Disparità di genere nella Cina contemporanea: il caso del mercato immobiliare

Pochi anni dopo la conclusione della Rivoluzione cinese del 1949, Mao Zedong proclamò che “le donne possono reggere l’altra metà del cielo” (Fùnǚ néng dǐng bànbiāntiān, 妇女能顶半边天), avanzando l’ideale di un ruolo paritario della donna nella società. Nei primi anni della Repubblica popolare, l’ambizione del Partito comunista cinese fu quella di trasformare le relazioni di genere attraverso politiche mirate allo sviluppo e al progresso della donna; tuttavia, con l’avvento della Cina post-maoista, la tradizionale cultura patriarcale ebbe nuovamente la meglio e il potenziale percorso verso un’uguaglianza di genere si arrestò alla fase di mera retorica. Sebbene negli ultimi vent’anni il governo cinese abbia elaborato una serie di programmi, tra cui spiccano “Il programma quinquennale di sviluppo delle donne” e “Il programma decennale di sviluppo delle donne”, mirati al raggiungimento di una parità di genere su vari livelli, ad oggi questi programmi non sono ancora stati attuati.[1] Pertanto, nonostante la retorica dei media della Repubblica popolare sia incentrata sulla parità del ruolo della donna nella società odierna, le donne cinesi stanno di fatto vivendo una situazione di evidente regresso rispetto al genere maschile per quanto concerne i propri diritti. Il dibattito sulle relazioni di genere, tuttavia, ha ancora un ruolo cruciale nella società cinese, poiché il raggiungimento di una parità fra i sessi è tra le direttrici politiche che sarebbero più efficaci per garantire lo sviluppo sociale del Paese.

Ad oggi, la proprietà immobiliare resta la principale fonte di ricchezza dei cinesi residenti in città di prima fascia come Shanghai e Pechino. Stando a dati citati da Leta Hong Fincher in Leftover Women (2014), un immobile il cui acquisto è reso possibile solo dall’aggregazione di capitali di mariti, mogli, genitori, zii, e nonni è intestato al solo marito della giovane coppia nell’80% dei casi. Negli ultimi trent’anni, le donne sarebbero dunque state tagliate fuori dal più imponente processo di accumulo di ricchezza immobiliare residenziale al mondo, del valore complessivo di circa 30 miliardi di dollari USA nel 2013 (immagine: Peter Parks/AFP/Getty Images).

In questo scenario in cui sembra tuttora prevalere la visione patriarcale propria della cultura tradizionale cinese, uno degli ambiti in cui si assiste maggiormente a una effettiva discriminazione di genere è quello della realtà immobiliare: per diverse ragioni, infatti, la donna tende a essere impossibilitata ad accumulare capitale attraverso l’acquisizione di proprietà. Tuttora, infatti, la casa coniugale tende a essere registrata solamente a nome del marito, con l’implicazione che dal matrimonio non derivi una gestione in comune dei beni e della proprietà, né tantomeno un’uguaglianza di ruolo. Il fatto che ancora oggi in Cina la casa coniugale sia considerata responsabilità del marito rimanda alla concezione di matrimonio della Cina tradizionale, in cui la donna, il giorno delle nozze, lasciava la propria casa originale per trasferirsi in quella della famiglia dello sposo.

