Dopo le riforme? I lineamenti istituzionali della Cina nella “nuova era” di Xi Jinping

Nel riflettere, ormai in retrospettiva, sull’era delle “riforme e apertura” (1978-2017) si è soliti privilegiare la dimensione economica della trasformazione sperimentata dalla Cina. E’ una tendenza comprensibile: la stupefacente dinamica di crescita del Pil cinese ha sollevato il paese al rango di seconda economia del pianeta, mentre la sua società è immersa in un processo di turbo-modernizzazione senza precedenti nella storia dell’umanità. Se alla morte di Mao (1976) l’83% dei cinesi viveva nelle campagne, oggi sono 800 milioni i residenti in contesti urbani, circa il 57% del totale. Entro il 2035 supereranno il miliardo, con conseguenze non del tutto prevedibili in termini di riconfigurazione dei valori di riferimento, evoluzione delle forme di socializzazione, comunicazione e consumo, ma anche proliferazione degli interessi e delle manifestazioni di intraprendenza degli individui.

Il nuovo corso impresso da Deng Xiaoping alla vicenda della Repubblica popolare dopo il ventennio di ondivago radicalismo maoista (1957-1976) si sostanzia, però, anche in un insieme di riforme politico-istituzionali che hanno definito il quadro abilitante per lo sviluppo economico del paese. Deng certo non volle mai compromettere le quattro eredità che conferiscono, secondo la letteratura scientifica più recente, longevità ai partiti rivoluzionari: la distruzione di centri di potere indipendenti, la coesione del partito, lo stretto controllo sulle forze armate, e la disponibilità di apparati coercitivi robusti.[1] Fin dal principio della sua ascesa ai vertici del Partito-Stato, in un importante discorso tenuto nel marzo 1979, egli fissò “quattro principi cardinali” – riassumibili nel mantenimento del monopolio del potere in capo al Pcc – come coordinate imprescindibili per generare benessere materiale e potenza nazionale, i frutti più autentici del “socialismo con caratteristiche cinesi”. La parabola del cosiddetto “movimento del muro della democrazia” riflette bene l’orientamento politico di fondo del nuovo leader. Dopo averla strumentalmente agevolata per prevalere nella delicata fase di successione a Mao, Deng favorirà la repressione di questa fugace esperienza di dibattito civico sviluppatasi nell’autunno del 1978 sotto forma di grandi manifesti (dazibao) appesi da privati cittadini su un muro del centralissimo viale pechinese Chang’an, a partire dall’incrocio di Xidan. Quando vi comparve un appello firmato da una giovane ex Guardia rossa, Wei Jingsheng, in cui si argomentava la necessità di una “quinta modernizzazione” – la democrazia – per garantire la piena modernizzazione del paese il movimento fu liquidato e l’autore incarcerato per sedizione per quasi due decenni.

Nè vi è stata, in Cina, una conclamata de-maoizzazione, sull’esempio della de-stalinizzazione avviata nell’Unione Sovietica di Chruščëv. La contraddizione tra la ricerca esasperata di profitto e consumo che è venuta a caratterizzare la vita economica cinese odierna e un regime politico che continua a professarsi comunista è stata risolta riconoscendo che la Cina si trova ancora – e resterà a lungo – nello “stadio primario del socialismo”. In questa fase transitoria si pongono le premesse per il futuro approdo comunista, stimolando intanto l’accumulo di ricchezza (anche disegualmente distribuita) e conducendo un’azione maieutica sulla società affinché questa sia animata dal giusto patrimonio di valori. In tale contesto, la Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro partito del 1981, tuttora il documento che esplicita il giudizio storico ufficiale sulla leadership di Mao, conferma la canonizzazione della figura del Grande timoniere e del suo pensiero, che rimane centrale nello statuto del Pcc così come nel cuore di Pechino il suo ritratto continua a fronteggiare Piazza Tian’anmen dall’ingresso sud della Città proibita.

