Un affare di famiglia: le dinastie politiche e lo stato della democrazia nelle Filippine

Di caciques, di famiglie e di oligarchi

In un noto articolo pubblicato nel 1988 sulla New Left Review[1], due anni dopo la caduta del regime cleptocratico di Ferdinand E. Marcos, lo storico e politologo Benedict Anderson definì le Filippine di allora una “democrazia cacique”, intendendo indicare con questo termine un sistema di potere in mano a un esiguo numero di clan politici familiari che detenevano le redini dell’economia e che esercitavano una certa influenza all’interno dei propri distretti elettorali. Anderson sosteneva come questa dinamica ricordasse molto la relazione privilegiata esistente tra i coloni e i capi tribù indigeni (caciques), proprietari dei grandi latifondi rurali che durante la dominazione spagnola controllavano l’intero processo di produzione e di esportazione delle materie prime verso l’Europa. Dopo la fine della guerra ispano-americana nel 1898, le Filippine passarono sotto il controllo statunitense (1901-1935) e il primo governatore dell’arcipelago, il futuro presidente degli Stati Uniti William Howard Taft, non solo mantenne intatta la struttura delle relazioni politiche ed economiche eretta dagli spagnoli, ma si adoperò anzi per cooptare nuove élite da Manila e nuovi cacique dalle aree rurali. Nel Secondo dopoguerra, alcuni dei proprietari terrieri che avevano mantenuto buone relazioni economiche con gli statunitensi dovettero piegarsi all’ascesa delle nuove forze sociali (in particolare, la classe operaia), altri invece furono in grado di sopravvivere diversificando le proprie attività economiche e investendo in settori meno tradizionali quali quelli immobiliare, estrattivo e dell’arboricoltura[2].

Oggi, come in epoca coloniale, le dinastie politiche familiari nelle Filippine sono i veri oligarchi del Paese e la democrazia sembra fondata più sulla successione dinastica che su un’equa rappresentanza politica. Ma a che cosa ci si riferisce esattamente quando si parla di “oligarchie familiari” nelle Filippine? Park Seung-woo ha operato un’importante distinzione tra “clan familiari” e l’oligarchia filippina: nel primo caso, ci si riferisce alle famiglie preminenti della politica nazionale che ricoprono da generazioni i più importanti ruoli pubblici nel distretto elettorale di appartenenza. Nel secondo caso, invece, l’oligarchia può essere considerata una “sottocategoria” del clan familiare, composta da un ristretto gruppo di persone di alto rango sociale che ha determinato le sorti della politica filippina prima e dopo l’approvazione del Tydings-McDuffie Act del 1934, il provvedimento del Congresso statunitense che tracciò il percorso di indipendenza dell’arcipelago, ottenuta dodici anni più tardi[3]. Jeffrey A. Winters, tra i massimi studiosi di oligarchie, ha descritto l’esperienza autoritaria di Marcos nei termini di una “oligarchia sultanesca”, ovvero un’élite minoritaria che deve il proprio successo all’accumulazione di un’ingente quantità di ricchezze e al controllo e alla difesa della proprietà e dei profitti all’interno di uno Stato o di un regime. Come avviene per tutte e quattro le tipologie di oligarchie esaminate da Winters, anche nel caso dell’oligarchia sultanesca i clan politici familiari si battono per la protezione del potere e delle proprietà, ma la differenza con le restanti tre sta nel fatto che i leader oligarchici esercitano il potere in maniera diretta e personalistica. Inoltre, in un regime di questo tipo non ci sono diritti di proprietà assoluti, ma solo rivendicazioni di proprietà che i regimi sultanistici cercano sistematicamente di far rispettare arrivando addirittura a minacciare il ricorso alla violenza. Infine, la stabilità del sistema dipende dal modo in cui il leader riesce a gestire il processo di redistribuzione della ricchezza tra tutti gli oligarchi, sebbene questo possa paradossalmente comportare il saccheggio di una parte delle famiglie oligarchiche per risultare efficace[4].