Nonostante la consapevolezza del rischio di incorrere in un simile scenario coniugale potenzialmente privo di vantaggi economici, il matrimonio rimane un forte desiderio per la maggior parte delle donne cinesi, che paiono rassegnarsi a questa realtà. Il motivo per cui questo accade è strettamente collegato a un fenomeno sempre più diffuso nella società cinese contemporanea, quello delle cosiddette “donne-avanzo”, ovvero una categoria di donne urbane, in carriera e istruite che hanno superato i ventisette anni trovandosi ancora single. Il timore di essere categorizzate come “donne-avanzo” è condiviso da molte, nonostante al giorno d’oggi questo sia un fenomeno sempre più comune, soprattutto nelle grandi città di prima fascia come Shanghai. Ad alimentare tale timore è senza dubbio la pressione di amici, parenti e colleghi, ma in primis la pressione e la propaganda dei media cinesi. Persino la Federazione Nazionale delle Donne Cinesi (Zhōnghuá quánguó fùnǚ liánhéhuì, 中华全国妇女联合会) sta contribuendo a diffondere il termine “donna-avanzo”, nonostante si tratti di un’istituzione fondata dal Partito con lo scopo di proteggere i diritti e gli interessi delle donne. Nel 2007 fu proprio questa Federazione a creare una definizione del termine, riferendolo a donne ancora single al di sopra dei ventisette anni. A partire da quell’anno, i media statali cinesi hanno promosso la diffusione del termine in varie forme, da articoli di giornale,[2] a sondaggi o a vignette che di fatto stigmatizzano le donne istruite senza un marito. Questa realtà appena descritta è solo una parte del fenomeno di rinascita della disparità di genere proprio della Cina post-maoista, che ha preso piede in special modo durante gli anni della politica di riforma e apertura di Deng Xiaoping.

L’ironia di questa campagna di stigmatizzazione delle “donne-avanzo” è che questo fenomeno potrebbe non essere altro che il prodotto della politica del figlio unico messa in atto dal Partito nel 1979, la quale ha notoriamente provocato una squilibrio nella proporzione tra i due sessi: attualmente, secondo i dati dell’Ufficio Nazionale di statistica cinese, la popolazione maschile sotto i trent’anni supera quella femminile della stessa fascia di età di circa 20 milioni di individui, fenomeno che è visto dal Partito come una minaccia alla stabilità sociale del Paese.[3] Il Partito sostiene che milioni di uomini che non trovano moglie sono più propensi a ritrovarsi coinvolti in risse o furti, quindi con una maggior propensione alla devianza sociale rispetto agli uomini sposati; pertanto, incoraggia le donne a non focalizzarsi troppo sulla propria carriera, implicando vi sia per loro il rischio di non riuscire a trovare marito. Da questa situazione demografica peculiare consegue che gli uomini cinesi si trovano, attualmente, ad affrontare non solo una carenza di disponibilità di partner, ma anche una controparte femminile sempre più istruita, qualificata e sicura di sé. Questo tipo di donna intimidisce i propri pari maschi, i quali spesso preferiscono donne più “semplici” e controllabili. Nella lingua cinese, si utilizza comunemente questa metafora per indicare il matrimonio: mén dāng hù duì (门当户对), che indica la necessità di una compatibilità sia a livello di “porta” che di “casa”, ovvero di una compatibilità socio-economica tra due partner per porre le basi di una sana e felice unione. Nella società cinese contemporanea, un partner femminile di qualità pari a quella delle “donne-avanzo” non è auspicabile, soprattutto se si considera che tuttora, in Cina, si ritiene spetti all’uomo sobbarcarsi la responsabilità economica e materiale della famiglia. Una donna troppo in gamba nuocerebbe potenzialmente alla reputazione della controparte maschile e raramente verrebbe approvata dalla potenziale suocera, che ha sovente l’ultima parola in quanto alla scelta della futura nuora.

Un ulteriore obiettivo del Partito legato alla realizzazione di una società armoniosa è il miglioramento della qualità (sùzhì, 素质) generale della popolazione: il governo ritiene, infatti, che l’incoraggiamento delle donne istruite, e pertanto di “alta qualità”, al matrimonio, porterà le stesse a generare figli con buoni geni, in grado di contribuire positivamente allo sviluppo della società cinese.[4]

