[CINESITALIANI] Gogna mediatica, profilazione etnica e cyberbullismo: sfide vecchie e nuove per la giovane società civile sino-italiana

Un servizio della popolare trasmissione Mediaset Le Iene ha scatenato una furiosa polemica sui social media italiani in lingua cinese, con toni di accesa violenza verbale e d’intimidazione esplicita nei confronti della persona cinese che ha reso possibile l’inchiesta. Teatro della protesta i social media e i siti web in lingua cinese più seguiti in Italia, mentre sui media italiani ha invece tenuto banco l’indignazione per “l’ennesimo esempio di concorrenza sleale” cinese. Ma in questa più ampia arena si è anche fatta sentire, tendenzialmente pacata e ben argomentata, la voce dei sino-italiani, che hanno condannato sia la reazione fuori misura di molti cittadini cinesi residenti in Italia, sia la spregiudicatezza del ritratto che i programmi di informazione-intrattenimento nostrani fanno della minoranza cinese.

 

Il servizio in questione, andato in onda su Italia1 il 18 marzo scorso, era dedicato al “mondo nascosto degli autisti cinesi“, ovvero agli autisti cinesi che offrono servizi di noleggio con conducente (Ncc) pur essendo privi dei necessari requisiti (patente, automobile in proprietà, assicurazione in regola, certificato di abilitazione professionale, iscrizione al ruolo della locale Camera di commercio, ecc.) e della regolamentare autorizzazione rilasciata dal Comune. In particolare, nel servizio condotto dalla “iena” Matteo Viviani si fa riferimento al nutrito numero di autisti cinesi (sarebbero più di 400 a Milano, 357 a Roma e un migliaio circa in tutta Italia[1]) che lavorano per una app di prenotazione d’auto a noleggio con conducente di nome Huángbāochē (黄包车, “risciò”). Per capire come funziona il sistema, privilegiato da turisti e persone d’affari cinesi in visita in Italia sia per la familiarità con l’app (che arruola oltre centomila autisti in tutto il mondo), siaper la garanzia di potersi capire facilmente con l’autista, Viviani si fa aiutare da una giovane ragazza cinese cresciuta in Italia, Jessica. Nello stile undercover tipico del programma, alla giovane viene chiesto di fare da esca per poter “cogliere sul fatto” un autista cinese abusivo, dotandola di microfoni e telecamera nascosta in modo che possa “intervistare” l’autista sul suo lavoro e, soprattutto, sul suo essere o meno consapevole delle infrazioni che commette.

Il servizio de Le Iene andato in onda nel marzo scorso ha avuto come conseguenza
l’organizzazione di picchetti da parte degli autisti Ncc (noleggio con conducente) presso l’aeroporto di Malpensa. Gli esempi di profilazione etnica introdotti nel servizio hanno avuto l’effetto di distogliere l’attenzione del grande pubblico da un vuoto normativo che era già stato messo in luce mesi prima dal caso Uber.

Viviani ci tiene a puntualizzare che, testualmente: “Sia subito chiara una cosa: non ne stiamo facendo un discorso di nazionalità. Italiani, indiani, pakistani… non c’è differenza tra gli abusivi. I cinesi, però, oh… sembrano quelli organizzati meglio!”. Tuttavia, l’intero servizio è costruito attorno alle testimonianze video raccolte da autisti d’auto a noleggio con conducente italiani in regola, che da tempo stigmatizzano la concorrenza sleale dei driver abusivi cinesi con riprese fatte con il cellulare, spesso accompagnate da commenti irati, sarcastici o deliberatamente insultanti nei loro confronti. Questi video, scambiati sulle chat di tassisti e Ncc italiani su diversi social media, sono approdati anche su stampa e TV. È chiaro che in questo ambiente, il discorso – con buona pace della dichiarata neutralità delle Iene – è tutto impostato su una dialettica “noi contro di loro”. In un simile contesto, “loro” sarebbero tutti i cinesi sospettabili di essere driver abusivi in quanto cinesi e in posizione di poter essere presi per Ncc: dall’amico o parente che viene a prendere i propri cari all’aeroporto, agli addetti di agenzie di viaggi o di aziende cinesi, agli stessi driver cinesi regolari (uno dei quali è anche intervistato nel corso del programma). Insomma: se si adotta questo punto di vista, non c’è disclaimer che regga: per quanto la stessa Jessica dichiari in chiusura di trasmissione di essersi prestata a questo servizio perché, testualmente, “non mi piace che la cosa venga generalizzata a tutti i cinesi”, nei fatti questo è proprio ciò che il servizio comunica. Anche perché la narrazione consolidata che vuole i cinesi evasori, furbetti, concorrenti sleali, ecc. in Italia è attestata da tempo immemore (la si ritrova perfino negli articoli dedicati ai venditori ambulanti di perle matte apparsi nelle vie di Milano a metà degli anni Venti del secolo scorso[2]). Si chiama profilazione etnica, ed è un problema.

