Il quadro Ue per il controllo degli investimenti esteri: atto simbolico o inizio di un nuovo corso?

L’Unione europea (Ue) ha introdotto un nuovo quadro per il controllo degli investimenti esteri la cui piena applicazione è prevista a partire dall’ottobre 2020.[1] Nonostante sia formalmente non-discriminatorio e non ufficialmente diretto agli investimenti provenienti da determinati paesi, non è un segreto che l’obiettivo principale della nuova legislazione Ue siano gli investimenti in arrivo dalla Cina. I dettagli di questo meccanismo di screening degli investimenti e di alcuni degli impatti diretti che potrebbe avere sui flussi degli investimenti destinati all’Ue, specialmente in relazione alla Cina, sono stati ampiamente discussi sia prima che a partire dall’introduzione del quadro. È ancora troppo presto per offrire una risposta definitiva su quale sarà l’impatto di questa nuova legislazione sugli investimenti cinesi nell’Unione europea. Le attuali previsioni continuano a variare: alcuni osservatori prevedono che il meccanismo avrà un impatto significativo sui flussi degli investimenti cinesi in Ue, mentre altri ritengono non ne avrà alcuno.[2]

I criteri che potrebbero essere presi in considerazione per condurre valutazioni sui flussi degli investimenti esteri in arrivo nell’Ue si baseranno sul modo in cui questi impatteranno su “infrastrutture critiche”, “tecnologie critiche”, “fornitura di materiali critici” – quali l’energia e le materie prime –, “accesso a informazioni sensibili o l’abilità di controllo dell’informazione”, o “la libertà e il pluralismo dei media”. In un editoriale pubblicato nel marzo 2019, il direttore della redazione di China Daily Europe di Bruxelles Chen Weihua esorta l’Unione europea ad “accelerare i negoziati con la Cina per un accordo bilaterale per gli investimenti volti a infondere fiducia negli investitori in Ue e Cina”, piuttosto che “prendere inutilmente di mira gli IDE cinesi” (immagine: THIERRY CHARLIER/AFP via Getty Images).

Inserito in un più ampio contesto, il meccanismo è simbolo di una nuova direzione di policy presa dall’Unione europea, non solo in materia di controllo sugli investimenti e di gestione delle relazioni con la Cina, ma anche in materia di investimenti esteri e, possibilmente, in materia di economia globalizzata, di cui l’Ue è stata, in passato, fervente promotrice. Fino a che punto arrivi questa nuova direzione di policy e quale sarà il suo impatto reale non è ancora chiaro, sia per quanto riguarda il suo obiettivo dichiarato e circoscritto di contrastare le minacce alla sicurezza e dell’ordine pubblico che derivano dai flussi di investimenti diretti esteri (IDE) e da una più consistente relazione economica con la Cina, sia nella policy adottata dall’Ue per gestire la propria posizione all’interno di un’economia globalizzata.

 

Flussi degli investimenti

Il quadro per il controllo degli investimenti esteri in Ue è stato introdotto nel contesto di un rapido aumento degli investimenti cinesi in Europa. Dati Eurostat relativi alla bilancia dei pagamenti Ue mostrano come i flussi di IDE provenienti dalla Cina siano aumentati da €121 milioni nel 2008 a €12,9 miliardi nel 2017.[3] Nel 2018, gli investimenti entranti sono scesi a quota €3,9 miliardi. Il declino nel 2018 si potrebbe collegare alla prospettiva dell’introduzione del quadro per il controllo degli investimenti e alla percezione che in Ue si stesse creando un ambiente sempre più ostile agli investimenti cinesi. Ma questo dato si può anche inserire in un contesto più ampio per cui i flussi complessivi di investimenti nell’Ue, da un picco di €815,1 miliardi nel 2015, sono scesi a quota € -204,3 miliardi nel 2018. Nel 2018, investitori esteri come gli Stati Uniti, ma anche India e Brasile, disinvestirono massicciamente dall’Unione europea. Al contempo si registrava il declino dei flussi degli investimenti in arrivo da paesi quali Svizzera, Russia e Giappone. È dunque possibile che la contrazione degli investimenti cinesi registrata nel 2018 non sia interamente né unicamente attribuibile all’imminente approvazione del quadro di controllo. Occorre inoltre prendere nota del fatto che le statistiche sulla bilancia dei pagamenti della Cina mostrano che i flussi complessivi di IDE in uscita dalla Cina sono scesi dal picco storico di $216,4 miliardi nel 2016 a $96,5 miliardi nel 2018. Uno dei motivi principali di questo declino è l’adeguamento di policy interne che ha portato alla complessiva riduzione degli investimenti destinati all’estero. Appare quindi difficile districare la complessa matrice di possibili concause che collegano il quadro per il controllo degli investimenti, il paese di provenienza di parte di questi investimenti (la Cina), la pluralità dei paesi destinatari nell’Ue, e altri fattori globali.