Queste premesse sono essenziali per comprendere la situazione attuale del mercato immobiliare, che nella società cinese è strettamente collegato al matrimonio. In Cina, infatti, si tende ad acquistare casa in corrispondenza di un matrimonio, della nascita di un figlio, o dell’inizio del percorso scolastico del primogenito. Questo legame è talmente forte che un matrimonio “senza casa” viene comunemente chiamato “matrimonio nudo” (luǒhūn, 裸婚). Tale connubio tra matrimonio e acquisto di proprietà è, inoltre, parte di un ulteriore filone di propaganda che ritrae alcune donne come “avide e materialiste”, esclusivamente interessate a un partner che possieda casa e macchina (con, tuttavia, notevoli differenze a livello territoriale[5]), incrementando in questo modo la domanda dei consumatori relativa alla proprietà immobiliare. Sebbene alcune donne si sposino senz’altro per denaro, in realtà le donne cinesi sono tendenzialmente escluse da quello che è il più grande processo di accumulo di capitale derivante dall’acquisto di proprietà mai registrato nella storia e che, in base ai dati raccolti dalla banca HSBC e dall’Ufficio nazionale di statistica cinese, si aggira a quattro volte il Pil annuale della Repubblica popolare cinese.[6]

Le ragioni di questa esclusione dipendono da vari fattori, tra cui la registrazione della casa coniugale in nome del marito, la tradizione che prevede che i genitori acquistino casa preferibilmente ai figli maschi, e la propensione di molte donne a cedere il proprio denaro al marito affinché quest’ultimo acquisti la casa coniugale a proprio nome. Come si è visto, una delle ragioni per cui le donne cinesi accettano di contribuire finanziariamente all’acquisto della proprietà immobiliare, pur rimanendo escluse dall’intestazione della stessa, è sfuggire alla categoria di “donna-avanzo”, che è ancor meno desiderabile di uno scenario coniugale economicamente svantaggioso. Altri possibili fattori che contribuiscono all’accettazione di questa situazione da parte della donna comprendono la crescita esponenziale del prezzo delle proprietà immobiliari, le norme di genere di stampo tradizionale ancora in vigore, e un regresso legale in merito ai diritti immobiliari delle donne sposate. A questo proposito, la legge matrimoniale del 1950 prevede il diritto delle donne all’acquisto di proprietà, ma questo è stato interpretato nel 2011 dalla Corte suprema come valido solo se la proprietà è intestata anche al marito.[7] Attualmente, solo il 30% dei contratti di compravendita immobiliare comprende anche il nome della moglie accanto a quello del marito.

Un’ultima constatazione riguarda un concetto centrale della cultura cinese, quello di miànzi (面子), lemma letteralmente traducibile come “faccia”, ma qui inteso come “reputazione” e “status individuale”. Il possesso di proprietà in un contesto urbano contribuisce fortemente alla definizione di mascolinità: un uomo cinese istruito che non può permettersi di acquistare una casa coniugale è destinato a provare sentimenti di vergogna e fallimento ai propri occhi, dinnanzi alla propria famiglia e ai propri pari. Per dirla con Pierre Bourdieu, la casa è l’elemento centrale in un patriarcato, poiché influenza direttamente classe sociale e status.[8] Pertanto, è comprensibile come una donna proprietaria di una casa possa spaventare eventuali corteggiatori con difficoltà economiche, oltre al fatto che tale donna godrebbe di grandi libertà anche in seguito ad un eventuale divorzio. Sono molte le famiglie che faticano a permettersi una casa di proprietà visti i prezzi esorbitanti che caratterizzano il mercato immobiliare cinese attuale, soprattutto in città di prima fascia come Shanghai, Pechino, Shenzhen e Guangzhou.[9] In questa situazione, una strategia comunemente utilizzata è quella di mettere in comune il patrimonio famigliare in soccorso dell’individuo in necessità: va da sé che è raro che ciò avvenga in favore di un membro femminile, a cui al contrario viene spesso richiesto un contributo in aiuto a un membro maschile della famiglia, proprio in nome di questa forte necessità maschile di possedere una casa urbana.

Nonostante questo scenario in cui la cultura tradizionale patriarcale appare tuttora dominante, recenti ricerche sul campo evidenziano chiari segnali di cambiamento sociale: soprattutto in grandi realtà urbane come Shanghai, i “matrimoni nudi” sono sempre più socialmente accettati e le donne single sopra i trent’anni non sono più una rarità. Con la rapida espansione dell’istruzione è possibile che la Cina sia in procinto di affrontare una rivoluzione matrimoniale come accaduto in altri Paesi avanzati, che influenzerebbe, di conseguenza, anche la fisionomia del mercato immobiliare cinese, caratterizzato attualmente da un’evidente disparità di genere.

