Il nuovo corso dell’Esercito popolare di liberazione. Le capacità di proiezione a tutela degli interessi nazionali

Il recente “battesimo del mare” della prima portaerei interamente realizzata in Cina, insieme all’introduzione di altri assetti funzionali alla power projection, ha dato evidenti conferme di come le Forze armate cinesi si stiano riorientando rapidamente verso i nuovi compiti loro assegnati dal Presidente Xi Jinping nell’ambito della Strategia militare pubblicata nel maggio 2015.[1] Si tratta di un nuovo corso per l’Esercito popolare di liberazione, impegnato in precedenza principalmente nella difesa del territorio, degli spazi aerei e marittimi, e delle istituzioni del paese, e il cui orizzonte di “difesa degli interessi nazionali esterni” è stato sinora circoscritto a teatri costieri e alla tutela della Zona economica esclusiva nazionale in un’area – quella del Mar della Cina – ove permangono numerosi contenziosi irrisolti. L’affermarsi della necessità di esprimere  un nuovo livello di power projection, tuttavia, non può né deve essere considerato soltanto nel senso di un’evoluzione strategico-militare. La mutata visione dell’impiego delle Forze armate deriva, infatti, da tre principali fattori oggettivi che negli ultimi anni hanno posto l’Epl di fronte alla necessità di cambiamento, in termini di scopi, compiti, dottrine d’impiego e, primariamente, di concretizzazione di nuove capacità.

La prima portaerei interamente costruita nella Repubblica popolare cinese si prepara a lasciare uno dei porti della Dalian Shipbuilding Industry Co. per esercitazioni. Il suo varo nell’aprile del 2017 concorrerebbe, nell’immaginario collettivo, alla realizzazione del “sogno cinese” (Zhōngguó mèng,中国梦) di rinnovata grandezza della nazione promosso da Xi Jinping sin dal 2012 (immagine: VCG/VCG via Getty Images).

Nuovo ruolo, nuovi interessi, nuove necessità

Il primo fattore da considerare è la crescente assertività della Cina in campo internazionale: inevitabilmente, l’ascesa economica e strategica della Repubblica popolare ha comportato un maggiore dinamismo del power system cinese, sia in termini politici, sia in termini economici e di sicurezza. Si è assistito a un percepibile cambio di tonalità rispetto al Leitmotiv tipico della narrazione invalsa sino all’ascesa di Xi. L’enfasi sul principio della non interferenza negli affari interni di altri Paesi, seppur ancora sostenuto da Pechino in tutti i consessi internazionali, è progressivamente scemata di fronte al crescente impegno cinese al di fuori dei confini, all’espansione economica, al mutato quadro di sicurezza globale, alla situazione nella penisola coreana, e alle nuove frontiere della competizione strategica tra le maggiori potenze mondiali (l’Artico, le rotte oceaniche, il dominio spaziale, ecc.). Nè si può trascurare come, di là dello sviluppo di effettive capacità, anche le attività di peacekeeping, emergency response e disaster relief rappresentino, di per sé, “eccellenti opportunità per la proiezione di forza”.[2] In un sistema internazionale che si palesa sempre più anarchico e frammentato, gli stessi aiuti umanitari – pur essendo in primo luogo strumento di supporto a Stati “fragili” – possono rivelare in filigrana reti di interessi che i paesi donatori ambiscono a coltivare. Seguendo l’esempio del Giappone – che da anni è impegnato in operazioni umanitarie e di disaster relief e che su queste basi ha gradualmente creato i presupposti per un ruolo più attivo dei propri militari all’estero, anche a tutela dei propri interessi oltremare – la Cina, seppur con differenti aspirazioni, potrebbe usare analoghe attività per estendere la propria sfera d’influenza. Esempi a sostegno di questa tesi possono essere individuati sia nel consolidato impegno di Pechino nelle operazioni di peacekeeping dell’Onu (2.600 effettivi ne fanno il maggior contribuente di forze tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza), sia nella disponibilità a impegnare uomini e mezzi in teatri ove possono subire perdite (anzitutto Mali e Sud Sudan), sia nel forte impulso politico proveniente dai vertici politici (il Presidente Xi ha pubblicamente offerto durante la parata militare del 3 settembre 2015 ulteriori 7.500 caschi blu cinesi).

Il secondo fattore “abilitante”, correlato al primo, è legato alle mutate esigenze di protezione di interessi che si moltiplicano ormai ben oltre i confini della Repubblica popolare. Le “nuove Vie della Seta”, il cui sviluppo è centrale nel disegno di politica estera dell’attuale leadership, portano con sé mutate esigenze di proiezione di sicurezza. Tanto la geografia della Belt and Road Initiative (BRI) – imperniata su corridoi strategici che sovente attraversano zone di potenziale o reale instabilità – quanto la necessità di proteggere i cittadini cinesi in contesti esteri critici, come nel caso libico, impongono, oltre che una struttura di comando e controllo agile e responsive, anche una mobilità strategica che consenta a Pechino l’utilizzo in extrema ratio di assetti militari per la tutela o l’evacuazione dei propri connazionali residenti in Africa, Asia e oltre. Si tratta di capacità il cui sistematico sviluppo, seppur intuito come fondamentale da parte dei vertici militari, non è stato  concretamente avviato sino alla riforma del 2015.