Statistiche più recenti suggeriscono che se il quadro per il controllo degli investimenti esteri avesse avuto effettivamente l’effetto di scoraggiare l’arrivo di investimenti dalla Cina, quest’ultimo avrebbe avuto vita breve. Dati trimestrali mostrano come, nel periodo immediatamente precedente l’approvazione del quadro di controllo (quarto trimestre del 2018 e primo trimestre del 2019), i flussi di investimenti dalla Cina siano stati rispettivamente di € -2,2 miliardi e € -671,9 milioni. Ciò significa che le aziende cinesi, come molte altre nello stesso periodo, stavano di fatto disinvestendo dall’Europa. È probabile che questi cali nei flussi degli investimenti siano stati in qualche modo provocati dall’imminente introduzione del quadro per il controllo degli investimenti, ma, come suggeriscono statistiche annuali, non è ancora chiaro quali siano solo semplici correlazioni, e quali invece siano le effettive cause alle quali sono dovuti questi cali. Il quadro complessivo è reso ancor meno chiaro dal fatto che nel secondo e terzo trimestre del 2019 i flussi degli investimenti provenienti dalla Cina siano stati pari a €4,5 miliardi e €6,0 miliardi che, presi insieme, rappresentano i maggiori flussi d’investimento dalla Cina in Unione europea registrati in un semestre. Per il momento, qualsiasi impatto a lungo termine del meccanismo di screening sulle tendenze aggregate degli investimenti resta da chiarire, ma a prima vista la relazione tra questi due fattori appare tutt’altro che semplice e diretta.

 

Una nuova direzione in termini di policy?

Ovviamente, a livello ufficiale, l’obiettivo che si cela dietro al quadro per il controllo degli investimenti esteri nell’Unione non è la riduzione dei flussi degli investimenti provenienti dalla Cina. Gli obiettivi dichiarati della nuova legislazione sarebbero anzi la protezione della sicurezza nazionale e l’ordine pubblico:[4] obiettivi di policy tanto circoscritti che pare ne escludano di più ampi, come ad esempio il blocco degli investimenti esteri per motivi puramente economici, o per motivi di politica estera ad essi non correlati. Per quanto riguarda i suoi effetti legali, al momento il quadro è ancora debole e affida agli Stati membri il controllo sostanziale degli investimenti. Il quadro può comunque essere visto come parte di sviluppi di policy volti a contrastare una percepita minaccia cinese che è concepita in termini più ampi rispetto a quelli della mera sicurezza o dell’ordine pubblico, e che è di natura prevalentemente economica. Altre iniziative di policy interne all’Ue, come quelle introdotte in materia di politiche di concorrenza, industriali e per gli appalti pubblici sono state giustificate dal bisogno di contrastare una sfida di concorrenza proveniente dalla Cina.[5] Il quadro per il controllo degli investimenti esteri è stato introdotto principalmente su istigazione di quelle che, a seguito della Brexit, sono rimaste le tre più importanti economie dell’Ue – Germania, Francia, Italia – ed è un’iniziativa che quindi riflette le loro rispettive preoccupazioni legate alla Cina.[6] Nella misura in cui è diretto contro una fonte di investimenti in particolare, il meccanismo di screening voluto dall’Ue è stato dunque motivato dall’ascesa economica della Cina e dal suo affermarsi come importante investitore a livello Ue e globale. Questo tipo di timore europeo legato alla Cina è stato evidenziato in diverse occasioni, compreso un dibattito tenutosi al Parlamento europeo durante il quale i rappresentanti di diversi Stati sostennero che gli investimenti rappresentavano una minaccia[7] – convinzione, questa resa ancor più palese dalla Francia e dalla Germania, che si sono fatte promotrici di cambiamenti in settori che vanno dalla concorrenza alle policy industriali.[8] La policy del controllo degli investimenti può essere inoltre inserita nel contesto di uno sforzo Ue volto a formulare una strategia sulla Cina di riequilibrio, reciprocità e condizioni di parità, così com’è stata promulgata nel 2016 e nel 2019.[9]

