Il futuro può essere migliore: i giovani e l’assedio di Marawi

Il futuro può essere migliore: i giovani e l’assedio di Marawi[1]

La devastazione nell’area di Mapandi dopo la riconquista da parte dell’esercito (Immagine: Val Cuenca, ABS CBN News).

Il 2017 è stato l’anno in cui il governo filippino si è scontrato con forze affiliate allo Stato Islamico a Marawi, una città islamica nel sud delle Filippine. Abu Sayyaf e il “gruppo Maute” occupavano edifici chiave della città tra cui il municipio, una cattedrale cattolica e un college della Chiesa unita di Cristo. Secondo quanto pubblicato dalla stampa nazionale, l’obiettivo principale delle forze islamiche era quello di dichiarare la zona un territorio dello Stato Islamico. In risposta, il governo filippino ha sottoposto l’intera isola di Mindanao alla legge marziale e condotto attacchi aerei che hanno distrutto la parte centrale della città di Marawi. Il conflitto è durato cinque mesi, ed è risultato nella morte di importanti personalità militanti tra cui i fratelli Maute e Isnilon Hapsilon, leader di Abu Sayyaf e dell’emiro dello Stato Islamico nel Sud-est asiatico.

Profondamente coinvolti nel conflitto sono stati i giovani filippini. Ciò è stato interpretato in due modi: da una parte, i giovani sono stati descritti come particolarmente vulnerabili alla radicalizzazione. I notiziari filippini hanno riportato che molti dei giovani coinvolti nell’assedio avevano circa vent’anni. La loro motivazione principale non era il denaro, ma la frustrazione derivata da esperienze di esclusione sociale. Secondo le ricerche, il risentimento provocato da lunghi periodi di alienazione è stato tra le principali motivazioni che li hanno portati all’estremismo violento.[2] D’altra parte, i giovani filippini sono stati talvolta descritti come vittime passive che necessiterebbero di protezione.[3] Questo è il caso, per esempio, dei giovani strappati all’educazione e privati delle loro principali fonti di sostentamento.

Pur essendo entrambe legittime, queste rappresentazioni sono apparentemente incompatibili: i giovani sono o autori o vittime della violenza. Tuttavia, le due interpretazioni presentano anche importanti somiglianze. Entrambe sono motivate da una profonda preoccupazione per il benessere dei giovani in situazioni di conflitto e la convinzione che questi ultimi dovrebbero godersi la propria giovinezza e poter scoprire i propri talenti scolastici (e non). Inoltre, entrambe sono caratterizzate da assunti problematici. Che siano inclini alla violenza o vittime del conflitto, i giovani sono dipinti come un problema sociale. Se alcuni sono stati spinti da un senso di legittima indignazione, altri sono stati mossi da ignoranza.[4] Prese insieme, queste due interpretazioni offrono un’immagine negativa dei giovani e non tengono conto del loro possibile contributo al cambiamento del Paese, specialmente in fase di ricostruzione postbellica.

La ricerca dimostra che, pur costringendo i giovani ad assumere prematuramente ruoli “da adulti”, il conflitto non ne inibisce la capacità di guardare al futuro.[5] I giovani continuano ad avere sogni e aspirazioni, alcune radicate nell’idealismo e nella speranza di un domani migliore. Questo è il focus del nostro studio, che raccoglie i racconti dei giovani prima, durante, e dopo l’assedio di Marawi. Il nostro progetto, finanziato dal Dipartimento di Scienza e Tecnologia (DOST) del governo filippino, raccoglie interviste con giovani musulmani, cristiani, e Lumad.[6] Siamo anche in collaborazione con Reemar Alonsagay, una neolaureata della Mindanao State University (MSU) di Marawi. In questo articolo ci teniamo a far conoscere l’importanza e alcune delle conclusioni della nostra ricerca.

 

I giovani come problema sociale?