Ciò nondimeno, i correttivi nell’organizzazione del potere introdotti da Deng furono strutturali: si affermarono limiti d’età per l’accesso alle cariche apicali del Partito, si procedette al pensionamento dei quadri dirigenti anziani, venne varata una nuova Costituzione (1982) che all’art. 79 fissava un massimo di due mandati per il Presidente della Repubblica popolare, e si procedette a una parziale formalizzazione e proceduralizzazione della governance del Partito-Stato. Al contempo le università tornavano a immatricolare studenti su base meritocratica, sulla scorta del pressante invito di Deng a “emancipare la mente”, mentre il ristabilimento di contatti con il resto del mondo stimolava un  clima favorevole alla sperimentazione – anche nel campo delle idee – e la liberazione della popolazione dal giogo dell’indottrinamento politico di massa. Genuinamente riformisti erano i nuovi vertici del Partito-Stato, in particolare il nuovo Segretario generale del Pcc Hu Yaobang e il nuovo Premier Zhao Ziyang, coperti dall’autorità di Deng, il quale scelse di abbandonare le cariche ufficiali (salvo la presidenza della Commissione militare centrale) per marcare la differenza rispetto al potere personalistico di Mao, pur rimanendo in sostanza fino alla morte l’arbitro ultimo dei destini del paese.

Gli eventi del 1987 e del 1989, quando Hu e Zhao rispettivamente furono destituiti per aver tenuto una condotta troppo morbida nei confronti delle dimostrazioni studentesche, chiariscono però che l’intento di Deng non era mitigare la natura autocratica del regime politico cinese in quanto tale. Se il Partito-Stato abbandonò la precedente configurazione totalitaria per assumere i connotati di un autoritarismo oligarchico post-totalitario[2] ciò servì soprattutto per stabilizzare il potere, garantendo una più prevedibile e trasparente condivisione delle risorse politiche (ed economiche) all’interno della ristretta élite al vertice del Pcc. Esposto a minori tensioni al suo interno, un regime non democratico può affrontare in modo più incisivo le sfide dell’amministrazione del paese e delle relazioni internazionali.[3]

La crisi di Piazza Tian’anmen nel 1989 segna per la Cina uno spartiacque decisivo. La repressione dell’ondata di proteste sviluppatesi in molte città cinesi intorno al movimento studentesco porta la direttrice di sviluppo del paese a indirizzarsi verso un orizzonte in cui l’assoluto mantenimento della stabilità politica è sì premessa di vigoroso progresso materiale, ma anche filtro preventivo per l’affermazione dei diritti civili degli individui, delle organizzazioni sociali, della comunità intellettuale, del mondo produttivo, dei media e naturalmente dei funzionari pubblici. La graduale separazione tra articolazioni del Partito comunista e organi dello Stato, ambizioso obiettivo fissato dal 13° congresso nazionale del Pcc nel 1987, viene bruscamente archiviata. Gli spazi per la riflessione critica sul futuro del paese si estinguono: esperienze senza precedenti come il documentario Heshang, trasmesso dalla TV di Stato nel 1988, vengono bandite e i media interdetti alla condivisione di contenuti altrettanto provocatori o comunque aperti ai valori occidentali. Proprio per rispondere all’insidia dell'”inquinamento spirituale” dal 1991 una capillare “campagna di educazione patriottica” coltiva la lealtà delle nuove generazioni non tanto in forza di principi socialisti, ma sollecitando uno spirito patriottico che si radichi nella consapevolezza di appartenere a una civiltà irriducibilmente altra rispetto all’Occidente, affermata nella sua integrità morale e territoriale dal Partito-Stato.[4]

Non stupisce che la dirigenza cinese continui ancor oggi a procedere nel solco del perfezionamento di forme di governance che incoraggino una modernizzazione accelerata senza pregiudicare la stabilità politica. E’ questa l’essenza del “sogno della nazione cinese”, secondo il lessico ufficiale promosso dal 2012. Rispetto al più noto “sogno americano” qui lo slancio verso l’emancipazione e l’autonoma realizzazione personale è rigorosamente temperato dalla necessità che tutte le energie della società siano guidate dal Partito in direzioni coerenti con l’edificazione di una Cina ricca e forte, «leader globale in termini di potenza nazionale e influenza internazionale» entro la metà di questo secolo.[5] A distanza di trent’anni, la progressiva fusione di strutture di Partito e organi statali, il varo di una legislazione restrittiva sull’operato delle organizzazioni non governative – nazionali e straniere – in Cina (2016), i moniti del Comitato centrale del Pcc affinché gli imprenditori cinesi si conformino alle linee-guida del partito (2017) e una nuova campagna per la valorizzazione dello “spirito patriottico” tra gli intellettuali (2018) testimoniano la continuità dell’agenda politica post-’89.