Nonostante la rapida crescita degli investimenti cinesi in Ue abbia creato un contesto favorevole all’introduzione del quadro per il controllo degli investimenti, vi sono preoccupazioni più specifiche nel contesto Ue, quali la sicurezza nazionale. Vi sono stati infatti timori di sicurezza legati agli investimenti cinesi e alla loro presenza in Ue. Questi sono spesso diretti alle infrastrutture, incluse quelle energetiche e dei trasporti (come nel caso della centrale nucleare Hinckley Point C che sarà completata da EDF), nonostante in questo caso il coinvolgimento cinese sia di carattere puramente finanziario. Il dibattito sulla linea 5G fornita da Huawei, benché costituisca un problema in materia di investimenti, è ben rappresentativo dei timori e delle preoccupazioni europee. Il problema della sicurezza è quindi spesso legato ad altre questioni che di solito non rientrano in una circoscritta definizione di sicurezza. Alla base di questo, come il dibattito del Parlamento europeo ha dimostrato, vi è la natura degli investimenti che l’Ue attrae e dei settori maggiormente selezionati dagli investitori cinesi. Da diversi anni si è notato come una delle principali motivazioni alla base degli investimenti cinesi nell’Unione sia l’acquisizione di tecnologie. Ci sono stati eventi specifici che sembrano aver influito su questo, in particolare l’acquisizione della tedesca Kuka da parte della società cinese Midea nel 2016, a cui è seguita una reazione politica di entità significativa. Gran parte delle preoccupazioni Ue si concentrano sulla struttura dell’economia cinese e sul modo in cui essa funziona. Questo si riferisce primariamente al ruolo che lo Stato e le imprese statali ricoprono all’interno dell’economia cinese, specialmente in termini di supporto di policy che le imprese statali ottengono tramite sussidi loro concessi per attività legate agli investimenti diretti esteri. Più di recente, i principali timori dell’Ue si sono concentrati sulla Belt and Road Initiative e l’impatto che, attraverso gli investimenti, si ritiene essa possa avere sull’Ue in termini sia economici, sia politici. Tali preoccupazioni si possono considerare rappresentative di più generici timori legati ad un possibile declino dell’Ue, o ad una sua perdita di competitività in un ordine economico globale dominato dalla competizione nazionale. A partire dal 2008, l’Ue ha sofferto gli effetti della crisi economica e della stagnazione. I maggiori cambiamenti nel potere economico globale sono alla base delle crescenti preoccupazioni per le apparenti minacce competitive per l’Ue, comprese quelle provenienti dalla Cina e dai suoi investimenti, ma anche dalla policy economica sempre più aggressiva degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump.