 

Da Marcos all’EDSA 1

Le famiglie politiche, che avevano accumulato enormi ricchezze e proprietà fondiarie sia a Manila sia nelle aree rurali durante la dominazione statunitense sono sopravvissute anche durante il regime di Ferdinand E. Marcos, che però aveva tentato di smantellare le posizioni dominanti dei clan politici tradizionali. Se prima della dichiarazione della legge marziale le famiglie erano occupate a redistribuirsi tra di loro le risorse statali in diversi settori dell’economia, dal settembre 1972 fino al 1986 Marcos e la sua famiglia – la moglie, Imelda, fa parte del clan dei Romualdez dell’isola di Leyte – si sono accaparrati ricchezze per assicurarsi il controllo del Paese e hanno trasformato l’esercito nazionale in uno strumento di coercizione a uso personalistico, facendo ricorso alla violenza extragiudiziale e promuovendo parenti e sodali nelle posizioni di vertice. Il processo di accumulazione di ricchezze e il ricorso alle armi non erano elementi nuovi nel panorama politico filippino, ma nel caso dei Marcos andava a vantaggio di un’unica famiglia e a discapito delle altre dinastie familiari del Paese[5]. Sul piano politico, la legge marziale ha accentrato i poteri attorno allo Stato e indebolito sia l’autonomia dei potentati locali (costituiti dai politici provinciali che controllavano le aree rurali), sia l’influenza di gran parte delle famiglie politiche di Manila[6]. Sebbene fosse circoscritta a livello provinciale, alcuni dei clan politici del Paese hanno cercato di costruire una forma di opposizione al dispotismo di Marcos: tra i principali oppositori al regime figurava il clan Pimentel di Cagayan de Oro, città nel nord dell’isola di Mindanao, oggi alleati del presidente Rodrigo “Rody” Duterte.

Durante la transizione democratica seguita alle manifestazioni del febbraio 1986 dell’Epifanio de los Santos Avenue (EDSA 1[7]), il grande raccordo autostradale che circonda la Metro Manila, la leader Maria Corazón Conjuangco-Aquino ha forgiato, con il sostegno di gran parte della società civile e del mondo cattolico, una coalizione politica che escludeva i militari e il movimento di estrema sinistra filippino da ogni velleità di governo. All’epoca, la democrazia appariva non solo come il “grande compromesso” tra la concreta possibilità di un colpo di Stato militare e l’avvento di un regime socialista, ma soprattutto come l’unica “cornice politica familiare” comunemente accettata sia dall’élite filippina sia dal resto della popolazione[8]. Tuttavia, le proteste portate avanti dal variegato movimento del “Potere al popolo” non si sono tradotte in un’autentica democratizzazione poiché la coalizione politica guidata dalla presidente Aquino si reggeva sul consenso delle dinastie politiche che avevano contrastato i Marcos e che ripristinarono progressivamente un sistema di privilegi per pochi e di ingiustizia sociale per molti[9]. La stessa presidente apparteneva a una delle più potenti famiglie di Tarlac, i Conjuangco, ed era coniugata con un rampollo di un’altra importante dinastia della medesima provincia, gli Aquino, dalla quale aveva preso il cognome.

La transizione liberaldemocratica dell’EDSA 1 ha totalmente disatteso le speranze di un cambiamento radicale del sistema politico filippino. La Costituzione del 1987, nata con l’obiettivo di ridimensionare il potere esecutivo e rafforzare il legislativo, aveva almeno nelle intenzioni cercato di porre rimedio alle distorsioni della rappresentanza prevedendo, all’articolo 2, paragrafo 26, la cosiddetta “Anti-dynasty provision”. Questa clausola fu introdotta all’interno della Carta con l’obiettivo di proibire le dinastie politiche familiari e fa affidamento sull’idea secondo la quale lo Stato deve garantire a tutti i cittadini un eguale accesso ai servizi pubblici. Quest’ultimo punto doveva tuttavia essere attuato con una specifica legge costituzionale approvata dal Congresso della Repubblica (Kongreso). Peraltro, alle elezioni legislative del 1987 e a quelle locali dell’anno successivo, si è assistito al ritorno al potere delle dinastie politiche più influenti, che sono tornate a occupare i seggi al Congresso, nonché le presidenze provinciali, municipali e cittadine. Per di più, negli anni Novanta, le dinastie provinciali hanno ripreso possesso delle principali attività commerciali e finanziarie e si sono aggiudicate promettenti commesse pubbliche e diritti di estrazione delle risorse naturali. Come se non bastasse, alcuni capi locali hanno riacquisito il controllo di una vasta serie di attività economiche illegali, come il celebre e diffuso gioco della lotteria jueteng.

