Il ruolo della Belt and Road Initiative (BRI) nella storia del Partito comunista cinese: passato, presente e futuro

Quando si discute della Belt and Road Initiative (BRI) si fa spesso riferimento al momento in cui, alla fine del 2013, il Presidente cinese Xi Jinping ne annunciò una prima versione (allora battezzata “Silk Road Economic Belt”) durante una visita ufficiale in Kazakistan. Da allora la BRI è stata intesa in vari modi, anzitutto come un poderoso progetto di sviluppo infrastrutturale destinato a rafforzare l’interconnessione del continente eurasiatico. L’audacia del progetto, unita all’opacità dei pronunciamenti ufficiali che lo riguardano e degli strumenti di finanziamento che lo dovranno sorreggere, hanno portato al proliferare di “interpreti” che, incluso chi scrive, cercano di sviscerarne le componenti e gli orizzonti. Per quanto ben documentati, questi contributi nulla hanno detto della posizione della BRI nell’evoluzione della storia del Partito comunista cinese (Pcc) e della Repubblica popolare cinese (Rpc).

Come rilevato da Marina Miranda in un contributo ospitato da questa rivista,[1] l’inserimento del “Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era” (Xí Jìnpíng xīn shídài Zhōngguó tèsè shèhuì zhǔyì sīxiǎng, 习近平新时代中国特色社会主义思想) nello statuto del Pcc deciso dal XIX Congresso nazionale nell’ottobre 2017[2] pone Xi in relazione di continuità diretta con Mao Zedong: gli unici due leader cinesi a ricevere l’onore di vedere il proprio “Pensiero” inserito nello  del Partito.[3] Questo passaggio suggerisce l’opportunità di adottare una prospettiva storica per cogliere il significato del Pensiero di Xi e delle sue articolazioni, tra cui, sul fronte delle relazioni internazionali, la stessa BRI.

In un saggio di recente pubblicazione, Gregg A. Brazinsky ha analizzato la competizione tra Cina e Stati Uniti nel Terzo Mondo durante la Guerra fredda. L’idea di fondo è che la politica estera cinese dell’epoca verso i paesi in via di sviluppo fosse principalmente guidata dal desiderio di acquisire “status” in ambito internazionale: la tensione verso l’acquisizione di maggiore status, specialmente tra le società post-coloniali – scrive Brazinsky – era vista come uno strumento essenziale per riacquisire l’onore e la gloria perduti in seguito alla lunga storia di umiliazione subita dal popolo cinese. Secondo l’autore, la ricerca di “status” è un elemento fondamentale per comprendere le percezioni, le decisioni e le iniziative dei leader cinesi durante la Guerra fredda.[4] Essi si ritenevano, infatti, depositari di un mandato speciale ad aiutare i popoli vittima del colonialismo a emanciparsi e conquistare l’indipendenza seguendo l’esempio glorioso del successo rivoluzionario cinese.

Come mostrato in numerosi studi da Niu Jun, l’unicità della posizione cinese nel mondo trova evidente riscontro nelle diverse articolazioni della Teoria della Zona Intermedia (TZI, zhōngjiān dìdài, 中间地带), ingegnosa proposta di Mao per interpretare il contesto internazionale nelle diverse fasi della Guerra fredda e per adattare i percorsi della politica estera cinese a quelle tendenze. Ogni qual volta la politica estera cinese entrava in una nuova fase, Mao riproponeva la TZI fornendone un’interpretazione che ascrivesse alla Cina una posizione “speciale” nel sistema internazionale, distinta da quella di tutti gli altri paesi. La prima versione della TZI risale infatti al 1946 (un anno dopo la consacrazione del pensiero maoista come ideologia guida del Pcc), un momento cruciale nella lotta fratricida tra comunisti e nazionalisti per la conquista del potere in Cina. A quel tempo Mao divideva il mondo in tre zone: una prima zona guidata dagli Stati Uniti, una seconda zona guidata dall’Unione Sovietica, e una terza vasta zona frapposta tra le prime due e per questo detta appunto “intermedia”. Il successo delle forze rivoluzionarie nella zona intermedia, Cina in primis, avrebbe segnato il percorso della politica internazionale. In questa configurazione Mao attribuiva a se stesso e al proprio partito il ruolo di leader rivoluzionario del polo “intermedio”, avanguardia illuminata nella lotta contro il tentativo egemonico degli Stati Uniti di soffocare i movimenti di liberazione nazionale per raggiungere il controllo totale del sistema internazionale. Questa propensione “multipolare” fu presto subordinata all’esigenza di allinearsi alla visione bipolare dei “due campi” emersa nel 1947 all’interno del Cominform e all’alleanza siglata con Mosca nel 1950. Essa tuttavia riemergeva periodicamente ispirando negli anni Cinquanta alcune avances verso i paesi dell’Europa occidentale – mirate ad approfondire quelle che Mao definiva le “contraddizioni” tra il loro desiderio di indipendenza e le pressioni egemoniche americane – e forniva al contempo una cornice teorica all’offensiva diplomatica cinese in Africa e Asia successiva alle conferenze di Ginevra (1954) e  di Bandung (1955).