Gli investimenti esteri hanno fatto parte del moderno sistema capitalista sin dal suo primo sviluppo. L’esistenza di questo tipo di investimenti fu notata dai fondatori della teoria classica dell’economia politica, tra cui Adam Smith[10] e, alla fine del XIX secolo, essa risultò d’importanza sufficiente da meritare l’attenzione, tra gli altri, di Lenin, come spiegazione dell’imperialismo.[11] Nel secondo dopoguerra, gli IDE emersero come elemento centrale di quella che sarebbe poi stata definita “globalizzazione”. Negli anni Sessanta del Novecento, gli IDE divennero un fenomeno di sempre maggiore importanza per l’economia globale, attirando l’attenzione dei commentatori internazionali, soprattutto in corrispondenza della rapida crescita degli investimenti provenienti dalle aziende statunitensi.[12] Sebbene non costanti, i flussi di IDE e il commercio si sono rapidamente espansi nel corso del processo di globalizzazione dagli anni Ottanta. Si sono poi registrati picchi nei flussi di IDE negli anni Novanta e nei primi anni 2000, benché interrotti dai crolli dovuti alle crisi del 2001 e del 2008. In questo periodo, gli IDE sono stati fortemente promossi dalle potenze economiche occidentali che ne hanno dominato i flussi, in particolare gli Stati Uniti e l’Ue, e dalle istituzioni internazionali da loro controllate, quali la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale (Fmi).

Secondo quella che negli ultimi decenni è diventata l’ortodossia economica della globalizzazione e dello sviluppo, gli IDE apporterebbero benefici sia ai paesi fonte degli investimenti in uscita, sia ai paesi destinatari. I benefici degli IDE sono entrati nel pacchetto standard delle politiche economiche prescritte dal Washington consensus, e quest’ultimo fu a sua volta promosso dalla Banca mondiale nell’ambito dei suoi programmi di sviluppo.[13] I governi nei paesi sviluppati sono stati ansiosi di promuovere e sostenere gli investimenti delle loro aziende. Un programma di policy volto a rimuovere le barriere ai flussi di investimento è stato parte di questo, e quei governi che avevano introdotto politiche con l’obiettivo di limitare gli investimenti avrebbero dovuto emendarle. Come i beni, il capitale – o almeno, così procedeva il ragionamento –, dovrebbe fluire senza alcuna interferenza da parte dello Stato. La moderna crescita degli investimenti diretti esteri è stata spesso vista come parte di un più ampio processo di globalizzazione associato al liberismo e al neo-liberismo la cui caratteristica fondamentale è l’indebolimento del potere dello Stato e il dominio dei mercati.[14] Nella visione popolare, il mondo sarebbe dunque senza confini, o “piatto”.[15]

Una volta abbandonata l’idea di una Fortezza Europa, l’Ue è diventata principale sostenitrice di questa ortodossia: un appoggio alla globalizzazione e alla liberalizzazione tale da essere tacciato di promozione dell’iper-globalizzazione.[16] All’interno dell’Ue, questo è avvenuto con la creazione del mercato unico, e vale la pena notare come la maggior parte dei flussi di IDE da e verso gli Stati membri ancora oggi provenga dall’interno della stessa Ue. Esternamente, l’Ue ha cercato di far avanzare i propri investimenti esteri attraverso la riduzione degli ostacoli agli IDE. Come parte del suo programma teso alla promozione della globalizzazione, nel corso degli anni Novanta l’Unione europea ha tentato di promuovere un accordo globale sugli investimenti: un tentativo che tuttavia fallì a causa dell’opposizione dai paesi in via di sviluppo all’accordo. Gli sforzi in questa direzione (anche da parte dell’Ue) sono in ogni caso continuati sulla scena internazionale con trattati bilaterali di investimento e accordi regionali, sebbene alcuni di questi, come il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP) non abbiano riscosso alcun successo in un contesto di ridotto sostegno politico alla globalizzazione.

Gli sforzi tesi alla promozione degli investimenti europei sono stati comunque al centro delle relazioni dell’Ue con la Cina. A seguito dello stabilimento delle relazioni diplomatiche con la Repubblica popolare cinese nel 1975, la Comunità (e in seguito Unione) europea ha avuto come obiettivo generale quello di avanzare gli interessi delle imprese europee per garantire loro un maggiore accesso al mercato cinese. Come specificato dagli stessi documenti di policy dell’Ue, il perseguimento di vantaggi e benefici per le aziende e le imprese europee è stato un obiettivo di policy centrale al coinvolgimento dell’Ue con la Cina, specialmente a partire dagli anni Novanta, quando l’Unione colse il potenziale in rapido aumento del mercato cinese.[17] Questi risultati si sarebbero potuti ottenere in ambito commerciale con negoziati bilaterali e multilaterali, ad esempio promuovendo l’accesso della Cina all’Organizzazione mondiale del commercio  negli anni Novanta. In ambito di investimenti, questi risultati si sarebbero invece ottenuti attraverso negoziati bilaterali (che l’Ue continua a promuovere), ad esempio nel contesto offerto dai negoziati ancora in corso per il raggiungimento di un accordo degli investimenti con la Cina, destinato principalmente a rimuovere ostacoli di accesso al mercato.

