Giordania tra migrazioni e sicurezza internazionale

La Giordania è una delle principali destinazioni di arrivo dei flussi migratori nella regione e nel mondo, basti pensare che su una popolazione di 9.531.712 persone ben 2.918.125 (31%) sono cittadini stranieri. Nel settembre 2016, la Giordania ospitava oltre i 2,7 milioni di rifugiati, classificandola come il primo Paese al mondo per rapporto tra popolazione autoctona e rifugiati e uno dei principali in valori assoluti. Storicamente Paese di accoglienza, la Giordania ha dovuto negli anni affrontare le sfide e criticità date dall’impatto di grandi flussi migratori e dalla relazione che questi hanno con la politica nazionale e regionale del Regno hashemita, specialmente nell’ambito della sicurezza.

Il primo storico flusso migratorio fu quello del 1948 quando centinaia di migliaia di profughi palestinesi in fuga dalla prima guerra arabo-israeliana si riversarono dalla Cisgiordania verso l’altra sponda del fiume, in Giordania. In seguito alla scelta del governo di naturalizzare tutti i rifugiati palestinesi, la popolazione giordana triplicò in pochi mesi. Dei 3 milioni di rifugiati giunti nel Paese in quel momento, la stragrande maggioranza era di origine palestinese e, ancora oggi, 250 mila vivono in una decina di campi profughi mentre la rimanenza si è lentamente insediata nel tessuto urbano, non senza gravi problemi di integrazione. Amman convive quindi da oltre cinquanta anni con un’importante questione demografica legata alla massiccia presenza palestinese nel territorio (in questo momento più del 40% della popolazione totale). L’alterazione dell’equilibrio demografico rispetto alla popolazione autoctona è da sempre vista dal Regno come una possibile fonte di instabilità oltre che una grave minaccia per la sicurezza del Paese. L’arrivo di altri palestinesi e l’eventuale insorgere di una maggioranza arabo-palestinese all’interno dei confini non farebbe che aumentare questa percezione. Non stupisce quindi che la gestione dei flussi migratori continui a essere uno dei principali temi nell’agenda politica di Re Abd Allah II. Tuttavia, per comprenderne a pieno le ragioni è necessario tenere in considerazione una molteplicità di fattori, a partire da quelli storici.

Campo rifugiati vicino alla città di Irbid. Fonte: URWA (2008), foto di Mazen Sadieh

L’originario progetto di unione pan-arabica di Re Hussein e la già menzionata naturalizzazione dei rifugiati palestinesi del 1948 si scontrarono nel tempo con il crescente desiderio di autonomia e indipendenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Nel 1967, dopo la disastrosa terza guerra arabo-palestinese, la Giordania perse il controllo della Cisgiordania a favore di Israele e dovette accogliere una seconda ondata di profughi palestinesi. Nel frattempo le posizioni dell’OLP si radicalizzarono e nacquero in Giordania nuove organizzazioni di fedayn dedite alla guerriglia contro gli israeliani, come il Fronte Popolare per la liberazione della Palestina. Dal 1967 al 1970 si registrarono numerosi attacchi armati e attentati contro l’esercito israeliano da parte dei fedayn, con conseguenti raid di rappresaglia in territorio giordano che causarono numerose vittime civili. Re Hussein avviò quindi una politica di disarmo dei gruppi armati palestinesi per placare la spirale di violenza, ma l’11 febbraio 1970 violenti scontri fra le forze di sicurezza giordane e i gruppi palestinesi scoppiarono per le strade di Amman, provocando circa 300 morti. Il 17 settembre dello stesso anno, a seguito di un tentativo di assassinio di Re Hussein e del dirottamento di diversi aerei internazionali, il governo attaccò i quartieri generali delle organizzazioni palestinesi inviandovi l’esercito e le forze corazzate, in quelli che passarono alla storia come i tragici eventi del “Settembre nero”. In soli dieci giorni di combattimento persero la vita tra le cinque e le sette mila persone, molte delle quali civili giordani e palestinesi.

