Il Mediterraneo nella strategia globale della Cina

l filosofo tedesco Georg W.F. Hegel ha descritto il Mediterraneo come l’epicentro dinamico di forze centrifughe che connettono Europa, Africa e Asia. “Per tre quarti del globo”, scrive Hegel, “il Mar Mediterraneo è allo stesso tempo l’elemento unificante e il centro della storia del mondo”1 . Gli eventi degli ultimi tre anni in Medio Oriente e Nord Africa confermano la validità della riflessione di Hegel: il Mediterraneo continua ad essere uno degli epicentri della politica internazionale con effetti diretti sia sugli attori tradizionali – come i paesi europei e gli Stati Uniti –, sia sulle potenze esterne che, come la Cina, hanno notevolmente sviluppato negli ultimi anni la loro presenza nella regione.

Le tensioni che percorrono questo delicato teatro geopolitico – sin dagli anni ’70 osservato nel suo complesso dalle istituzioni governative cinesi come regione Xi Ya Bei Fei (Asia occidentale e Africa settentrionale) – costituiscono minacce dirette alla sicurezza della comunità internazionale, Cina inclusa. I conflitti in Libia e Siria – e per certi versi anche quello in Iraq – hanno provocato una decentralizzazione del potere che ha favorito l’instabilità politica e la diffusione del radicalismo islamico. Se la crescente balcanizzazione dell’area colpisce direttamente il commercio e le forniture energetiche cinesi, la diffusione dell’estremismo islamico e le sue connessioni con i movimenti separatisti dell’instabile provincia dello Xinjiang minacciano dall’interno la sicurezza del paese.

Negli ultimi anni il dibattito accademico e di policy sui problemi della regione Xi Ya Bei Fei si è fatto più intenso e articolato in Cina: alla luce delle sfide che l’instabilità regionale pone alla sicurezza interna del paese, si riflette sul ruolo che Pechino potrebbe e dovrebbe svolgere per agevolare la stabilizzazione dell’area, o quantomeno mitigare le crisi in corso. Secondo la maggior parte degli analisti cinesi la Repubblica popolare non può giocare un ruolo di primo piano nella regione poiché non possiede ancora mezzi idonei, soprattutto dal punto di vista militare, per potersi presentare in maniera credibile come garante della sicurezza regionale.

La nuova leadership cinese sta tuttavia tentando di far fronte a questi limiti rafforzando – tramite una serie di nuove politiche “continentaliste” iscritte nell’agenda della cosiddetta “Nuova Via della Seta”, o “Marcia verso Ovest”, come indicato nel 2012 dal decano dei politologi internazionalisti cinesi Wang Jisi (in cinese) – la rete di partnership politiche, economiche e militari con attori locali con l’obiettivo di promuovere la stabilità, la modernizzazione e la secolarizzazione della regione, un investimento corposo che segnala la natura strategica dell’interesse che Pechino proietta verso questa parte del globo.

In questo quadro, la regione Xi Ya Bei Fei si presenta come un’area dove poter sperimentare politiche innovative che, pur senza rompere in modo traumatico con le tradizionali logiche prudenziali della politica estera cinese, rappresentate dal rispetto per il principio di non-interferenza, rispondano alle esigenze derivanti dalla crescente interdipendenza che lega i destini della Repubblica Popolare con quelli di aree anche remote del mondo.

Un’analisi approfondita del dibattito in corso in Cina sull’area acquisisce dunque una salienza più ampia, gettando luce sulla possibile evoluzione del complesso della politica estera di Pechino. I contributi originali presentati in questo numero di OrizzonteCina da alcuni tra i maggiori studiosi cinesi della regione Xi Ya Bei Fei tentano per la prima volta di coinvolgere il pubblico italiano in questa riflessione di portata strategica.

Prima di lasciare spazio alle voci di questi esperti, tuttavia, può essere utile inquadrare la posizione che la regione Xi Ya Bei Fei occupa nel panorama della politica estera di Pechino.

Come suggerito dallo studioso israeliano Yitzhak Shichor in un lavoro pioneristico in materia, questa regione ha da sempre una posizione centrale nel calcolo strategico di Pechino. Sin dalla fondazione della Repubblica popolare, Mao vi attribuiva un ruolo di primo piano nella lotta contro l’egemonia delle superpotenze.

