[FOCUS ECONOMIA] Il Sud-est asiatico tra crescita e autoritarismo: il ritorno degli Asian values?

Negli ultimi anni i Paesi dell’ASEAN hanno goduto di una crescita economica sostenuta con un tasso medio del 4,9% per il periodo 2013-2017. Tale trend dell’area ASEAN pare essere confermato dalle stime di crescita per il 2018 e 2019 di oltre il 5%. A questo periodo espansivo dell’economia è corrisposta, in diversi Paesi della regione e in special modo nell’ultimo triennio, una diffusa crisi delle infrastrutture democratiche con la progressiva affermazione di derive autoritarie e il relativo restringimento degli spazi di libertà civile. In alcuni casi, come ad esempio in Thailandia, Filippine e Cambogia si tratta di discontinuità e inversioni di tendenza. In altri contesti, come in Laos e in parte in Vietnam, alla crescita economica non sono corrisposte riforme rilevanti del sistema politico, consentendo la perpetuazione dei regimi esistenti. Diversa ancora la situazione del Myanmar che sta affrontando un faticosissimo percorso di transizione non scevro da contraddizioni. Ad ogni modo la fotografia attuale ritrae una regione in cui ad un’economia sostanzialmente florida corrispondo sistemi politici più o meno autoritari.

Un primo elemento di interesse circa questo gap tra crescita economica e arretramento delle istituzioni democratiche riguarda le profonde differenze e peculiarità storiche, politiche, sociali ed economiche tra i vari Paesi dell’area ASEAN. Tale eterogeneità intra-sistemica è particolarmente evidente se paragonata ad altri sistemi sovranazionali: dall’Unione Europea (UE), all’Unione degli Stati Sudamericani (UNASUR), alla Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e ad altri ancora. All’interno dell’area ASEAN convivono, difatti, realtà come Indonesia e Filippine, rispettivamente il primo Paese al mondo per popolazione musulmana ed il terzo per popolazione cattolica; altri Paesi come Malaysia e Cambogia sono separati da oltre due punti decimali nel ranking mondiale per lo sviluppo umano (HDI); in altri casi ancora, realtà limitrofe come Thailandia e Myanmar sono divise da oltre 100 posizioni nella classifica stilata dalla Banca Mondiale nel 2017 per i Paesi più performanti all’interno dei quali svolgere attività economiche; infine, vi sono casi come quello del Vietnam la cui aspettativa di vita della popolazione è di quasi dieci anni superiore a quella del vicino Laos. Quanto precede non considera ovviamente i casi di Singapore e del Sultanato del Brunei, i Paesi più ricchi della regione

Benché il succitato arretramento delle istituzioni democratiche nella regione si sia declinato secondo modalità differenti, esso risponde a una generalizzata spinta di istanze nazionalistiche e sovraniste. Sarebbe tuttavia un errore grossolano ipotizzare un qualsiasi tipo di parallelismo tra sistemi autoritari nel Sud-est asiatico e l’avanzamento dei movimenti sovranisti in occidente. Difatti – ed è questo il secondo elemento di innegabile interesse – mentre in quest’ultimo caso la deriva sovranista è un effetto dell’incapacità dello status quo di dare risposte alla crisi finanziaria del 2008, nell’area ASEAN arriva già in un periodo in cui i principali indicatori economici – a partire dalla crescita del reddito pro-capite – erano positivi. Non è certamente possibile omettere che spesso trattasi di Paesi nei quali vi è un livello di conflittualità più o meno latente molto radicato, con sacche di povertà e di diseguaglianza che favoriscono lo scontro sociale. Tuttavia, occorre sottolineare che la deriva e il consolidamento avvenuto in alcuni di questi Paesi non sono interpretabili come risposta agli effetti di una crisi economica, quanto invece come forma di affermazione dello status quo esistente.