Non ci sono dubbi in merito al fatto che buona parte degli autisti reclutati in Italia da Huangbaoche siano abusivi e non paghino le tasse. È anche complesso il modello di business proposto da questa ed altre app cinesi (a partire dalla stessa WeChat, la “superapp” del gigante cinese Tencent, che ogni cinese usa), nel momento in cui prevede scambi di denaro attraverso piattaforme cinesi (Alipay, WeChatpay, ecc.) che usano circuiti bancari cinesi (Union Pay). Quali vincoli e tutele esistono a contrasto del loro uso per flussi illeciti di capitale, di riciclaggio, di evasione fiscale? Queste sono domande legittime, serie e che meritano di essere tema di attento studio da parte del legislatore, nonché di monitoraggio e contrasto dell’illegalità da parte delle istituzioni preposte. Ma ha senso che fungano anche da piattaforma di mobilitazione per determinate categorie di lavoratori, con un impianto narrativo che non sempre – nel caso specifico, diciamo tranquillamente, quasi mai – distingue tra la denuncia dell’abusivismo e l’attenzione selettiva su un bersaglio specifico, rappresentato da una minoranza etnica connotata da uno specifico fenotipo? Forse è il caso di rifletterci su e di vigilare con più attenzione, perché logiche e retoriche razziste si innestano facilmente a partire da dinamiche di “nemificazione” dell’altro come queste. Anche quando sono portate avanti “con le migliori intenzioni” e con tante “buone ragioni”. Nei video pubblicati da tassisti e driver italiani si evince una carica aggressiva che non è neutra, non sembra particolarmente interessata all’obiettività e insiste particolarmente sull’identificazione dell’abusivo su base etnica. Si insiste sulle consuete scene ad effetto, in cui l’autista cinese “colto in flagrante”, cerca di defilarsi maldestramente, palesemente spaventato, imbarazzato o irritato, oltre che tendenzialmente disarmato sul piano linguistico. E per sospettarlo di mala condotta, basta che sia cinese. Non a caso, nel servizio delle Iene la giovane Jessica è presentata come “la nostra complice dagli occhi a mandorla”.

In Italia la vicenda degli Ncc cinesi abusivi tocca almeno tre nodi critici molto attuali: il primo è quello dell’illegalità o dell’ambiguità fiscale in materia di servizi di trasporto pubblico o di carpooling mediati da app che rendono possibile la loro prenotazione online; il secondo è quello dell’abusivismo e dell’evasione fiscale in tali servizi, fenomeno che nel nostro paese ha lunga tradizione e che in nessuna città d’Italia è mai stato del tutto debellato; il terzo è quello dei lavori svolti da immigrati che sono percepiti come concorrenziali – o “slealmente concorrenziali” – da parte degli italiani. Tutti e tre questi nodi necessitano una più chiara regolamentazione e una più assidua attività di controllo e contrasto, ma ancor di più presuppongono una presa di consapevolezza civica da parte degli operatori: una “cultura della legalità”, la cui conclamata debolezza sul territorio nazionale non è certo imputabile allo straniero. Sul fatto che il lavoro autonomo degli immigrati, dalle più umili forme di autoimpiego, come la vendita ambulante, alle più sofisticate attività terziare mediate dalla rete, possa strutturalmente ricorrere a forme di evasione fiscale o tenda a collocarsi nell’economia sommersa esiste una vasta letteratura.[3] La sua fenomenologia è intimamente legata alla difficoltà per un soggetto sociale debole e ostacolato da barriere linguistico-culturali, oltre che dal pregiudizio più o meno strutturalmente radicato nella società d’inserimento, di accedere a determinate professioni e poi a svolgerle secondo le norme vigenti. Nel caso dei driver abusivi cinesi, per esempio, un ostacolo forte è rappresentato proprio dal complesso iter necessario per ottenere le autorizzazioni e dall’elevato costo delle licenze. Da questo punto di vista, driver cinesi e italiani non partono proprio dalla medesima posizione.

Eppure, l’apporto che i driver cinesi danno alla movimentazione di un settore critico e in forte ascesa del turismo incoming in Italia – quello dei cinesi – è determinante. Quanti sono i driver italiani che si sono messi a studiare il cinese per accogliere il protagonista assoluto dei flussi turistici presenti e futuri, quello – peraltro – che esprime anche la maggiore spesa pro capite sul nostro territorio? Quali misure si sono prese, a livello comunale e di camera di commercio, per facilitare l’accesso all’esame di abilitazione da parte di autisti cinesi? In questo momento, l’attività dei driver abusivi cinesi mette una toppa a una falla di sistema che non possiamo permetterci, considerata l’importanza del settore turistico per l’economia italiana. La questione andrebbe affrontata in una logica più ampia e collaborativa, svincolandola dalla logica del “noi contro di loro”. Ebbene, grazie all’immediato interessamento per la vicenda da parte di alcune voci influenti della società civile sino-italiana, sembrano esservi indicazioni di una svolta positiva in questo senso: all’inizio di maggio, la Federazione Autonoleggiatori Italiani si è incontrata con Francecsco Wu, fondatore di UNIIC e responsabile Confcommercio Milano per il settore dell’imprenditoria straniera, proprio per sondare la possibilità di favorire l’acquisizione dei titoli necessari per ottenere le autorizzazioni Ncc per autisti cinesi avvalendosi della collaborazione delle autoscuole, nonché di favorire azioni mirate per consentire ad aziende consociate attive nel settore di reclutare dipendenti cinesi. Wu ha sottolineato come le azioni unilaterali e spesso aggressive da parte degli autisti italiani non fossero solo discriminatorie e irresponsabili, ma rischiassero anche di spaventare i turisti cinesi. Blogger sino-italiani piuttosto seguiti sui social in lingua cinese e in lingua italiana, come Jerry Hu, hanno invece messo in evidenza come accanto al danno per l’erario vada ricordato che gli autisti Ncc cinesi abusivi contribuiscono comunque all’economia italiana, non soltanto con l’acquisto e la manutenzione dei mezzi di produzione del loro lavoro, ma per l’impulso che concorrono a dare al turismo cinese in Italia, di cui rappresentano ad oggi uno snodo essenziale.