Conoscere le prospettive dei giovani è estremamente importante nella fase di ricostruzione post-conflitto. I loro racconti riflettono la loro posizione in relazione al conflitto, alle sue cause e alle possibili risposte della comunità. Pur avendo i propri diritti e bisogni da soddisfare, i giovani vanno oltre le immediate preoccupazioni. Sono in grado di fare calcoli sulle prospettive di pace nella comunità d’appartenenza e, se vogliono, di contribuire significativamente alla loro realizzazione. È qui che entrano in gioco il supporto strutturale della società civile e dello Stato. La ricostruzione deve rendere appetibile la prospettiva di pace coinvolgendo i giovani nelle discussioni che riguardano il loro futuro.[7]

Tuttavia, a causa della rappresentazione dei giovani come problema sociale, il loro input nella fase di ricostruzione è largamente trascurato. Allo stesso tempo, tecnocrati la cui principale preoccupazione consiste nel ricostruire le infrastrutture della zona occupano una posizione dominante all’interno del dibattito. L’opinione dei giovani non è presa in considerazione. Secondo Ahmad, uno studente di Wato di 19 anni, “i giovani hanno il tempo, l’energia, e le conoscenze per contribuire alla ricostruzione postconflitto. La loro partecipazione deve essere tangibile”. Invece, “non sono mai consultati […]. Personalmente, sono anche riluttante a partecipare ai dialoghi perchè raramente le idee proposte si concretizzano. La nostra partecipazione è sprecata”.

A nostro avviso, il coinvolgimento dei giovani è fondamentale per la ricostruzione, lo sviluppo e la pace a lungo termine. Il successo del processo di pace dipende infatti dalla sua accettazione “da parte delle nuove generazioni; dal modo in cui queste ultime sono coinvolte e dalla loro percezione degli obiettivi raggiunti”.[8] Escluderli dal processo non solo rafforza l’idea che rappresentino un problema sociale; rischia anche di compromettere il successo a lungo termine della ricostruzione. I giovani sono i futuri leader del Paese, ed è importante che riconoscano e valorizzino il processo di ricostruzione. Il modo in cui vivono e percepiscono quest’utimo “influenzerà la loro visione di pace e conflitto, che a sua volta potrebbe determinare la traiettoria nazionale futura in direzione di riconciliazione o rinnovato conflitto”.[9]

 

Aspirazioni

Quindi, quali sono le aspirazioni dei giovani? Sono pessimisti o ottimisti? I giovani che hanno partecipato al nostro studio hanno offerto una panoramica completa sulla situazione di Marawi. I loro racconti suggeriscono una spiccata consapevolezza della devastazione causata dal conflitto; tuttavia, i giovani continuano ad aspirare a una città pacifica e sviluppata. Per loro, Marawi è “casa” e fonte di identità. Ahmad sottolinea questo punto: “Marawi City è stata parte della mia vita e della mia identità. Ora che è distrutta, anche parte della mia e della nostra identità è andata persa. Marawi rappresenta la nostra identità di Maranaos”. Questa riflessione dimostra che la partecipazione dei giovani alla ricostruzione materiale di Marawi è necessaria alla rivendicazione della loro identità e del loro “sentirsi a casa”. Marawi può non essere una meta popolare tra gli estranei, ma i suoi giovani sperano ancora di poter vivere in una città come quella precedente all’assedio.

Nelle loro narrazioni, è possibile individuare elementi socio-culturali, economici e politici. Innanzitutto, i nostri interlocutori musulmani desiderano che Marawi sia una “vera” città islamica. Per loro, ciò implica un’osservazione fedele di pratiche culturali e religiose. Nello specifico, vogliono che la città sia pacifica e priva di criminalità. Adira, una giovane casalinga e sfollata a Saguiaran, vorrebbe “che non ci fossero più conflitti, droghe illegali e giochi d’azzardo”. Inoltre, la ricostruzione dovrebbe ripristinare attività di sussistenza. Osservando le attuali condizioni degli sfollati interni, i giovani sanno che l’accesso ai servizi sociali è un problema. Questa è una realtà di cui Adira è particolarmente consapevole, avendo perso la sua principale fonte di sostentamento durante il conflitto. Infine, i nostri giovani interlocutori aspirano a una ricostruzione efficace, senza ostacoli legati a corruzione e affiliazione politica. Consapevoli dei ritardi che hanno impedito agli sfollati di tornare in città, i giovani vogliono che i politici si prendano le responsabilità delle proprie azioni. Vogliono infrastrutture efficienti e una corretta gestione dei rifiuti. Inoltre, la ricostruzione, a loro avviso, deve rispettare l’identità della città. Per Benjamin, un cristiano, Marawi “deve essere sviluppata e i politici devono smetterla di prendere decisioni contrarie alla cultura e alla religione”. L’affermazione di Benjamin è una reazione non solo all’inefficienza che caratterizza il processo di ricostruzione, ma anche alle notizie divulgate dai media rispetto all’intrusione di stranieri che vorrebbero trasformare l’intera città in una destinazione turistica a discapito dei valori e delle pratiche locali.