Nei primi anni Sessanta l’approfondirsi del conflitto ideologico con Mosca ispirò una crescente radicalizzazione della politica estera cinese, in un momento in cui il confronto con l’imperialismo americano in Indocina si avviava verso una minacciosa escalation. In questa cornice, Mao rilanciò la TZI rivisitando la composizione del polo intermedio, dividendolo a sua volta in due sub-zones: la prima composta dai paesi sottosviluppati in Asia, Africa e America Latina, e la seconda comprendente i paesi sviluppati dell’Europa insofferenti alle pressioni americane e alle minacce sovietiche. In questa fase, la promozione dello status internazionale del paese in Asia e Africa a svantaggio di Mosca si accompagnava alla creazione di un “fronte unito” in chiave anti-americana che dava ai paesi europei il ruolo di “alleati indiretti” di Pechino. L’avvio dei rapporti diplomatici con la Francia di De Gaulle nel 1964 rappresentò allora l’applicazione più sorprendente della “nuova” TZI del Grande Timoniere.

New York, 10 aprile 1974: in occasione di un dibattito su materie prime e sviluppo economico, Deng Xiaoping presenta la Teoria dei Tre Mondi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (immagine: United Nations Photo).

La rivoluzione maoista, fondendo in unità organica comunismo e nazionalismo, mirava a restituire alla nazione cinese indipendenza, liberandola dalle interferenze esterne e dai rapporti asimmetrici, e “status”, riportandola al “centro” del mondo. Se la TZI rappresentò la componente esterna di questa visione, le campagne anti-sovietiche degli anni Sessanta,  culminate durante la Rivoluzione culturale e volte a depurare il paese dalla dipendenza ideologica e tecnica da Mosca, ne furono la manifestazione più radicale all’interno del paese. Gli “eccessi” rivoluzionari indebolirono la funzione trasformativa della “rivoluzione” maoista nel momento in cui la sicurezza del paese fu minacciata a Nord da Mosca e a Sud, attraverso il Vietnam e Taiwan, da Washington. Il “consolidamento” dei risultati della rivoluzione, come venne chiamata allora la chiusura della fase più acuta della Rivoluzione culturale, fu accompagnato all’esterno dall’“apertura” di Mao agli Stati Uniti per far fronte alla pressione “social-imperialista” sovietica. L’enfasi sui progressi della lotta di classe venne sostituita progressivamente da un altro tipo di “sviluppo” rivoluzionario, quello economico, come oggetto della missione del Pcc.

Ancora una volta Mao avrebbe assorbito questa mutazione della politica cinese in una nuova configurazione della TZI, ma la novità fu che sarebbe stato Deng Xiaoping a comunicarlo al mondo, come di fatto accadde nella sua celebre esposizione alle Nazioni Unite nel 1974. La “Teoria dei Tre Mondi” (sān gè shìjiè de lǐlùn, 三个世界的理论), come venne chiamata la nuova TZI, inseriva nel primo mondo le superpotenze egemoniche (USA e URSS), nel secondo mondo i paesi sviluppati (Europa, Giappone e Canada) e collocava infine i paesi in via di sviluppo dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina nel terzo mondo. In questa configurazione la Cina ambiva a guidare la lotta anti-egemonica del terzo mondo in un fronte unito con i paesi del secondo mondo e con gli Stati Uniti per contenere la minaccia sovietica, allora ritenuta da Mao ancora la più aggressiva.[5] Come fa notare Chen Jian, fine studioso di politica estera cinese, la Teoria dei Tre Mondi manteneva la visione tripartita della TZI ma sostituiva lo “sviluppo” alla “lotta di classe” come elemento di organizzazione gerarchica del mondo. Ciò avrebbe avviato una trasformazione progressiva del paese ricalibrando la sua rotta verso la modernizzazione e aprendo le porte al lancio della stagione di “riforma e apertura” avviato da Deng Xiaoping nel dicembre del 1978.[6]