 

Le distorsioni della rappresentanza politica e del sistema economico

Fin dal 1987 sono stati condotti diversi tentativi di approvazione di una legge di riforma costituzionale che garantisse l’applicazione dell’art. 2, par. 26, di cui l’ultimo risale all’anno scorso. Nel disegno di legge n. 1765 discusso al Senato (Senado) nel marzo 2018, per dinastia familiare si intende il potere di concentrazione, consolidamento e/o perpetuazione della carica pubblica da parte di persone legate tra di loro fino al secondo grado di parentela e consanguineità. Il problema sorge non solo quando un familiare di un politico uscente concorra per la stessa carica, ma anche qualora si candidi per una carica diversa all’interno della medesima provincia, del medesimo distretto legislativo, della medesima città o municipalità, oppure all’interno dello stesso barangay (la più piccola unità amministrativa del Paese). La proposta di legge presentata in Senato intendeva impedire agli individui appartenenti a una dinastia politica di concorrere a una carica pubblica o di continuare a ricoprirla nel caso sussistessero determinate condizioni (es. al marito o alla moglie era proibito di candidarsi “simultaneamente” a un’elezione nazionale, provinciale o municipale se il coniuge rivestiva già una carica pubblica a livello sia nazionale sia locale).

Il clan politico, l’organizzazione informale formata da individui legati da connessioni di parentela, non necessariamente corrispondenti al concetto tradizionale di “famiglia”[10], è nettamente il nucleo più diffuso a livello politico. La famiglia è considerata dalla stessa Carta costituzionale del 1987 una “istituzione sociale autonoma” che sta alla base della società nazionale (art. 2, par. 12). Nel triennio 2016-2019, nelle ultime tornate elettorali della Camera dei Rappresentanti (Kapulungan ng mga Kinatawan), oltre il 70% dei membri di clan familiari era affiliato alla coalizione politica guidata dal principale partito, il Partido ng Demokratikong Pilipino-Lakas ng Bayan (PDP-Laban), socialista e populista[11]. Le cariche di speaker della Camera e della presidenza del Senato sono, rispettivamente, ricoperte da Lord Allan Velasco – figlio di un ex giudice della Corte Suprema – e da Tito Sotto, pronipote di un ex senatore. Park ha contato una sessantina di famiglie che costituiscono lo zoccolo duro della politica nazionale[12]. Un’altra ricerca ha mostrato che quasi il 95% dei governi provinciali vede la presenza di almeno un clan politico familiare[13].

I rappresentanti della Camera bassa sono eletti grazie alle reti politiche costruite dalle dinastie familiari presenti nelle rispettive circoscrizioni. I deputati e i senatori beneficiano del sistema della “botte di maiale”, un termine mutuato dalla Guerra Civile americana e che nel linguaggio politico sta a significare il flusso di finanziamenti pubblici che ogni deputato e senatore riceve in occasione dell’approvazione della legge di bilancio. Questi finanziamenti sono solitamente impiegati all’interno della propria circoscrizione elettorale, destinati prevalentemente alla costruzione di specifici progetti infrastrutturali, e sono elargiti a discrezione del presidente della Repubblica. Di fatto essi consentono, ai politici, di mantenere il proprio seggio e, all’esecutivo, di dettare la propria agenda politica. Tanto più il sistema di oligarchie familiari è in grado di garantire e ampliare il bacino di voti, quanto più alte saranno le possibilità del candidato presidente di conquistare l’elezione.