Apparentemente si tratta di un ritorno ai cosiddetti Asian values, a quell’idea diffusasi nell’ultimo quarto del ventesimo secolo e cristallizzatasi nella Dichiarazione di Bangkok del 1993, secondo la quale vi sono dei tratti distintivi dell’organizzazione sociale asiatica, rappresentabili come una via asiatica al benessere. Era l’idea che l’economia di mercato potesse convivere in un sistema sociale sostanzialmente collettivista, non più inteso in un’accezione squisitamente e strettamente maoista, ma riconducibile comunque ad una subordinazione generale dell’interesse privato a quello collettivo. Sebbene tale approccio sia stato vieppiù abbandonato da economisti e politologi a partire dalla crisi finanziaria che colpì il continente nel ‘97-98, tale paradigma sembra adesso riproporsi in una modalità chiara: il primato dei diritti sociali ed economici rispetto a quelli civili e politici. In altre parole, si riafferma il primato dell’economia sulla politica e contemporaneamente la subordinazione del cittadino al governo.

Per comprendere che cosa sia avvenuto e che cosa stia ancora avvenendo è utile offrire una panoramica degli eventi che hanno ristretto il perimetro del confronto democratico nell’area ASEAN negli ultimi anni. Ben inteso, in vari di questi Paesi le istituzioni democratiche sono da sempre particolarmente deboli e in tal senso lo scivolamento autoritario deve essere contestualizzato e inteso come decremento marginale rispetto ad una situazione preesistente. Allo stesso modo, anche in ragione della sopracitata eterogeneità intra-sistemica dell’area ASEAN, non è possibile descrivere questa tendenza in maniera lineare. Si è scelto, in tal senso, quale punto convenzionale a partire dal quale illustrare il recente trend, il colpo di stato condotto nel maggio 2014 in Thailandia dalle forze armate reali e che ha portato allo scioglimento del Senato, alla parziale revoca della Costituzione del 2007 e alla installazione del Consiglio Nazionale per la Pace e l’Ordine (NCPO), la giunta militare attualmente in carica. Si è scelto tale momento per un doppio ordine di ragioni: il colpo di stato in Thailandia è stato il primo evento discreto e manifesto di svolta autoritaria dopo l’avvio della transizione birmana nel 2011 che aveva aperto il decennio nel segno della speranza di una nuova stagione democratica. Parimenti, è dopo il citato colpo di stato che si collocano i tre avvenimenti più significativi a descrivere tale trend. Nel maggio 2016 Rodrigo Duterte è eletto Presidente della Repubblica nelle Filippine. Sempre nel 2016, in Cambogia si dà il via alla lunga onda repressiva culminata con lo scioglimento da parte della Corte Suprema del principale partito di opposizione, il Cambodia National Rescue Party (CNRP) nel novembre 2017. Infine, in Myanmar, dall’agosto 2017 si assiste in pochi mesi all’enorme esodo di circa 700.000 Rohingya rifugiatisi in Bangladesh a seguito della brutale rappresaglia del Tatmadaw, l’esercito birmano.

Si tratta di eventi profondamente differenti tra loro e privi di un nesso causale con la svolta del NCPO in Thailandia, il quale – si ribadisce – è identificato come punto prospettico convenzionale. Prima e dopo si collocano altri eventi come la scomparsa del noto esponente della società civile laotiana Sombath Somphone, nel dicembre del 2012, l’emanazione delle leggi a difesa della religione e della razza in Myanmar nel 2015, sino alla promulgazione a Singapore del Public Order Act del 2017 che restringe ancor di più il diritto di assemblea in un Paese che al netto della conclamata prosperità economica soffre da sempre di severe limitazioni nel campo della libertà di espressione e di associazione.

Come più volte rimarcato, si ha a che fare con un quadro estremamente composito, ma quanto viene restituito riconduce al tratto generale dell’autoritarismo. I critici della teoria degli Asian values avevano rimarcato come da un lato questi non spiegassero la profonda eterogeneità dei diversi contesti asiatici e dall’altro fossero utilizzati come mero pretesto dalle elite politiche del momento per giustificare e mantenere lo status quo. Se a tali critiche va sicuramente riconosciuto un elemento di fondatezza, quanto appare tuttavia evidente è la permeabilità di buona parte dell’opinione pubblica e delle organizzazioni sociali tout court dei Paesi Sud-est asiatici al messaggio della subordinazione dei diritti politici e civili a quelli sociali ed economici. In altre parole, a un differente modello archetipo di rappresentanza democratica che va ben al di là delle singole declinazioni.