[1] Si vedano: Zhōngguó fùnǚ fāzhǎn gāngyào 1995-2000 nián (Piano per lo sviluppo delle donne, 1995-2000), disponibile all’Url http://www.nwccw.gov.cn/2017-04/05/content_149162.htm e Zhōngguó fùnǚ fāzhǎn gāngyào 2001-2010 nián (Piano per lo sviluppo delle donne e dei bambini, 2001-2010), disponibile all’Url http://www.nwccw.gov.cn/2017-04/05/content_149163.htm (in cinese). Per una breve disamina sul contenuto dei due documenti sopracitati, si veda il comunicato “Gender Equality and Women’s Development in China” della missione permanente della Repubblica Popolare Cinese a Ginevra, consultabile all’Url http://www.china-un.ch/eng/zt/ztzgrq/t210715.htm. Il contenuto del primo “Piano per lo sviluppo delle donne e dei bambini” è invece oggetto di discussione in un’intervista del Quotidiano del Popolo a Gu Xiulian, allora vicepresidentessa dell’All-China Women’s Federation, disponibile all’Url http://www.people.com.cn/GB/guandian/183/6103/6104/20021030/854720.html (link in cinese).

[2] Liu Yiming, Yǒu duōshǎo shèngnǚ hái zhídé wǒmen de tóngqíng (Quante “donne-avanzo” meritano la nostra compassione?), Huáshēng zàixiàn (Voice of China Online), 9 marzo 2011, disponibile all’Url http://opinion.voc.com.cn/article/201103/201103091727093468.html (link in cinese).

[3] Central Committee of the Chinese Communist Party and the State Council, “Decision on Fully Enhancing the Population and Family Planning Program and Comprehensively Addressing Population Issues”, 22 gennaio 2007.

I punti principali del documento sono consultabili all’Url http://china.org.cn/e-news/news070123-2.htm.

[4] In un’intervista rilasciata al sito China.org nel marzo 2015, Kong Weike, membro della Conferenza politica consultiva del popolo cinese, suggerì ai cittadini cinesi “altamente istruiti” di avere fino a tre figli, al fine di “riformare la qualità della popolazione” (tiáozhěng rénkǒu sùzhì, 调整人口素质).

[5] In particolar modo nelle grandi realtà urbane, come Shanghai, il quartiere in cui si acquista casa, le dimensioni della stessa e l’arredamento sono fattori determinanti per lo status sociale delle famiglie.

[6] Zhang Zhi Ming, Dilip Shahani e Keith Chan, “China’s Housing Concerns”, HSBC Global Research Report,  7 giugno 2010, 5. A partire dal febbraio 2010, il valore complessivo della proprietà immobiliare residenziale in Cina ha superato il Pil annuale cinese di 3,27 volte, raggiungendo un valore complessivo di oltre 30.000 miliardi di dollari. Nel 2016, come riportato nel “China Statistical Yearbook 2016” (Zhōngguó tǒngjì nián qiān 2016, 中国统计年签 2016), il valore del mercato immobiliare nazionale ha superato i 42.000 miliardi di dollari, equivalente a circa 4 volte il Pil annuale cinese e pari al 25% del valore immobiliare globale. Si veda l’Url https://gbtimes.com/china-tops-world-gross-real-estate-value.

[7] Deborah Davis, “Who Gets the House? Renegotiating Property Rights in Post-socialist China”, Modern China, 36 (2010) 5: 463-492.

[8] Pierre Bourdieu, La domination masculine (Paris: Éditions du Seuil, 1998).

[9] Kenneth Rapoza, “Shanghai Housing Prices Completely Unsustainable”, Forbes, 19 marzo 2017, disponibile all’Url https://www.forbes.com/sites/kenrapoza/2017/03/19/shanghai-housing-prices-completely-unsustainable/#4e35cabe326e.

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