La tacita alleanza tra Pechino e Washington, lanciata da Mao e potenziata dalle intese strategiche tra i due paesi come corollario della riforma denghista, avrebbe progressivamente liberato l’orizzonte dello sviluppo cinese dall’ossessione della minaccia “social-imperialista” sovietica e inaugurato l’ingresso della Cina nella globalizzazione nel segno del binomio “pace” e “sviluppo”. Come ha scritto nel 2005 il teorico cinese dello “sviluppo pacifico” Zheng Bijian, la decisione cinese di abbracciare la globalizzazione, apprendendo dagli altri paesi senza compromettere la propria indipendenza, è stata la scelta strategica più rilevante per il paese. Da quel momento in poi si creava una simbiosi progressiva tra la Cina e il sistema internazionale: se lo sviluppo cinese era da una parte condizionato dal mantenimento di un contesto internazionale pacifico e stabile, dall’altra era diventato esso stesso prerequisito della stabilità e della prosperità di questo stesso contesto.

Nel Libro Bianco “Lo sviluppo pacifico della Cina” pubblicato nel 2011 dal Consiglio per gli affari di Stato della Repubblica popolare cinese, questa logica dell’interdipendenza legata allo sviluppo generato dalla globalizzazione è interpretata per la prima volta come matrice naturale della nascita di una “comunità di destino comune” (mìngyùn gòngtóngtǐ, 命运共同体). A causa della globalizzazione, dunque, paesi con diversi sistemi e livelli di sviluppo si troverebbero in un stato di interdipendenza e di interessi condivisi. Questo avrebbe come effetto quello di “trasformare il mondo in una comunità di destino comune i cui membri sono profondamente interconnessi”.[7] È facile osservare come la matrice della TZI venga nuovamente riadattata al mutato contesto internazionale per conferire ancora una volta alla Cina un ruolo “centrale”. Se nella Teoria dei Tre Mondi il desiderio di sviluppo legittimava il ruolo della Cina come guida del Terzo Mondo e polo di riferimento trasversale nella lotta contro le egemonie, nel sistema globalizzato l’interdipendenza consente alla Cina di proporsi legittimamente come un elemento sempre più indispensabile di questa nuova “comunità dal destino comune”. Nel 1984 in un colloquio ufficiale con il Presidente del Brasile, Deng Xiaoping rimarcava che la politica cinese si poteva sintetizzare in due parole: pace e sviluppo. La Cina lottava per la pace contro le forze egemoniche insieme ai paesi del Terzo Mondo, ai quali apparteneva, e sarebbe comunque sempre appartenuta, anche quando fosse divenuta prospera e potente, in quanto ad essi indissolubilmente legata da un “destino comune”.[8]

Aprile 2015: in vista dell’imminente visita ufficiale di Xi Jinping a Islamabad, Pakistan, la città venne tappezzata di cartelli propagandistici, alcuni dei quali dedicati all’ormai celebre nozione della “Comunità di destino comune ” (immagine: Farooq Naeem/ AFPGetty Images).

“Aderire al percorso di sviluppo pacifico e costruire una comunità di destino comune con tutta l’umanità”: cosi titola la penultima sezione del lungo rapporto presentato dal Segretario  generale Xi Jinping al Congresso nazionale del Partito comunista cinese nell’ottobre del 2017.[9] Questa comunità di destino comune, come ha scritto Wang Yiwei nel suo ultimo volume, è l’anima del nuovo ordine economico globale verso cui punta la Belt and Road Initiative. Un ordine che, secondo Wang, “supera la logica a somma zero tipica della Guerra fredda e trascende la normale concezione dell’interesse personale nella politica internazionale”.[10] È utile notare come, sebbene il concetto di comunità di destino comune  sembri parlare del mondo come un’unità omogenea che comprende paesi sviluppati e in via di sviluppo, il governo cinese tenda a utilizzare questa categoria principalmente nei confronti di questi ultimi e delle organizzazioni multilaterali. Nell’ambito delle relazioni bilaterali con i paesi sviluppati, invece, la Cina preferisce enfatizzare l’elemento degli “interessi” condivisi descrivendo le rispettive partnership come rientranti nella cornice di una “comunità di interessi comuni” (lìyì gòngtóngtǐ, 利益共同体).[11]