Benché le Filippine siano il primo Paese del continente asiatico ad avere maturato una considerevole esperienza con la democrazia e le istituzioni liberali, il sistema di potere filippino si regge sulle relazioni personali e sul favoritismo e non vede confrontarsi nell’agone i partiti, bensì movimenti privi di principi universalistici e attenti esclusivamente ad assicurare vantaggi in termini economici e sociali ai leader dei clan e ai loro sodali[14]. La caratura del lignaggio familiare comporta, indubbiamente, un danno rilevante alle istituzioni e alla qualità della democrazia filippina. Non è infrequente il trasformismo di molti deputati e senatori che non si identificano con un movimento in particolare e che decidono di assicurare, anche solo temporaneamente, il proprio appoggio politico ai leader di altre formazioni, disposte a trovare un punto di incontro su specifici provvedimenti legislativi. I movimenti politici, il cui numero è cresciuto in maniera impressionante dopo la fine del regime di Marcos, sono affetti da profonde rivalità interne, dettate dalle fratture tra clan familiari, che non favoriscono la coesione interna e la tenuta dei movimenti medesimi, inevitabilmente condannati a un celere processo di sfaldamento[15]. Spesso i componenti delle liste di partito non sono in grado di costruire una propria forza politica indipendente e, di conseguenza, si lasciano cooptare dalle élite politiche tradizionali[16]. Pertanto il Congresso, più che configurarsi come organo elettivo, assume più la forma di un’assemblea delle élite che, da una parte, porta avanti iniziative che avvantaggino il proprio sistema di potere, dall’altra, invece, pretende quasi di essere il megafono delle rivendicazioni del popolo.

Alla Camera vige un sistema elettorale misto di proporzionale e di maggioritario. Nell’attuale legislatura, la diciottesima, tra i candidati eletti con il proporzionale alla Camera si contano cinquantuno liste politiche rappresentate da altrettanti deputati, che occupano il 20% dei seggi della Camera. Il sistema elettorale proporzionale è stato introdotto per permettere alla società civile e alle classi sociali più svantaggiate di essere rappresentate in Parlamento. I candidati delle famiglie più influenti, invece, si fanno eleggere nel distretto con un sistema maggioritario uninominale. Secondo un conteggio di Rappler effettuato dopo le elezioni di metà mandato del 2019, almeno 163 famiglie hanno visto eleggere almeno un loro membro all’interno del Senato, della Camera e degli ottantuno governatorati provinciali[17]. All’interno di questo sistema multipartitico “fluido”[18], il presidente costruisce di volta in volta il proprio consenso parlamentare attorno alle fazioni di clan politici, che decidono quale candidato appoggiare, sulla base di specifiche garanzie relative all’accesso alle risorse statali e alla possibilità di prendere parte al grande gioco della distribuzione delle cariche pubbliche non elettive (il cosiddetto spoil system). Un Congresso costituito da una maggioranza opposta al partito o al movimento del presidente potrebbe in effetti bloccare le politiche dell’esecutivo, le nomine e le promozioni ai livelli militari e, in generale, minarne la legittimità. Pertanto, i candidati alla presidenza e alla vicepresidenza (per la quale è prevista un’elezione separata da quella del presidente) devono necessariamente passare da questa rete composita di alleati, sostenitori e parentato a livello locale per essere eletti. Quanto al rapporto tra l’elettore e l’eletto, l’appartenenza a un partito politico è subordinata alla rete di patronage, ovvero a quel sistema di scambio di benefit (denaro, programmi sociali, posti di lavoro o promesse di affidamento di contratti pubblici) che i politici promettono di assicurare ai propri elettori e finanziatori in cambio del loro sostegno elettorale[19].