Contrariamente a quanto vorrebbe prescrivere l’ortodossia succitata, il ruolo dello Stato è alla base delle politiche per la promozione degli investimenti diretti esteri. La separazione tra Stati e mercati, principio cardine della globalizzazione, è una moderna invenzione. Gli investimenti diretti esteri, così come il commercio, sono stati a lungo oggetto di interventi statali. Gli Stati hanno costantemente adottato policy volte al controllo o all’indirizzamento di flussi di investimenti sia interni che esterni al fine di raggiungere obiettivi di policy economica. Una frequente giustificazione utilizzata per la promozione di questo tipo di politiche è stata la promozione dell’industria e dello sviluppo nazionali. Come sostiene Chang, gli Stati che hanno sviluppato con successo le moderne economie industriali hanno generalmente adottato politiche che limitavano i flussi degli investimenti provenienti dall’estero.[18] Anche lasciando da parte l’intervento statale nel commercio e negli investimenti volto al raggiungimento di determinati obiettivi di policy, la sovrapposizione di mire economiche e non economiche come le politiche di sicurezza e l’ordine pubblico non sono una novità nel settore del commercio o degli investimenti. Nonostante la globalizzazione si sia sempre promossa attraverso la rimozione di ostacoli commerciali, problemi legati alla sicurezza non sono mai venuti a mancare.

Come già evidenziato, il quadro per il controllo degli investimenti dell’Ue è appunto giustificato da motivi di sicurezza e di ordine pubblico. Il controllo dei flussi commerciali e degli investimenti per motivi di sicurezza nazionale è di molto precedente alla recente ascesa della Cina. In ambito commerciale, l’eccezione di sicurezza e di ordine pubblico è stata riconosciuta ai sensi del GATT. Nel secondo dopoguerra, la Cina era già un obiettivo di sicurezza dell’Occidente, ma quello individuato come principale obiettivo per la difesa della sicurezza nazionale era l’Unione sovietica. Gli Stati Uniti sono stati i più aggressivi ad adottare controlli sugli investimenti e restrizioni basati su motivi di sicurezza nazionale nell’ambito del Comitato sugli investimenti esteri negli Stati Uniti (Committee on Foreign Investment in the United States, CIFIUS) e la loro copertura si è estesa negli ultimi anni per comprendere un ambito più ampio di attività commerciali, principalmente in risposta all’ascesa della Cina. Nell’Ue esistono già 14 Stati membri che dispongono di misure di controllo degli investimenti, alcune delle quali esistono da molti anni. Anche la Cina ha anche adottato un meccanismo di screening degli investimenti in sicurezza nazionale.[19]

Le misure dell’Unione seguono dunque l’orientamento globale di una crescente “securitizzazione” degli IDE.[20] Nonostante l’apparente ristrettezza degli obiettivi di policy dell’Ue, le definizioni di sicurezza e ordine pubblico comprese nei suoi regolamenti restano poco chiare e scritte in un linguaggio vago. L’ampia gamma di settori economici ai quali questi possono applicarsi suggeriscono che i parametri di definizione di questi obiettivi di policy sono svariati, ma questo comunque non aiuta a chiarire cosa esattamente sia da considerare una minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico e cosa no. Le linee del dibattito sugli IDE sono spesso confuse, e si concentrano su timori più legati alla concorrenza che a problemi circoscritti di sicurezza tradizionale. Questo è particolarmente vero in relazione alle tecnologie. Il quadro per il controllo degli investimenti esteri può dunque considerarsi parte di una più ampia risposta dell’Ue alle sfide che l’ascesa della Cina rappresenta. Ma lo stesso discorso si può estende anche alla questione dell’economia globalizzata e alle sfide da essa create, e che non necessariamente provengono dalla sola Cina.