L’inserimento del Pensiero di Xi nello statuto del Pcc – insieme a BRI  e al concetto di comunità di destino comune – conferisce ad esso, e agli strumenti concettuali di cui si compone, una funzione organica nell’evoluzione della storia del Partito e della Repubblica popolare. Come ha osservato l’eminente costituzionalista Jiang Shigong, Xi si è fermamente opposto alle interpretazioni che indicavano contraddizioni e cesure tra gli anni di Mao e quelli di Deng e ha sempre presentato la storia della Rpc e del Partito come un percorso continuo, integrato e ininterrotto. Nel Rapporto politico di Xi all’ultimo Congresso nazionale, scrive Jiang, non si usano più le diverse “generazioni” dei leader per ricostruire la storia del Pcc, ma si sposta la chiave interpretativa sulla sua “missione storica” applicando una periodizzazione divisa in tre grandi transizioni: quella dalla lotta contro il sistema feudale all’indipendenza conclusasi nel 1949 con la creazione della Repubblica popolare; il passaggio dall’indipendenza alla creazione delle precondizioni politiche e istituzionali per la creazione di una nuova era di prosperità, avvenuto tra il 1949 e il 1978; infine, la costruzione finale del Socialismo con caratteristiche cinesi tra il 1978 e il 2018 che ha permesso alla Cina di diventare ricca e potente. In questa cornice, dunque, si inserisce la “nuova era” del Socialismo con caratteristiche cinesi – un’era che si auspica duri fino al 2049, i cento anni dalla fondazione della Repubblica popolare, e sarà guidata dal Pensiero di Xi per la modernizzazione del socialismo e il “grande rinascimento della nazione cinese”.[12]

Questa periodizzazione riflette il tentativo di creare una continuità nella storia cinese – brutalmente interrotta dall’invasione straniera e dal cosiddetto “secolo delle umiliazioni” – che “ricolleghi le tre tradizioni” (tōng sān tǒng, 通三统) della Cina classica, di Mao e di Deng.[13] Dopo la sinizzazione del marxismo compiuta da Mao negli anni Trenta, dunque, il Pensiero di Xi approfondisce ulteriormente il radicamento del marxismo in Cina connettendolo al pensiero della Cina classica: un sistema universalista al cui interno – come spiegava il filosofo Feng Youlan – la Cina non vedeva se stessa come uno Stato, ma come il centro di un ordine globale rispetto a cui essa rappresentava l’unica civiltà capace di esprimere un’appropriata autorità morale. Il “rinascimento” della nazione cinese si fonderebbe dunque su questo ricongiungimento tra Cina classica e marxismo, che trova nel Pensiero di Xi il suo catalizzatore all’interno di un mondo globalizzato del quale la Cina è un sostegno indispensabile. In un contesto di interdipendenza globale, la missione storica del Pensiero di Xi acquisisce quindi un orizzonte universale di cui la  manifestazione più immediata è la comunità di destino comune.

La Presidente della Commissione Affari esteri dell’Assemblea nazionale del popolo (il Parlamento della Rpc) Fu Ying scrive che la comunità di destino comune non mira a creare un “nuovo ordine parallelo”, ma ambisce a riformare quello esistente fondato sulle Nazioni Unite e sulle istituzioni ad essa connesse. Secondo Fu Ying, quest’ordine fu creato dai vincitori della Seconda guerra mondiale come un “governo mondiale” fondato sul multilateralismo. Esso rappresenta oggi uno storico progresso per l’umanità per la sua capacità di strutturare le relazioni internazionali e lo sviluppo in un sistema universalmente condiviso di regole di governance. Quest’ordine, scrive Fu, e’ stato tuttavia utilizzato dai suoi stessi promotori (Stati Uniti in primis) in funzione dei loro interessi, ed e’ stato progressivamente indebolito da azioni unilaterali che lo hanno scavalcato. Per questo oggi è necessario ristrutturarlo in modo da renderlo nuovamente capace di rappresentare compiutamente gli interessi di tutti i suoi membri. La comunità di destino comune esprimerebbe dunque questo ideale poiché “celebra la diversità, l’inclusività e il rispetto degli interessi legittimi e dei valori delle nazioni, indipendentemente dai loro sistemi sociali e livelli di sviluppo”.[14]