Non appena si insediano nell’esercizio delle loro funzioni, la maggiore preoccupazione delle dinastie familiari è di andare alla ricerca di rendita (rent seeking) per mantenere dei privilegi, oppure accumulare ricchezza personale in settori economici strategici controllati in prevalenza dallo Stato. Questo implica, da una parte, che le dinastie sottraggono risorse economiche non proprie che sarebbero destinate agli investimenti pubblici o al sostegno delle politiche di welfare, dall’altra, che queste famiglie operano come autentici oligarchi che monopolizzano il potere per salvaguardare i propri interessi economici e finanziari[20]. Secondo Teresa Encarnacion e Eduardo Tadem, l’esistenza di un sistema economico controllato dalle dinastie familiari ha l’effetto di alterare la concorrenza e aumentare i fenomeni di corruzione, favorendo la povertà e aumentando le disuguaglianze sociali[21]. Nelle aree in cui viene meno il controllo degli elettori da parte delle dinastie, i candidati e i clan politici ricorrono a vigilantes privati di polizia per ottenere ciò che vogliono[22]. Il ricorso alla coercizione (guns and goons) è, assieme al consolidamento della rete di conoscenze e all’accesso alle risorse dello Stato (gold), uno dei principali elementi della strategia di perpetuazione del potere messa in atto dai clan familiari. Un sistema oligarchico, dunque, non solo danneggia il sistema produttivo delle Filippine, bensì alimenta la povertà nella misura in cui le dinastie possono sfruttare la disperazione delle classi di reddito più povere per fini elettorali. Uno studio ha mostrato che le aree del Paese nelle quali si concentrano buona parte delle dinastie politiche sono quelle che registrano alti indici di povertà[23].

 

Una promessa inverosimile

Nel giugno 2019 il presidente Duterte, ironicamente in occasione della cerimonia inaugurale della proclamazione di suo figlio Sebastian a vicesindaco di Davao City, feudo elettorale della famiglia, aveva dichiarato quanto fosse sconveniente che una sola famiglia amministrasse la città del Mindanao[24]. Prima di conquistare l’elezione a Palazzo Malacañang, la residenza ufficiale del presidente della Repubblica, “Rody” Duterte aveva infatti ricoperto per oltre vent’anni la carica di primo cittadino della città, “ereditata” prima nel 2010 e successivamente nel 2016 dalla figlia Sara, considerata dai media una candidata papabile alla presidenza quando il mandato di sei anni del padre volgerà al termine; il primogenito Paolo è deputato dal 2019 ed è stato vice-speaker della Camera fino allo scorso ottobre. Per giunta, il padre del presidente, Vicente, aveva servito come governatore nella provincia di Davao tra la fine degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta.

Pare dunque evidente la contraddizione tra la biografia politica della sua famiglia e le promesse dell’attuale presidente di “annientare” il sistema di potere oligarchico[25]. Ma anziché sfasciarlo, Duterte ha dal 2016 favorito la nascita di una coalizione composta da quei clan marginalizzati dal sistema politico uscito dalla rivoluzione dell’EDSA 1, consentendo così alle famiglie rivali di ottenere maggiore influenza e consenso. Questa coalizione è composta dagli eredi di Marcos, dagli Arroyo (famiglia a cui è legata l’ex presidente Gloria Macapagal-Arroyo), dalle famiglie di origini cinese come gli Uy e dalla polizia nazionale[26] impegnata nella “guerra alla droga” lanciata cinque anni fa. Duterte ha anche cercato di ammansire alcuni politici locali decidendo in via del tutto discrezionale la divisione della “botte di maiale”[27].