 

Considerazioni conclusive

La mossa dell’Unione europea di regolare o limitare i flussi degli investimenti esteri attraverso un quadro per il loro controllo, per quanto debole, rappresenta una rottura dalle sue policy più recenti. La domanda resta se le misure adottate raggiungeranno i loro obiettivi. Il quadro per il controllo degli investimenti esteri, debole com’è allo stato attuale, difficilmente potrà modificare le dinamiche che regolano i flussi entranti nell’Unione europea di IDE cinesi. A livello formale, l’onere delle procedure di screening sugli investimenti rimane a livello nazionale, più che a livello Ue. I dati ad oggi disponibili suggeriscono che i flussi complessivi degli investimenti in Ue provenienti dalla Cina sono determinati da un complesso insieme di fattori, il controllo dei quali è solo uno di questi. Al momento non è ancora chiaro se il meccanismo raggiungerà i suoi obiettivi dichiarati di protezione della sicurezza e dell’ordine pubblico. La posizione presa a livello Ue su Huawei indica che le considerazioni di sicurezza saranno bilanciate da priorità economiche. Molto dipende dall’interpretazione di quale sia l’obiettivo ultimo di policy. In una visione ristretta di sicurezza, il controllo degli investimenti potrebbe contribuire a raggiungere questo obiettivo di policy. Ma l’aspettativa che il meccanismo di screening possa risolvere preoccupazioni più ampie concernenti la perdita di tecnologie e che contribuiscono al nuovo riequilibrio economico nelle relazioni tra Ue e Cina è meno chiara.

Il quadro per il controllo degli investimenti è solo una parte di molteplici iniziative di policy che indicano un cambiamento di policy avvenuto a livello Ue non solo sugli IDE e sulla Cina, ma anche sui flussi globalizzati degli investimenti e del commercio. Non è ancora chiaro se questi saranno meramente simbolici, o se avranno un impatto concreto. La ricerca di un mondo senza confini e di mercati non frenati dallo Stato potrebbe essersi dimostrata una deviazione temporanea. L’Ue ha iniziato a evitare di concentrarsi sull’essere una fervente promotrice di una globalizzazione che avviene attraverso l’eliminazione di ostacoli ai flussi di investimento a favore dell’implementazione di una policy più avveduta, che suggerisce una visione più complessa dei benefici degli investimenti stessi.

Traduzione dall’inglese a cura di Carlotta Clivio

[1] Parlamento europeo, Regolamento (UE) 2019/452 del Parlamento Europeo e del Consiglio che istituisce un quadro per il controllo degli investimenti esteri diretti nell’Unione, 19 marzo 2019, disponibile all’Url https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:32019R0452&from=EN.

[2] Thilo  Hanemann, Mikko Huotari, e Agatha Kratz, “Chinese FDI in Europe: 2018 trends and impact of new screening policies – a report by Rhodium Group (RHG) and the Mercator Institute for China Studies (MERICS)”, 6 marzo 2019, disponibile all’Url https://www.merics.org/en/papers-on-china/chinese-fdi-in-europe-2018.

[3] Gli investimenti diretti esteri si possono misurare in vari modi, e nessuno dei diversi dataset fornisce la versione definitiva della realtà degli IDE. Per semplicità, questo documento fa riferimento alle statistiche della bilancia dei pagamenti, anche se hanno le loro lacune tanto quanto qualsiasi altra misura di IDE.

[4] Parlamento europeo, Regolamento (UE) 2019/452 del Parlamento Europeo e del Consiglio che istituisce un quadro per il controllo degli investimenti esteri diretti nell’Unione, 19 marzo 2019, disponibile all’Url https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:32019R0452&from=EN.

[5] A tal proposito, si vedano: European Commission, “Annex 2 – Strategic action plan on batteries”, Europe on the move: sustainable mobility for Europe: safe, connected and clean, Bruxelles, 17 maggio 2018; Bundesministerium Für Wirtschaft Und Energie, Ministère de l’Économie et des Finances, “A Franco-German manifesto for a European Industrial policy fit for the 21st Century”, Parigi, 19 febbraio 2019.