Il terzo fattore può essere individuato nell’ambito della competizione e dell’influenza strategica nel quadrante Asia-Pacifico. Pechino considera da sempre inadeguato il proprio “peso strategico” nella regione dell’Asia-Pacifico e la dominance militare statunitense nell’area ha condizionato fortemente il pensiero strategico cinese, rafforzando nella dirigenza del Partito-Stato la convinzione che una maggiore influenza nel proprio vicinato sia un interesse nazionale primario. I retaggi consolidati della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda, in termini di presenza di assetti militari stranieri e di trattati bilaterali di alleanza o cooperazione avanzata, sono percepiti da Pechino come una “cintura di contenimento” oggi funzionale a frustrare le proprie legittime ambizioni a Est e a Sud. Percezione rafforzata non solo dalle operazioni condotte da Washington nell’area nel corso degli ultimi anni (Freedom of Navigation Operations, attivazione del sistema Thaad, ecc.) ma anche dalla recente ridenominazione del Comando strategico Usa per il Pacifico in Comando strategico Usa per l’Indopacifico, con conseguente estensione di mandato e area di responsabilità.

Al netto della necessità di sostenere la crescente proiezione economica globale della Cina, l’Epl deve quindi esprimere un’adeguata capacità di deterrenza strategica da contrapporre alla percepita “pressione” statunitense nel vicinato asiatico. In tale ottica, Forze armate moderne, altamente mobili dal punto di vista strategico-operativo, credibili in termini di capacità e in grado di generare effetti politico-strategici ove necessario rappresentano, oggi e in futuro, la necessaria policy insurance di Pechino a garanzia delle proprie ambizioni in campo politico, economico e di sicurezza.

Capacità di risposta, raggio d’azione esteso e alta tecnologia

Gli obiettivi politici di medio-lungo termine, pertanto, non possono prescindere dalla disponibilità di strutture, mezzi e procedure d’impiego dello strumento militare che consentano allo stesso di essere credibile, efficace, e soprattutto in grado di esprimere concretamente capacità di proiezione a lungo raggio sostenibili nel tempo.

L’ultima esperienza diretta di scontro armato dell’Epl risale al conflitto con il Vietnam del 1979: già a quel tempo le constatazioni dei vertici cinesi avevano innescato una prima rilevante riforma, voluta da Deng Xiaoping per far conseguire all’Epl la capacità di operare in conflitti “moderni”. Tuttavia è solo con l’avvento al potere di Xi Jinping che l’Epl ha intrapreso azioni concrete per sviluppare strutture di comando e controllo in grado di gestire operazioni interforze integrate, con capacità di trasporto strategico agevolate dal progressivo aumento di peso di Aeronautica e Marina, strumenti indispensabili per Forze armate moderne altamente mobili e tecnologicamente avanzate. È questa la riforma prefigurata nella Strategia militare del maggio 2015:

In the new circumstances, the national security issues facing China encompass far more subjects, extend over a greater range, and cover a longer time span than at any time in the country’s history. Internally and externally, the factors at play are more complex than ever before. Therefore it is necessary to uphold a holistic view of national security, balance internal and external security, homeland and citizen security, traditional and non-traditional security, subsistence and development security, and China’s own security and the common security of the world.[3]

Il documento prosegue indicando la missione affidata all’Epl e le relative capacità richieste:

In response to the new requirements arising from the worldwide Revolution of Military Affairs (RMA), the armed forces will pay close attention to the challenges in new security domains, and work hard to seize the strategic initiative in military competition. In response to the new requirement coming from the country’s growing strategic interests, the armed forces will actively participate in regional and international security cooperation and effectively secure China’s overseas interests.[4]

I nuovi compiti, pertanto, presuppongono come capacità di base la proiezione a lungo raggio, ovvero la capacità di mobilitare personale, sistemi d’arma, mezzi ed equipaggiamenti su lunghe distanze e per operazioni di media durata, garantendone la sostenibilità strategica nel tempo. E ciò in ambienti difficili ove nuove dimensioni di conflitto (cyber and info domains) avranno sempre maggior peso. Oltre ai programmi – che in tempi rapidissimi hanno portato alla riconfigurazione dell’intera struttura organizzativa delle Forze armate cinesi su un assetto simile a quello statunitense – l’Epl ha focalizzato i propri sforzi su quelli che sono comunemente conosciuti come i critical enablers: infrastrutture, piattaforme e sistemi d’arma ad alta tecnologia.