Sebbene dagli anni ‘80 si sia avviata una graduale politica di normalizzazione dei rapporti interni ed esterni con i palestinesi, la monarchia hashemita ha mantenuto – e mantiene tutt’ora – strategie politiche volte al controllo della componente arabo-palestinese residente nel paese. Una delle più grandi preoccupazioni dell’establishment è infatti l’idea che la Giordania venga considerata una “patria alternativa” dai palestinesi ed è per questa ragione che Amman si presenta come uno dei più accesi e insistenti sostenitori della soluzione “a due stati” della questione israelo-palestinese: un passo essenziale per la sopravvivenza del Regno. Allo stesso tempo, l’abile politica di mediazione di Re Hussein prima e di Re Abd Allah II oggi hanno fatto sì che a livello interno la posizione dei Fratelli Mussulmani rappresentasse un unicum nel mondo arabo: in cambio del riconoscimento della legittimità del Regno, il FAI non è stato represso – cosa invece accaduta in molti altri paesi mediorientali – e ha ottenuto uno spazio riconosciuto di rappresentanza politica, il Fronte Azione Islamica (FAI). Le condizioni di povertà in cui riversano larghe fasce della popolazione giordana – soprattutto di origine palestinese –, la disoccupazione e l’emarginazione sociale rappresentano la solida base di rivendicazione del FAI che col tempo ha irrigidito le sue forme di opposizione ai vari esecutivi “lealisti” di Re Abd Allah II. Dal momento che il FAI raccoglie la maggioranza dei voti palestinesi, è evidente che un possibile incremento della già consistente base elettorale sia vista dalla classe dirigente hascemita come un pericolo per la stabilità politica interna.

La società giordana autoctona contemporanea è ancora molto legata all’identità tribale tradizionale e ciò ha importanti conseguenze da un punto di vista socio-politico. Per consolidare la propria leadership interna e mantenerne la stabilità, infatti, la monarchia hashemita si basa sulla lealtà delle cosiddette “tribù della sponda orientale”, vera e propria spina dorsale politica del Regno. Oltre ad avere una notevole influenza sul processo decisionale governativo, i membri delle tribù transgiordane beneficiano di posizioni di potere loro “riservate” nell’apparato statale, consolidando quindi un’antica politica di scambio. Questo attaccamento identitario rappresenta anche un elemento critico nel processo di integrazione degli arabi-palestinesi nella società giordana: proprio per timore di perdere l’autorità politica e sociale consuetudinariamente riconosciuta, le tribù guardano con diffidenza la continua espansione delle comunità a maggioranza palestinese. Anche per questo motivo la maggior parte dei palestinesi risiedono ancora in campi profughi o in città periferiche, mentre i giordani di origini palestinesi non godono ancora di tutti i diritti legali e politici garantiti agli altri cittadini e hanno un accesso differenziato ai servizi pubblici. La perenne promessa di integrazione e naturalizzazione dei palestinesi rappresenta però un mirato strumento politico, usato dalla monarchia per avere un deterrente in caso di tentativi di destabilizzazione, come esemplificato dalla mancata partecipazione attiva della comunità palestinese alle proteste del 2011, nel pieno della cosiddetta Primavera Araba.

A livello economico-occupazionale, la massiccia naturalizzazione dei rifugiati palestinesi partita nel 1948, abbinata alla open door migration policy promossa dal Regno tra gli anni ‘70 e ’80 e il simultaneo flusso di rientro degli espatriati giordani dai Paesi del Golfo posero le condizioni ideali per l’esplosione di una “bolla” finanziaria immobiliare che causò una profonda crisi economica. La speculazione economico-finanziaria e la crescita della domanda interna portarono i giordani emigrati a rientrare in patria, cercando condizioni di lavoro più redditizie e dignitose. Tuttavia, ciò non poté accadere perché il mercato non poteva assorbire la manodopera a bassa specializzazione degli espatriati in quanto già completamente saturato dalla presenza smisurata di lavoratori stranieri. Seguì la riallocazione abitativa di migliaia di giordani disoccupati, la quale, sebbene contribuì alla diminuzione della speculazione immobiliare e al ritorno a valori di mercato concorrenziali, causò la perdita di gran parte del capitale investito dalla classe media giordana. Per questa ragione nel 1988, in piena crisi economica, il Re Hussein pose fine all’open door migration policy con la disgiunzione di tutti i legami legali e amministrativi tra Cisgiordania e Giordania: dal giorno alla notte più di un milione di residenti nella West Bank (Cisgiordania) persero la nazionalità giordana e la possibilità di superare il fiume per rientrare nell’East Bank (Giordania). Tutto ciò aumentò ulteriormente le distanze tra la comunità giordana e quella palestinese all’interno del paese e ancora oggi gli impieghi più umili sono rifiutati dagli autoctoni e compiuti quasi esclusivamente da immigrati nonostante l’economia giordana soffra di bassa produttività e un alto tasso di disoccupazione.