Secondo Xi Jinping, spiega Fu, ci sarebbero tre pilastri sui quali costruire questa “nuova comunità”: sicurezza cooperativa, sviluppo congiunto, e inclusione politica. La sicurezza cooperativa deriva dall’interdipendenza globale e dalla necessità di affrontare le nuove minacce in modo coordinato seguendo i principi tradizionali cinesi che enfatizzano l’importanza della pace e della stabilità, della moralità e della giustizia. Essa si pone dunque in antitesi rispetto ai meccanismi di “sicurezza collettiva” tipici del Novecento, che soffocano sia l’indipendenza dei propri membri che la sicurezza di chi non vi partecipa, e mira ad affrontare in modo più inclusivo le nuove sfide globali. Il legame tra sicurezza e sviluppo è uno dei cardini del Pensiero di Xi. La BRI dovrebbe dunque rappresentare il secondo pilastro della comunità di destino comune, diretto a colmare il divario tra sviluppo e sottosviluppo, tra Nord e Sud del mondo, per impedire l’emergere di minacce alla stabilità e alla sicurezza. L’ultimo pilastro, quello dell’inclusone politica, probabilmente il più opaco nelle sue potenziali articolazioni, sembra suggerire una nuova governance globale che faccia leva sul principio dell’accettazione dei diversi modelli di sviluppo e sul rispetto reciproco. In sintesi: la Cina ha imparato dagli altri senza snaturarsi e ora ha qualcosa da offrire al resto del mondo.[15]

Ecco dunque emergere sempre più nitidamente il nuovo “eccezionalismo” cinese: “Esso supera la differenza tra la cultura occidentale e quella cinese”, scrive Jiang Shigong. “Mentre la cultura occidentale tenta di giungere alla soluzione di ogni antagonismo scegliendo una delle posizioni originarie, la cultura cinese cerca di trovare unità in questo antagonismo: ciò si traduce in un pluralismo basato sull’idea di armonia”. Per questa ragione, conclude Jiang, l’ambizione della “soluzione cinese”(Zhōngguó fāng’àn, 中国方案)è quella di assorbire, partendo dalla tradizione cinese, tutti gli elementi positivi presenti nel mondo, e creare un nuovo ordine per la civiltà umana che trascenda e assorba allo stesso tempo quella occidentale”.[16] Viste in questa prospettiva, le trasformazioni istituzionali realizzate negli ultimi mesi in Cina – sia quelle già menzionate relative allo statuto del Pcc ma anche quelle, tanto discusse, sull’abolizione dei termini del mandato presidenziale – diventano necessarie per cogliere, come ha scritto di recente il Quotidiano del popolo, questa storica opportunità e realizzare la missione di Xi Jinping nella “nuova era”.[17]

La Cina sembra avere dunque una visione chiara per il futuro. Di fronte ad essa l’Occidente appare confuso e diviso. Nella maggior parte dei casi, le reazioni alle iniziative cinesi, come nel caso della BRI – di cui gli articoli presenti in questo numero illustrano alcune delle espressioni più significative – sono per lo più emotive e incerte, e non riescono a fornire risposte e proposte adeguate alla portata storico-politica del progetto “rivoluzionario” di Pechino. Negli anni Cinquanta l’isteria anti-comunista negli Stati Uniti impedì a gran parte dell’Occidente di riconoscere l’anima nazionalista del maoismo e la sua intrinseca insofferenza al paternalismo sovietico: la Cina venne dunque inserita da Washington nel campo nemico e per vent’anni fu considerata come un avversario imperscrutabile, minaccioso e offensivo, la cui influenza, come ha dimostrato amaramente l’intervento in Vietnam, andava annientata con qualsiasi mezzo. Sin dagli anni Novanta l’ottimismo liberal ha poi sognato di poter trasformare la Cina, con le idee e i consumi, in un paese più simile a “noi”. A quei sognatori la Cina di oggi appare irriconoscibile. La disillusione che ne deriva sta alimentando un pericoloso dibattito che ritorna a guardare alla Cina come ad una minaccia, rifiutando in toto le logiche che hanno ispirato le politiche di engagement e i risultati da queste prodotti.[18] E qualcuno inizia già a lavorare per riportare indietro l’orologio della Storia.

 

 

[1] Marina Miranda, “Le ambizioni del Pensiero di Xi Jinping per una ‘Nuova Era’”, OrizzonteCina 8 (2017): 6, disponibile all’Url https://www.twai.it/articles/le-ambizioni-del-pensiero-di-xi-jinping-per-una-nuova-era/.