 

Conclusione

Le aspirazioni dei partecipanti a questa ricerca dimostrano che i giovani sono cittadini attivi che non si limitano a giudicare l’operato dei politici incaricati di portare a termine la ricostruzione di Marawi. I giovani della città riflettono sul proprio ruolo in tale processo; in questo senso, non sono nè vittime nè agitatori sociali. Non sono neanche, naturalmente, esperti tecnocrati, ma sono consapevoli delle proprie circostanze e desiderano migliorarle. Hanno vissuto e continuano a vivere una situazione terribile e, di conseguenza, meritano il rispetto e l’attenzione della società civile e dello Stato. I giovani non sono necessariamente un problema sociale. Al contrario, possono essere una soluzione a problemi sociali più gravi quali il conflitto, la corruzione e l’esclusione.

Non intendiamo romanticizzare questo punto. Mentre la marginalizzazione e depravazione che caratterizzano Marawi non rappresentano una novità per i giovani del luogo, il fatto che questi problemi persistano in fase di ricostruzione può causare risentimento. A causa di ritardi nell’esecuzione dei progetti di ricostruzione, i giovani stanno cominciando a dubitare delle prospettive di progresso di Marawi. Jenny, una studentessa cristiana alla MSU, crede che “l’attuale posizione degli sfollati causerà ulteriore insoddisfazione”. Tale sentimento rende la prospettiva di pace più fragile. Vari studi dimostrano che il sostegno dei giovani all’estremismo violento può essere scatenato da fattori quali l’esclusione politica, la discriminazione economica, stereotipi negativi ed esperienze personali di violenza.[10]

È evidente che non esistono scorciatoie. Riconoscere ciò che i giovani possono offrire alla società è un compito impegnativo non solo perchè hanno idee diverse dal resto della società: chiedere loro di unirsi al dibattito postconflitt può essere una prova ardua poichè i loro bisogni primari dovrebbero essere ascoltati e soddisfatti. Eppure, le opportunità di dialogo e pianificazione postconflitto sono necessarie. In queste sedi i giovani possono contribuire ad affrontare problemi che li riguardano, rappresentare i propri interessi, e decidere come essere reintegrati e come prendere parte alla ricostruzione politica e sociale della comunità.11 In altre parole, riteniamo necessario prendere lezione dalle aspirazioni di unità, pace e sviluppo dei giovani. Queste aspirazioni possono rappresentare un punto di partenza per i vari stakeholder che vogliono ricostruire una Marawi pacifica. Assicurarsi che le voci dei giovani vengano ascoltate è un primo passo verso un futuro migliore.

 

*Traduzione a cura di Lucrezia Canzutti Schwartz

[1] Una prima versione di questo brano è stata pubblicata come: Cornelio, J. and Septrin, C. (2018), “They can be better: Young people and the Marawi siege”, CMU Journal of Science (22) 1, pp. 4-5.

[2] Casey, K. and Pottebaum, D. (2018), Youth and Violent Extremism in Mindanao, Philippines: A mixed-methods design for testing assumptions about drivers of extremism, Bethesda, MD: DAI.

[3] Haynes, K., & Tanner, T. M. (2015), “Empowering young people and strengthening resilience: Youth-centred participatory video as a tool for climate change adaptation and disaster risk reduction”, Children’s Geographies, 13 (3), pp. 357-371.

[4] Hughes, D. (2016), “Violence of Youth and the Youthfulness of Violence”, in Christopher Harker, Kathrin Hörschelmann and Tracey Skelton (a cura di), Conflict, Violence and Peace, Singapore: Springer, pp. 1-17.

[5] Schwartz, S. (2010), Youth in post-conflict reconstruction: Agents of change, Washington, DC: United States Institute of Peace Press.

[6] I Lumad sono una minoranza etnica indigena delle Filippine.

[7] Schwartz, S. (2010) Youth in post-conflict reconstruction: Agents of change, Washington, DC: United States Institute of Peace Press.

[8] McEvoy-Levy, S. (2001), “Youth as Social and Political Agents:Issues in Post-Settlement Peace Building”, Kroc Institute Occasional Paper (21), pp. 1-40.

[9] Schwartz, S. (2010), Youth in post-conflict reconstruction: Agents of change, Washington, DC: United States Institute of Peace Press. RISE Vol. 3 / N. 4 19

[10] Sterkens, C., Camacho, A. Z., & Scheepers, P. (2016), “Ethno-religious identification and latent conflict: Support of violence among Muslim and Christian Filipino children and youth”, Conflict, Violence and Peace, pp. 1-16.

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