Che i media italiani in generale – e i programmi televisivi di informazione-intrattenimento in particolare (Le Iene, Striscia la notizia, Quarto grado, ecc.) – facciano regolarmente ricorso a una modalità comunicativa e di rappresentazione delle minoranze invariabilmente parziale, emotiva e selettiva, non è una novità. Anzi, considerata l’attenzione che pongono i loro autori e conduttori nel mettere le mani avanti con dichiarazioni di principio, si presume che in merito si sia ormai sviluppata una certa sensibilità. Che però non sembra essere sufficiente a imprimere un cambio di rotta, per esempio abolendo l’uso della telecamera nascosta, esplicitando e condividendo il tema con i soggetti “intervistati”, dando più onestamente spazio al loro punto di vista, ecc. È proprio rispetto alla disinvoltura con cui questo tipo di trasmissioni tratta istanze che coinvolgono la minoranza cinese che si sono levate le critiche di Marco Wong, uno degli storici fondatori di Associna, e di Associna stessa, che è intervenuta sulla questione con un comunicato ufficiale pubblicato sulla loro pagina Facebook il 22 marzo scorso.

Associna ha voluto mettere al centro della vicenda il suo lato più oscuro: la marea di insulti e minacce diretti da utenti dei social cinesi all’indirizzo della ragazza coinvolta dalle Iene nel loro servizio, la loro “complice dagli occhi a mandorla”. Per settimane, l’intera famiglia della giovane ha vissuto barricata in casa, timorosa di farsi riconoscere in pubblico da propri connazionali attivi come autisti o parenti di driver cinesi, o anche semplicemente cittadini cinesi (tipicamente di prima generazione) che considerano l’operato della ragazza scandalosamente sleale nei confronti dei propri compatrioti, colpevoli ai loro occhi solo di cercare di sbarcare il lunario come meglio possono, in un paese dove le opzioni di impiego sono molto ridotte. Mentre il padre della giovane ha cercato di difendere la correttezza dell’operato della figlia, il nonno di Jessica, e poi Jessica stessa, hanno pubblicato sui social cinesi delle dichiarazioni di chiarimento e di scuse. Il risultato è stato quello di attizzare ancora di più l’astio nei confronti dell’intera famiglia, secondo una lettura dominante che li vede come “traditori” e venduti, persone che non hanno esitato a mettere in croce i propri connazionali pur di andare in TV e guadagnare sulla pelle degli altri. A oltre due mesi dai fatti, il bullismo online nei confronti della ragazza e della sua famiglia si è smorzato, ma per i diretti interessati si è trattato un’esperienza altamente traumatica. Per Associna, è sconcertante che gli autori della trasmissione non abbiano pensato di proteggere l’identità della persona che hanno impiegato come esca. Senza nulla togliere alle responsabilità dei media italiani, forse la conversazione più urgente, almeno all’interno della sfera sino-italiana, è un’altra: la facilità con cui una posizione critica di cinesi nei confronti di altri cinesi, quando avviene nella più ampia arena della comunicazione in lingua italiana, venga ricondotta allo stigma del “tradimento”.

 

 

[1] Alessandra Spalletta, “Chi c’è Dietro gli Ncc Cinesi Abusivi di Milano”, AGI.it, 24 marzo 2018, disponibile all’Url https://www.agi.it/cronaca/riscio_autisti_abusivi_cinesi_app-3675812/news/2018-03-24/.

[2] Si veda ad esempio l’articolo di un cronista anonimo che con piglio sarcastico stigmatizza il basso prezzo degli articoli offerti dagli ambulanti cinesi: “Con simile concorrenza, non soltanto s’insidia il commercio, ma si corrodono anche le nostre più sicure idealità”. Cfr. “Il Pericolo Giallo”, Corriere della Sera, 7 marzo 1926, p. B3.

[3] Un buon compendio della letteratura di riferimento e delle ricerche rilevanti per il contesto italiano lo si trova in Alessandro Barberis, Imprenditori immigrati. Tra inserimento sociale e partecipazione allo sviluppo (Roma: Ediesse, 2008).

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