di assorbire parte della manodopera sottoccupata in agricoltura. Gli analisti più ottimisti ritengono che malgrado i bassi salari e le condizioni di lavoro spesso molto dure, la creazione di impiego nell’industria sia un importante contributo per la riduzione della povertà e più in generale per la modernizzazione del paese. Gli analisti più critici, invece, denunciano come il Vietnam sia ormai diventato parte di una cosiddetta race to the bottom in termini di condizioni di lavoro e di salario a livello internazionale. L’esperienza degli altri paesi del Sud-est asiatico rende legittimo il timore che non si tratti di un problema temporaneo – in Thailandia, Indonesia e Malaysia i salari (e i diritti) sono sostanzialmente rimasti nelle stesse condizioni in cui erano alla fine degli anni ’80. In questo senso il rischio è che il Vietnam non si avvii a ripetere la traiettoria di crescita di Corea del Sud e Taiwan (il cui sviluppo industriale era avvenuto in una fase storica totalmente diversa e grazie a politiche pubbliche fortemente selettive e mirate), ma piuttosto segua il percorso molto meno felice dei paesi del Sud-est asiatico che hanno basato lo sviluppo industriale su politiche di liberalizzazione del commercio e di attrazione degli investimenti esteri. Nell’esperienza europea e dell’Asia Nord-orientale (Giappone, Corea del Sud e Taiwan) l’industrializzazione aveva comportato uno spostamento permanente di lavoratori (e delle loro famiglie) dall’agricoltura e dal mondo rurale. In Vietnam, invece, il lavoro industriale rappresenta solo una fase – dieci, massimo quindici anni – della vita di un lavoratore, in un processo di continua mobilità fra zone rurali e zone industriali peri-urbane, e fra bassi salari industriali e povertà rurale.

In un contesto globale in cui il lavoro diviene sempre più flessibile e precario, le modalità dello sviluppo industriale vietnamita possono essere lette come una forma di modernità piuttosto che arretratezza, ma una modernità che potrebbe implicare un passo indietro rispetto alla riduzione della povertà raggiunta nel primo ventennio del doi moi.

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