 

 

 

Indicazioni per il ponte di Allenby tra Cisgiordania e Giordania. Fonte: Reuters (2009)

La Giordania ha sempre mancato di un’identità nazionale capace di oltrepassare i confini comunitari e tribali. Le scissioni che ancora oggi influenzano la vita pubblica del paese derivano dalla molteplicità di identità subnazionali concorrenti. Tramite un’identità esclusiva le comunità transgiordane rafforzano il loro senso di diversità rispetto alle nuove e vecchie comunità immigrate nel paese, ostacolando politicamente il processo di integrazione dei palestinesi – così come delle comunità siriane e irachene – per garantirsi un accesso privilegiato ai servizi e alle opportunità d’impiego nella pubblica amministrazione. Il risultato che ne deriva è una cittadinanza incapace di mobilitarsi dietro simboli unificati, salvo in rare occasioni come la morte del Re Hussein nel 1999 o, più recentemente, la brutale uccisione del pilota giordano Muath Kasasbeh da parte dello Stato Islamico. È interessante notare però come la collera collettiva generata da quest’ultimo evento non abbia fermato tutti quei giovani giordani, scontenti ed emarginati, che si uniscono allo Stato Islamico.

La Giordania è il primo paese al mondo in quanto a foreign fighters, oltre a essere il paese natale di Abu Musab al-Zarqawi, considerato l’ispiratore e fondatore del Califfato Islamico in Siria e Iraq. Le strategie anti-terrorismo e un’eccezionale attività di Human Intelligence (HUMINT) del Mukhabarat giordano hanno ostacolato la radicalizzazione giovanile, ma non l’hanno completamente sradicata. La debole economia, la carente politica occupazionale e la mancanza di un’identità comune hanno un ruolo chiave. La suscettibilità alle ideologie estremiste di giovani giordani immigrati o figli di immigrati riflette sentimenti pervasivi d’ingiustizia e impotenza, con conseguente disconnessione politica, amplificata dall’assenza di qualsiasi identità nazionale inclusiva.

In conclusione, nonostante il caos che caratterizza l’intera regione, la Giordania rimane oggi un paese discretamente stabile. Tuttavia, mentre il governo pensa con decisione a sradicare l’ideologia jihadista nelle scuole, nelle università e nelle moschee, è frenato dalle difficoltà economiche e politiche esacerbate dall’immigrazione. E’ proprio nelle città impoverite della provincia e negli enormi campi profughi che il jihadismo fa proseliti, offrendo spesso un’alternativa reale alla disoccupazione e all’emarginazione sociale. Affrontare la delicata situazione economica giordana non è perciò semplicemente una questione finanziaria, ma rappresenta anche una questione di sicurezza internazionale. È quindi necessario un maggiore impegno in tal senso da parte della comunità internazionale affinché il ruolo strategico della Giordania non venga meno e il paese non sia travolto dall’instabilità che tormenta il Medioriente.

Per saperne di più:

De Bel-Air, F. (2012) “A political demography of the refugee question. Palestinians in Jordan and Lebanon: between protection, forced return and resettlement”, CARIM Research Reports 2012/02, European University Institute. Disponibile su: http://cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/23474/CARIMSouth-RR-2012-02.pdf

De Bel-Air, F. (2016) “Migration profile: Jordan”, Policy Brief, Issue 2016/06, European University Institute, Migration Policy Centre. Disponibile su: http://cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/44065/MPC_PB_201606.pdf?sequence=1

Karim, A. e Altman, M. J. (2016) 10 Facts about the Syrian refugee crisis in Jordan, World Food Program USA. Disponibile su: https://www.wfpusa.org/articles/10-facts-about-the-syrian-refugee-crisis-in-jordan/

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