Ciò che sorprende e che più evidentemente qualifica la discontinuità tra l’epoca delle riforme e apertura e la “nuova era” ufficialmente proclamata da Xi Jinping dinnanzi ai 2.280 delegati al congresso nazionale del Pcc che nel 2017 l’hanno confermato Segretario generale per un secondo mandato (2017-2022), è che i lineamenti politico-istituzionali del Partito-Stato stanno mutando in modo strutturale. Da sempre chiuso a ogni formula di contendibilità del potere, il regime politico cinese vede ora comprimersi anche quei radi elementi di pluralismo che aveva a vario titolo ammesso a partire dal 1978. L’assetto oligarchico sperimenta una torsione autocratica[6] che ha come approdo la configurazione di un “leninismo aumentato”.

Le premesse di questa trasformazione sono state poste nel quinquennio 2012-2017. Nel corso del suo primo mandato da Segretario generale Xi ha trasformato la topografia burocratica del Partito-Stato per asserire la propria diretta autorità su tutti i principali dossier di governo, affermandosi come primus inter inferiores ai vertici del Partito-Stato cinese. Il caso più eclatante riguarda la politica economica nazionale, tradizionalmente dominio riservato del Premier del Consiglio per gli affari di Stato (il Governo cinese), ruolo oggi ricoperto da Li Keqiang. Nel 2013 la regia delle politiche in questo ambito è stata avocata a un nuovo Gruppo direttivo ristretto centrale del Partito incaricato del “complessivo approfondimento delle riforme” e presieduto personalmente da Xi. Consolidati equilibri all’interno del Partito sono stati travolti da un’aggressiva campagna anti-corruzione, che ha portato all’inaudita incarcerazione di un ex membro del Comitato permanente del Politburo, l’organo apicale del Pcc composto dai più alti quadri della nomenklatura, e dei due ex vice-presidenti della Commissione militare centrale, gli ufficiali più alti in grado dell’Esercito popolare di liberazione. Al contempo le Forze armate attraversano una ristrutturazione profonda, che comprende anche la definitiva cessazione dallo svolgimento di attività a scopo di lucro, mentre è stata limitata l’autonomia di istituzioni che hanno storicamente servito da fucine dell’élite politica, come la Lega della gioventù comunista e la Scuola centrale del Partito.

L’inizio del secondo mandato ha portato interventi ancor più incisivi. Anzitutto la modifica costituzionale del marzo 2018: eliminando il limite del doppio mandato per il Presidente della Rpc, essa incide sull’assetto istituzionale del paese e apre la strada ad almeno una seconda conferma di Xi ai vertici del Partito-Stato per il quinquennio 2022-2027. L’assenza di vincoli formali per le altre due cariche apicali – la Segreteria generale del Pcc e la Presidenza della Commissione militare centrale -, insieme con la rottura della prassi secondo cui nel 2017 avrebbe dovuto essere indicato un “successore designato”, corroborano l’ipotesi che la prevista transizione ai vertici nel 2022 sia ormai del tutto inverosimile. Infine, Xi ha ottenuto che il proprio contributo teorico fosse inserito quale “ideologia guida” nello statuto del Pcc mentre è ancora nella pienezza dei poteri, e non a titolo di riconoscimento postumo dopo la morte (come avvenuto con lo stesso Deng Xiaoping) o a seguito dell’abbandono delle cariche (il caso dei due predecessori di Xi, Jiang Zemin e Hu Jintao). Sinora, soltanto Mao aveva potuto combinare la propria azione di governo con il ruolo di interprete autentico dell’ideologia del Pcc, in quanto estensore di quel “Pensiero di Mao Zedong” che aveva di fatto sinizzato il marxismo-leninismo negli anni ’30 e ’40. L’iscrizione del “Pensiero di Xi Jinping” nel Pantheon ideologico nazionale non è un rituale formalistico: attribuisce a Xi e al suo apparato concettuale – tanto ecumenico quanto strumentalmente duttile – il formidabile rango di sintesi della saggezza collettiva del Pcc. Chiunque esprima riserve rispetto all’indirizzo politico del leader si colloca così formalmente al di fuori dell’ortodossia ideologica dell’intero Partito.