Un primo esempio è rappresentato dalla costruzione della base navale cinese a Gibuti. Sul modello di quanto già avviene nel caso di nazioni con maggiori interessi in Africa e in Medio Oriente (Usa e Francia in primis), essa rappresenterà un’eccellente base intermedia non solo per attività di natura economico-commerciale, ma anche e soprattutto per il posizionamento di assetti militari di pronto intervento in caso di crisi che, come nel caso libico, coinvolgano direttamente cittadini e interessi cinesi nella regione. A regime, inoltre, la base funzionerà anche come punto di riferimento per la sostenibilità di assetti quali quelli impegnati in missioni antipirateria o umanitarie, ovvero dei contingenti di caschi blu cinesi impegnati in operazioni di peacekeeping nel continente africano.

Per quanto attiene invece alla power projection in senso stretto, è indubbio che la recente realizzazione della prima portaerei interamente costruita in Cina (cui allo stato attuale si prevede ne seguano altre due o tre), da affiancare alla già esistente Liaoning, fornisce alla Marina militare cinese due strumenti importanti nello scacchiere dell’Asia-Pacifico. Da sempre le portaerei costituiscono un veicolo ottimale per lo schieramento o il pre-posizionamento di assetti aerei, marittimi e terrestri in aree ad alta valenza strategica, sia in caso di prevenzione di conflitti, sia in caso di conflitti convenzionali o, infine, di operazioni di stabilizzazione/risposta alle crisi.

Ma Pechino sta rafforzando anche altre capacità indispensabili per la rapidità d’intervento. Ne è un chiaro simbolo il celere sviluppo, da parte dell’Aviation Industry Corporation of China (AVIC), del nuovo aeromobile da trasporto strategico, lo Xi’an Y-20, entrato in servizio nei suoi primi esemplari nel luglio 2016. Il velivolo, analogo per dimensioni e prestazioni allo statunitense C 17 Globemaster III e al russo IL-72, consentirà all’Aeronautica militare cinese il trasporto a lungo raggio di mezzi pesanti, equipaggiamenti e truppe in numeri significativi, oltre a garantire capacità di reazione rapida in campo umanitario, atteso il numero degli esemplari – circa 100 – che l’AVIC intende porre a disposizione dell’Epl.

Infine, la necessità di power projection impone anche l’adozione di piattaforme ad alta tecnologia, che consentano la precisione nell’uso dei sistemi d’arma, oltre a trasmettere la “percezione” dello stato di avanzamento tecnologico e del prestigio del paese. In tal senso, la realizzazione dei due aeromobili stealth interamente costruiti in Cina, lo Shenyang J-31 e il Chengdu J-20, idealmente consente ai cinesi di vantare, nel confronto strategico con gli Usa, due diretti concorrenti dell’F22 e dell’F35.

Considerazioni conclusive

Il processo di riforma e modernizzazione dell’Epl sta di fatto per la prima volta dando risposte tangibili alle esigenze politico-strategiche di Pechino. La modernizzazione e la razionalizzazione delle strutture di comando e controllo, insieme con l’entrata in servizio di mezzi ed equipaggiamenti che consentano alle Forze armate cinesi una proiettabilità e una sostenibilità a lungo raggio sinora appannaggio delle sole potenze occidentali, consentiranno nel breve, ma soprattutto nel medio-lungo periodo, di porre a disposizione dei vertici politici un concreto strumento di perseguimento e di difesa degli interessi nazionali, sia sul versante interno che su quello esterno. In futuro Pechino proseguirà indubbiamente lungo il percorso intrapreso al fine di raggiungere un equilibrio strategico più equo soprattutto in rapporto agli Usa, ormai non più assunti a riferimento soltanto per capacità di influenza politica ed economica, ma anche e soprattutto in termini di deterrenza strategica e di contributo alla stabilità e sicurezza globale. È, quest’ultimo, un ruolo che l’attuale dirigenza cinese vede come presupposto fondamentale per il perseguimento dei propri obiettivi sulla scena internazionale e che non può prescindere da Forze armate che maturino appieno l’evoluzione da strumento di difesa istituzionale a componente della politica estera del Partito-Stato.

[1] Ufficio informazioni del Consiglio degli affari di Stato, China’s military strategy (Pechino: 2015), disponibile all’Url http://eng.mod.gov.cn/Press/2015-05/26/content_4586805.htm.

[2] Ryan Pickrell, “China: projecting power through peacekeeping”, The Diplomat, 15 ottobre 2015, disponibile all’Url https://thediplomat.com/2015/10/china-projecting-power-through-peacekeeping/.

[3] Ufficio informazioni del Consiglio degli affari di Stato, China’s military strategy (Pechino: 2015), disponibile all’Url http://eng.mod.gov.cn/Press/2015-05/26/content_4586805.htm.

[4] Ibidem.

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