[2] “Resolution of the 19th National Congress of the Communist Party of China on the Revised Constitution of the Communist Party of China”, Xinhua News, 24 ottobre 2017, disponibile all’Url http://www.xinhuanet.com/english/2017-10/24/c_136702726.htm.

[3] “The 7th National Congress”, News of the Communist Party of China, 7 giugno 2006, disponibile all’Url http://english.cpc.people.com.cn/65732/4445920.html.

[4] Gregg A. Brazinski, Winning the third world: Sino-American rivalry during the Cold War (Chapel Hill: The University of North Carolina Press, 2017).

[5] Ministry of Foreign Affairs of the People’s Republic of China, “Chairman Mao Zedong’s Theory on the division of the Three Worlds and the strategy of forming an alliance against an opponent”, disponibile all’Url http://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/ziliao_665539/3602_665543/3604_665547/t18008.shtml.

[6] Chen Jian, “China’s changing policies towards the Third World and the end of the global Cold War” in The end of the Cold War: new perspectives on regional conflicts, a cura di Artemy Kalinovsky e Sergey Radchenko (London: Routledge, 2011), 107-108.

[7] State Council of the People’s Republic of China, “China’s peaceful development”, Pechino, settembre 2011, disponibile all’Url http://english.gov.cn/archive/white_paper/2014/09/09/content_281474986284646.htm.

[8] Deng Xiaoping, “We must safeguard world peace and ensure domestic development”, 29 maggio 1984, disponibile all’Url https://dengxiaopingworks.wordpress.com/2013/03/08/we-must-safeguard-world-peace-and-ensure-domestic-development/.

[9] Xi Jinping, “Secure a decisive victory in building a moderately prosperous society in all respects and strive for the great success of Socialism with Chinese characteristics for a new era”, 18 ottobre 2017, disponibile all’Url http://www.xinhuanet.com/english/download/Xi_Jinping’s_report_at_19th_CPC_National_Congress.pdf.

[10] Wang Yiwei, The Belt and Road: what will China offer the world in its rise (Pechino: New World Press, 2016).

[11] Zhang Denghua, “The concept of ‘Community of Common Destiny’ in China’s diplomacy: meaning, motives and implications”, Asia & the Pacific Policy Studies 5 (2018): 2, 196-207.

[12] Jiang Shigong “Philosophy and History: interpreting the ‘Xi Jinping Era’ through Xi’s Report to the nineteenth national Congress of the CCP”, traduzione in inglese di David Ownby, disponibile all’Url: https://www.thechinastory.org/cot/jiang-shigong-on-philosophy-and-history-interpreting-the-xi-jinping-era-through-xis-report-to-the-nineteenth-national-congress-of-the-ccp/.

[13] Un tentativo inaugurato da Gan Yangnel volume (in cinese) Tōng sān tǒng  [Ricollegare tre tradizioni] (Pechino: SDX Joint Publishing Company, 2007).

[14] Fu Ying, “China’s vision for the world: a community of shared future”, The Diplomat, 22 giugno 2017, disponibile all’Url: https://thediplomat.com/2017/06/chinas-vision-for-the-world-a-community-of-shared-future/.

[15] Jiang Shigong on “Philosophy and History: Interpreting the ‘Xi Jinping Era’ through Xi’s Report to the nineteenth national Congress of the CCP”, trad. inglese di David Ownby, disponibile all’Url: https://www.thechinastory.org/cot/jiang-shigong-on-philosophy-and-history-interpreting-the-xi-jinping-era-through-xis-report-to-the-nineteenth-national-congress-of-the-ccp/.

[16] Jiang Shigong, ibidem.

[17] “Jǐn jǐn zhuā zhù dàyǒukěwéi de lìshǐ jīyù qī” [Cogliere un promettente periodo di opportunità storica], Quotidiano del Popolo, 14 gennaio 2018, disponibile all’Url: http://opinion.people.com.cn/n1/2018/0114/c1003-29763751.html (link in cinese).

[18] Si vedano: “How the West got China wrong”, The Economist, 1 marzo 2018, disponibile all’Url: https://www.economist.com/news/leaders/21737517-it-bet-china-would-head-towards-democracy-and-market-economy-gamble-has-failed-how; Charles Lane, “We got China wrong. Now what?”, The Washington Post, 28 febbraio 2018, disponibile all’Url: https://www.washingtonpost.com/opinions/we-got-china-wrong-now-what/2018/02/28/39e61c0e-1caa-11e8-ae5a-16e60e4605f3_story.html?noredirect=on&utm_term=.b3e9fd458ad1.

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