Secondo il leader cinese, infatti, Stati Uniti e Unione Sovietica erano divisi da una vasta “zona intermedia” composta dai popoli non-occidentali in lotta per l’indipendenza. Il controllo di questa zona, al cui interno Mao inseriva anche la Cina stessa, era fondamentale per la sconfitta dell’avversario e la realizzazione dell’egemonia globale. All’interno della zona intermedia la regione Xi Ya Bei Fei acquisiva, secondo Mao, una funzione chiave poiché il monopolio delle sue risorse energetiche avrebbe creato i presupposti per il controllo del pianeta, con rischi diretti per l’indipendenza e l’esistenza stessa della Cina popolare. Ciò emerge, ad esempio, dagli eventi che diedero origine alla seconda crisi tra la Cina comunista e il governo nazionalista a Taiwan nel 1958. Lo storico cinese Chen Jian ha chiarito che lo sbarco delle truppe statunitensi e britanniche in Libano e Giordania nel luglio di quell’anno, in risposta alla creazione di un nuovo regime filo-socialista in Iraq, fu uno dei motivi che spinse Mao ad attaccare Taiwan. Il leader cinese, ritenendo che la reazione degli anglo-americani avesse trasformato il Medio Oriente nel centro del confronto internazionale tra le forze progressiste e reazionarie, decise di scatenare una nuova crisi nello Stretto di Taiwan al fine di incrementare la pressione sulle forze imperialiste, fornendo in tal modo un supporto concreto, seppur indiretto, alla lotta del popolo arabo.

La politica cinese nei confronti della regione Xi Ya Bei Fei – e per molti versi l’intera politica estera di Pechino – non era tuttavia ispirata da logiche di mera solidarietà rivoluzionaria ma era principalmente subordinata alla lotta anti-egemonica. L’importanza di questa regione era legata infatti all’influenza che essa aveva sugli sviluppi globali che avevano un impatto diretto sugli equilibri interni della Cina. L’impegno di Pechino contro le mire egemoniche delle superpotenze in quest’area del mondo – e la difesa del principio di non-interferenza come diretto corollario – assumevano quindi i connotati di una postura difensiva, perseguita in funzione della sicurezza della Repubblica popolare. Al di là della retorica rivoluzionaria, la dirigenza cinese era più interessata al ritiro delle superpotenze dalla regione che alla soluzione delle complesse controversie che la caratterizzavano. Oggi sembra che questo paradigma sia in via di rapido superamento. La celere e pervasiva integrazione dell’economia cinese con i mercati globali, promossa da Deng Xiaoping alla fine degli anni ’70, ha prodotto un’evidente espansione della sfera della politica interna cinese ad ambiti prima ricadenti nel campo della politica estera. Ciò sta creando una nuova connessione tra la stabilità della regione Xi Ya Bei Fei e la sicurezza della Repubblica popolare: il degenerare dei conflitti in Medio Oriente e Nord Africa pone oggi una seria minaccia alla sicurezza cinese non soltanto per le ripercussioni sugli equilibri politici internazionali, ma soprattutto per le conseguenze dirette sull’economia e sulla sicurezza interna della Cina.

La graduale sovrapposizione delle sfere di politica estera e interna potrebbe avere dunque effetti rilevanti sul mutamento del tradizionale approccio cinese verso il mondo. In Cina si discute animatamente circa l’opportunità che la logica difensiva che ha ispirato la lotta anti-egemonica e il principio di non-interferenza possa a breve trasformarsi in una strategia preventiva che assume l’intervento – politico, economico e militare – in scenari esterni al paese come un suo elemento “naturale”. I cambiamenti repentini non appartengono tuttavia alla storia cinese e la trasformazione sarà certamente prudente e graduale. I tempi e i modi di questo nuovo “interventismo” cinese all’estero saranno calibrati sulla base di una sintesi tra le capacità e gli interessi di Pechino e le condizioni offerte dal contesto regionale e internazionale. Come illustrato nelle analisi dei colleghi cinesi presentate di seguito, la crescente importanza dei paesi Xi Ya Bei Fei per la sicurezza cinese potrebbe dunque trasformare questa regione in un interessante laboratorio sperimentale in vista di un mutamento genetico della presenza cinese nel mondo.

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