È stato rammentato in precedenza come la cosiddetta teoria degli Asian values si sia diffusa e affermata nella seconda metà del ventesimo secolo, comunque ben prima dell’avvento della nuova fase della globalizzazione. Questo implica che una eventuale riscoperta di tali concetti per aiutare a capire ciò che è avvenuto e sta avvenendo negli ultimi anni nel Sud-est asiatico vada coniugata con la sfida attuale del mercato globale.

Negli stessi anni oggetto della presente analisi l’area ASEAN è stata il terreno di una vera e propria guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina per il predominio della regione.  Diversi osservatori concordano che tale scontro si sia concluso con un ritorno dell’area ASEAN all’interno della sfera di influenza cinese. Tale conclusione è suffragata da una serie di dati tra cui l’aumento record degli scambi commerciali tra Cina e area ASEAN, i quali nel 2017 ammontavano a 515,6 miliardi di dollari con un incremento annuale del 13,8%. Parimenti le esportazioni cinesi nello stesso anno sono aumentate del 9% mentre le importazioni dai Paesi ASEAN addirittura del 20%. Di converso, il volume totale degli scambi commerciali tra USA e area ASEAN nel 2016 si fermava a 230 miliardi di dollari. Il dato è impressionante se si pensa che all’inizio dello scorso decennio il valore totale degli scambi commerciali statunitensi valeva quasi il 20% sul totale dell’area ASEAN, mentre quelli cinesi appena il 4%. Anche nell’ambito degli investimenti diretti esteri (IDE), in cui gli Stati Uniti vantavano uno storico ed intaccato primato, si è assistito ad una inversione di tendenza. Se gli IDE cinesi nel triennio 2014-2016 sono pressoché raddoppiati passando da 6,2 a 11,2 miliardi di dollari, quelli statunitensi hanno registrato un trend ondivago concludendo il triennio con un decremento dell’11% attestandosi intorno ai 18 miliardi di dollari, Le ragioni dell’incremento degli IDE cinesi sono riconducibili alla necessità delle imprese cinesi di delocalizzare parte delle proprie attività sfruttando la manodopera a basso costo del mercato del lavoro del sud-est asiatico. Ciò che ne deriva è una accresciuta dipendenza dell’economia sud-est asiatica da Pechino, dipendenza che ha delle ovvie ricadute anche sul piano politico. In che modo questo doppio livello egemonico influenzi o abbia influenzato la deriva autoritaria degli ultimi anni resta una suggestione che sarebbe meritevole in futuro di ulteriori riflessioni.

Seppur dipendente da Pechino ed esposta a variabili esterne come un’eventuale crisi del credito bancario cinese, l’economia Sud-est asiatica continua il suo percorso di crescita con l’obiettivo dichiarato da parte della stessa Asean Economic Comunity che questa diventi la quarta al mondo entro il 2050. Tuttavia, al netto degli indicatori di riferimento e alle prospettive di crescita, è utile ragionare su quali siano i costi dell’autoritarismo per quanto concerne lo sviluppo dei Paesi sud-est asiatici. La letteratura specializzata è ricca di studi che indicano come, a livello generale, nei sistemi autoritari si creino zone di opacità in grado di favorire corruzione e economia sommersa, in ragione della debolezza delle istituzioni democratiche, in primis quelle parlamentari. D’altro canto, non vi sono studi econometrici che siano riusciti a dimostrare in maniera univoca se e in che modo i sistemi autoritari offrano meno garanzie per la crescita e per la stabilità economica rispetto alle democrazie occidentali. Ad ogni modo, nel nostro caso, si ritiene utile illustrare le ricadute economiche specifiche partendo da due casi.

Il Myanmar aveva avviato nel 2011 un lungo processo di transizione con l’elezione del primo Governo non militare, successivamente consolidatosi con la vittoria elettorale nel novembre 2015 della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) del premio Nobel per la pace Aung San Su Kyi. La recente crisi dei Rohingya, oltre alle diffuse critiche della comunità internazionale, è stata una delle ragioni che hanno generato un clima di sfiducia negli investitori stranieri. Già nel 2017 si è registrato un decremento degli IDE di 2,2 miliardi di dollari rispetto all’anno precedente secondo i dati diffusi dalla DICA, la Direzione Nazionale per gli Investimenti e l’Amministrazione d’Impresa. Parimenti, la crisi ha avuto effetti inevitabili sul turismo con l’ultimo quadrimestre dell’anno che segnava un calo del 10% degli arrivi di turisti internazionali all’aeroporto di Yangon, il quale funge da hub internazionale.