[6] Brigitte Zypries, Michel Sapin e Carlo Calenda, “Letter to Commissioner Malmström by the Bundesministerium Für Wirtschaft Und Energie, Ministère de l’Économie et des Finances, Ministero dello Sviluppo Economico”, Berlino, febbraio 2017, disponibile all’Url https://www.bmwi.de/Redaktion/DE/Downloads/S-T/schreiben-de-fr-it-an-malmstroem.pdf?__blob=publicationFile&v=5.

[7] European Parliament, “Chinese investment in EU infrastructure: MEPs urge EU countries to act together”, News European Parliament, 12 settembre 2018.

[8] Bundesministerium Für Wirtschaft Und Energie, Ministère de l’Économie et des Finances, “A Franco-German manifesto for a European Industrial policy fit for the 21st Century”, Parigi, 19 febbraio 2019.

[9] Si vedano: European Commission and High Representative of the Union for Foreign Affairs and Security Policy, “Joint communication to the European Parliament and the Council – Elements for a new EU strategy on China”, Bruxelles, 22 giugno 2016; European Commission and High Representative of the Union for Foreign Affairs and Security Policy, “Joint communication to the European Parliament, the European Council and the Council – EU-China strategic outlook”, Bruxelles, 12 marzo 2019.

[10] Adam Smith, An enquiry into the nature and causes of the wealth of nations (Londra: W. Strahan and T. Cadell, 1776).

[11] John A. Hobson, Imperialism: a study (New York: James Pott & Company, 1902); Vladimir Lenin, Imperialism: the highest stage of capitalism (Londra: Lawrence and Wishart, 1933).

[12] Charles P. Kindleberger, American business abroad: six lectures on direct investment (New Haven: Yale University Press, 1969); Raymond Vernon, Sovereignty at bay: the multinational spread of U.S. enterprises (New York: Basic Books, 1971).

[13] Michael Klein, Carl Aaron and Bita Hadjimichael, “Foreign direct Investment and poverty reduction”, World Bank Policy Research Working Paper, 30 giugno 2001.

[14] Raymond Vernon, Sovereignty at bay: the multinational spread of U.S. enterprises (New York: Basic Books, 1971); Susan Strange, The retreat of the State: the diffusion of power in the world economy (Cambridge: Cambridge University Press, 1996); Peter Evans, “The eclipse of the State? Reflections on stateness in an era of globalisation”, World Politics 50 (1997) 1: 62-87.

[15] Kenichi Ohmae, The borderless world: power and strategy in the interlinked economy (New York: Harper Perennial, 1991); Thomas Lauren Friedman, The world is flat: a brief history of the twenty-first century (New York: Farrar, Strauss and Giroux, 2005).

[16] Dani Rodrik, Straight talk on trade: ideas for a sane world economy (Princeton: Princeton University Press, 2018).

[17] European Commission, “Communication of the Commission – A long term policy for China-Europe relations”, 1995, disponibile all’Url http://www.eeas.europa.eu/archives/docs/china/docs/com95_279_en.pdf; “Communication from the Commission – Building a comprehensive partnership with China”, Bruxelles, 25 marzo 1998, disponibile all’Url https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:1998:0181:FIN:EN:PDF; European Commission (2001). “Communication from the Commission to the Council and the European Parliament – EU strategy towards China: implementation of the 1998 Communication and future steps for a more effective EU policy”, Bruxelles, 15 maggio 2001, disponibile all’Url https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:52001DC0265&from=EN.

[18] Ha-Joon Chang, “Regulation of foreign investment in historical perspective”, The European Journal of Development Research 16 (2004) 3: 687-715.

[19] United Nations Conference on Trade and Development, “National security-related screening mechanisms for foreign investment: an analysis of recent policy developments”, UNCTAD Investment Policy Monitor: Special Issue, dicembre 2019, disponibile all’Url https://unctad.org/en/PublicationsLibrary/diaepcbinf2019d7_en.pdf.

[20] Ibid.

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