In che modo questa impostazione leninista del regime politico cinese assume oggi una forma “aumentata”? La risposta è da ricercare in due attributi sostanziali che poggiano su altrettante premesse di metodo. Queste ultime sono rappresentate dalla natura pragmatica e paternalistica  del Partito-Stato: la dirigenza cinese manifesta un’eccezionale flessibilità nell’affrontare le sfide e cogliere le opportunità che si presentano, ammettendo efficaci sincretismi che altrove sarebbero impediti da vincoli ideologici. L’aggiustamento costante dei meccanismi di governance ha sinora consentito di gestire un’economia sottoposta a forte controllo politico eppure integrata con i mercati globali, oltre a un imponente sistema finanziario che, per quanto chiuso, assume via via una fisionomia più sofisticata. Riguardo al secondo aspetto, il paternalismo del sistema si estende ben oltre la pervasiva selezione della classe dirigente per via cooptativa e l’aggiornamento della propaganda al fine di indirizzare l’opinione pubblica. Quest’ultima, infatti, viene anche ampiamente consultata e il Partito-Stato possiede canali sempre più numerosi a diversi livelli per sollecitare la popolazione a esprimere pareri, sovente tenuti in considerazione nell’elaborazione delle politiche.

Venendo ai due attributi che massimizzano sostanzialmente la capacità del regime politico cinese, questi sono la leva del patriottismo e l’innovazione tecnologica. Quello cinese è un “leninismo aumentato” perché l’attivazione di questi due attributi dota il Partito-Stato di facoltà di percezione e di trasmissione di contenuti – tanto all’interno del paese, quando su scala globale, e in particolare presso le numerose comunità di cinesi d’oltremare – che trascendono il potenziale di un tradizionale regime leninista. Il progetto di “grande rinascimento della nazione cinese”, di cui il Pcc è architetto, richiama un anelito di restaurazione dell’antica grandezza della civiltà cinese che è diffuso non solo presso i cinesi con passaporto della Rpc, e implica che il rispetto per il primato della stabilità politica in Cina sia l’autentica manifestazione dell’amor di patria di ogni cinese. Quanto alla tecnologia, essa “aumenta” in senso letterale gli strumenti con cui il Partito-Stato può performare, tanto sul versante della governance, quanto su quello del controllo e della repressione. Nel primo ambito ricade l’uso estensivo delle tecnologie digitali (e dei big data che ne derivano) al servizio dell’attività amministrativa, regolatoria ed economica, con tangibili benefici per la vita quotidiana della popolazione. Sul secondo versante, il monitoraggio automatico delle comunicazioni private, l’esteso utilizzo di sistemi per il riconoscimento remoto dei cittadini, l’acquisizione massiva di dati in assenza di robuste normative sulla privacy e l’attivazione di sistemi di valutazione del “credito sociale” che intervengono direttamente sulla sfera personale costituiscono solo alcune delle più inedite forme di condizionamento cui i cittadini cinesi sono sempre più esposti.

Vi è un evidente paradosso in questa dinamica di riconfigurazione del potere in Cina. Perché un partito che sotto Deng si era dotato di presìdi istituzionali appositamente concepiti per evitare di ricadere in crisi da iper-personalizzazione del potere ha accettato che Xi Jinping abbia una presa così anomala sugli apparati del Partito-Stato? E’ chiaro, infatti, alla luce del discorso condotto sin qui, che un ritorno all’accentramento del potere è un fattore di rischio per la tenuta della coesione del Pcc. Sarebbe semplicistico ritenere che la risposta sia da ricercarsi nella leadership carismatica di Xi Jinping. Xi non è Mao. Nella Cina attuale la compressione della collegialità nella gestione del potere a livello apicale non può essere imposta da un singolo individuo in contrasto con gli esponenti delle famiglie e dei “lignaggi politici” che giocano il ruolo decisivo nel sistema politico-economico cinese. Dev’esservi stata, dunque, una base ampia di consenso  per l’anomalo spazio di manovra politico che gli è stato consentito di acquisire. Quali siano state le cause di tale allineamento è difficile dire, vista l’opacità delle dinamiche politiche di vertice a Pechino. Ma non è inverosimile che possano essere ricercate nel combinato delle fragilità intrinseche al modello di sviluppo economico cinese (illustrate nel saggio di Giuseppe Gabusi in questo numero di OrizzonteCina) unite a pressioni che vengono dall’esterno della Repubblica popolare.