Nelle Filippine l’elezione del presidente Rodrigo Duterte nel maggio 2016 ha portato nel Paese una nuova ondata di populismo. Manifesto della politica di Duterte è la lotta al narcotraffico con l’impiego di polizia e paramilitari accusati di essere coinvolti in esecuzioni sommarie che al gennaio 2018, secondo Human Rights Watch avrebbero causato oltre 12.000 morti. Tuttavia, la vera partita di Duterte si sta svolgendo nell’Isola di Mindanao, da decenni teatro di scontri con movimenti separatisti della minoranza musulmana e nella quale nell’ultimo periodo si sarebbero radicati movimenti affiliati all’ISIS. In questo caso gli analisti concordano che la crisi non ha avuto effetti negativi diretti sulla crescita. Del resto, l’isola di Mindanao è considerata il potenziale economico inespresso delle Filippine, e gli stessi analisti concordano che la crisi è uno dei fattori principali che mantiene tale potenziale bloccato. Nel recente Philippines-Mindanao Jobs Report elaborato dalla Banca Mondiale, tali concetti sono ribaditi e largamente discussi, sottolineando come a margine di un PIL pro-capite nazionale di 2953 dollari, quello di Mindanao sia di 1.800 dollari mentre all’interno della Regione Autonoma Musulmana di Mindanao (ARMM) scenda addirittura a 576 dollari.

Da questi due casi specifici si può tuttavia desumere un ulteriore elemento relativo alla dialettica tra sistemi autoritari e sviluppo nei Paesi del Sud-est asiatico. La quasi totalità di questi Paesi, infatti, soffre di profondi gap tra aree urbane e rurali, dove le differenze non sono esclusivamente di tipo economico, ma sociale, etnico e religioso. Allo stesso modo, differenti governi autoritari rispondono a gruppi di potere di riferimento, su base politica etnica e religiosa. Il modello di politica economica, corrispondente al paradigma dell’autoritarismo e spesso associato a un bisogno del controllo del territorio, ha fatto e fa sì che la crescita aumenti le distanze tra centro e periferia, tra aree urbane e rurali. Questo in virtù di una crescita di queste ultime meno che proporzionale rispetto ai dati nazionali. Tale andamento ha l’effetto primario di creare sacche di sperequazione e diminuire la coesione sociale, aumentando nel medio periodo i rischi di instabilità per il Paese. Inoltre, la marginalizzazione di alcune aree del Paese, associata spesso al citato bisogno di controllo del territorio, implica la perdita di opportunità di crescita sia per quanto riguarda gli investimenti che l’alimentazione e lo sviluppo della domanda interna a cui tanto devono le performance degli ultimi anni dei Paesi dell’area ASEAN. Tutti questo sono elementi che nel lungo periodo possono minare la sostenibilità della crescita di buona parte di questi Paesi.

Non è del resto prevedibile se il modello di crescita autoritaria sia sostenibile nel lungo periodo, ovvero se un pieno soddisfacimento dei diritti sociali ed economici sia destinato ad alimentare un avanzamento delle istanze civili e politiche, secondo il principio wildiano del desiderio alimentato dalla propria insoddisfazione. Il movimento della rivoluzione degli ombrelli e delle proteste di Hong Kong, pur al netto della loro natura circostanziata, potrebbe essere un primo segnale della permeabilità asiatica a tali considerazioni. Quanto precede non significa ovviamente disconoscere le peculiarità culturali e la centralità dell’etica sociale e comunitaria nei Paesi sud-est asiatici.

In tal senso, la vera sfida per i Paesi del Sud-est asiatico non è definibile come la transizione verso la costituzione di modelli democratici sulla base occidentale, tanto quanto sulla coniugazione di alcune delle istanze della cosiddetta teoria degli Asian values, rivisitati e depurati dalle derive autoritarie più estreme, con modelli nazionali comunitari e inclusivi.

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