Oggi le gravi incertezze che indeboliscono l’economia globale e le diffuse tensioni internazionali rendono assai più oneroso congegnare il rallentamento ordinato della crescita cinese per favorirne il riequilibrio. Nè vi sono dubbi su quali debbano essere i perdenti del prossimo ciclo di riforme, se l’obiettivo è un’economia trainata dalla domanda interna più che da investimenti pubblici sempre esposti al rischio di condizionamenti politici a discapito della redditività di lungo periodo. Si tratta di un insieme di interessi costituiti in seno allo stesso Partito-Stato che preoccupavano dirigenti e studiosi cinesi da almeno trent’anni: apparati burocratici ipertrofici, un ecosistema regolamentare che incentiva prassi corruttive, distorsioni nella governance in funzione di interessi localistici o privatisti, frammentazione dell’autorità del partito a livello locale e parziale paralisi decisionale causata dai veti incrociati nella dirigenza apicale. L’accentramento del potere nella persona di Xi Jinping sarebbe dunque il male minore, alla luce delle sfide interne che la Cina si trova ad affrontare, peraltro essendo al contempo esposta all’aggressiva politica dell’amministrazione Trump.

Nel momento in cui la competizione internazionale si inasprisce intorno a partite che definiranno gli equilibri di potere per i decenni a venire – nuove tecnologie della produzione, intelligenza artificiale, controllo dei domini cibernetico e spaziale, infrastrutture nodali lungo le rotte del commercio globale – a prevalere saranno i paesi capaci di mobilitare in modo strategico colossali risorse finanziarie e i migliori talenti. L’ipotesi di lavoro della classe dirigente del Pcc, che a dire il vero pare trovare vasta eco nella società, è che per questo frangente storico il regime politico più adatto sia una versione “aumentata” del leninismo pragmatico, paternalistico e patriottico attualmente esistente nella Rpc.

Proprio come accaduto per l’era di riforme e apertura avviata da Deng, così anche riguardo all’egemonia culturale della democrazia liberale, troppo frettolosamente elevata a “forma definitiva di governo umano”,[7] comprendiamo adesso che quello che abbiamo confuso con una condizione permanente era in realtà soltanto un ciclo. Ormai concluso.

 

 

 

 

 

[1] Steven Levitsky e Lucan Way, “The Durability of Revolutionary Regimes”, Journal of Democracy 24 (2013) 3: 7.

[2] Per orientarsi nella tassonomia dei regimi politici è bene partire dai classici Juan J. Linz, Sistemi totalitari e regimi autoritari. Un’analisi storico-comparativa, ed. italiana a cura di Alessandro Campi (Soveria Mannelli: Rubbettino, 2006) e Guillermo A. O’Donnell e Philippe C. Schmitter, Transitions from authoritarian rule. Tentative conclusions about uncertain democracies (Baltimora: Johns Hopkins University Press, 1986). A fini del discorso, si veda anche Larry J. Diamond, “Thinking About Hybrid Regimes”, Journal of Democracy 13 (2002) 2.

[3] Milan Svolik, The politics of authoritarian rule (Cambridge: Cambridge University Press, 2012), 117.

[4] Wang Gungwu, Renewal: the Chinese State in the global age (Hong Kong: Chinese University Press, 2013), 10.

[5] Xi Jinping, “Secure a decisive victory in building a moderately prosperous society in all respects and strive for the great success of socialism with Chinese characteristics for a new era”, rapporto presentato al 19° congresso nazionale del Partito comunista cinese, Pechino, 18 ottobre 2017.

[6] Sulla distinzione tra autoritarismo oligarchico e autocratico si veda Milan Svolik, “Power Sharing and Leadership Dynamics in Authoritarian Regimes”, American Journal of Political Science 53 (2009) 2, 478.

[7] Francis Fukuyama, “The end of History?”, The National Interest 16 (1989), 3.

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