Se da un lato alcune dinastie sono state sdoganate da Duterte, altre sono state oggetto di un’autentica battaglia personale del presidente. Le vittime sacrificali della furia presidenziale sono stati i membri dei López, uno dei più potenti clan della provincia di Iloilo, nella parte occidentale dell’arcipelago delle Visayas, che era stato soggetto ad efferate espropriazioni negli anni di Marcos. I López sono una famiglia mestizo di antica discendenza cinese, che tra le diverse attività economiche di cui sono proprietari detengono il network di comunicazione ABS-CBN Corp., al quale il Congresso non ha rinnovato lo scorso anno i diritti di concessione delle frequenze televisive e radiofoniche. Il provvedimento è stato appoggiato da Duterte, che ha dichiarato di essere disposto a rinnovare la licenza a patto che i suoi proprietari paghino fino all’ultimo centesimo le tasse pregresse. L’accanimento dell’amministrazione nei confronti dell’ABS-CBN Corp. trova ragione nel fatto che il network era stato uno dei più strenui critici della “guerra alla droga” voluta fortemente dal presidente, il quale era continuamente irriso da giornalisti e opinionisti ospitati all’interno dei programmi trasmessi dalla rete. Mettendo i bastoni tra le ruote ai López, Duterte non ha mai realmente inteso estendere la battaglia contro tutte le dinastie famigliari, ma ha invece costruito connessioni economiche con imprenditori filippini di origine cinese, come i Sy e i Gokongwei, a lui vicini già nel corso della sua ventennale esperienza a sindaco di Davao City.

Resistenze al cambiamento

La fase liberaldemocratica avviata nelle Filippine a partire dal 1986 ha, inizialmente, ripristinato anziché abbatterlo il sistema di connessioni delle più influenti famiglie del Paese, garantendo il riconoscimento dei vecchi privilegi e di nuove opportunità economiche ai clan che contavano prima della proclamazione della legge marziale. In una seconda fase, temporalmente più recente, la politica ha favorito la nascita di nuove oligarchie che hanno approfittato dell’occasione per accumulare ricchezze e ottenere influenza sulla scia di quanto fatto in passato. Senza contare l’elezione di Duterte, la presidenza è stata una questione di successione dinastica: in trent’anni, dal 1986 al 2016, i capi dell’esecutivo filippino appartenevano, direttamente (nei casi di Corazón e Benigno “Noynoy” Aquino III, e di Joseph Estrada) o indirettamente (Fidel V. Ramos e Gloria Macapagal-Arroyo) ad almeno un clan influente del Paese.

Nelle Filippine sono, di fatto, le strutture informali di potere, e non i partiti, le autentiche protagoniste della vita politica nazionale. Il processo di democratizzazione sta procedendo a rilento e sta progressivamente erodendo la qualità delle istituzioni, invece di rafforzarle, e le basi della rappresentanza – a fronte di un sistema elettorale iniquo all’interno del quale non competono dei veri e propri partiti politici. Gran parte della popolazione filippina, di norma ben istruita[28], destina il proprio voto a queste strutture informali contraddistinte da una rete di individui tra loro uniti da rapporti di parentela. Di riflesso, a peggiorare una situazione di per sé complessa vi è lo spoil system, che inficia l’autonomia della burocrazia statale e provinciale, deputata teoricamente a soddisfare come prima missione le esigenze del cittadino. La perpetuazione del potere dei clan è dipesa primariamente dalla loro capacità di adattarsi ai cambiamenti politici intervenuti nel corso dei decenni, riuscendo ad estendere il proprio controllo su nuove e più profittevoli attività economiche. Per Ronald U. Mendoza, che da anni si occupa del tema, la soluzione migliore per evitare la concentrazione delle attività produttive su un manipolo di famiglie filippine sta nell’aumentare la concorrenza[29].

Le associazioni della società civile, quale il movimento ANDAYAMO (“Movimento contro le dinastie”), e una buona parte della Chiesa Cattolica filippina si battono da diversi anni a favore della riforma costituzionale che dovrebbe dichiarare una volta per tutte le dinastie politiche fuori legge, evidenziando tra le altre cose come esse tendano ad anteporre i propri interessi particolari all’interesse generale del Paese. Alan Peter Cayetano, già speaker della Camera e segretario agli Affari Esteri, si è espresso a favore di una riforma costituzionale e, in effetti, non ha schivato le polemiche dell’opinione pubblica che sostiene sistematicamente di non volere un sistema politico ed economico di estrazione dinastica nelle Filippine. Cayetano, che rappresenta la terza generazione di un clan politico presente al Congresso dal 1998, ha tuttavia evidenziato come sia la stessa Costituzione a perpetuare il potere delle vecchie oligarchie e a favorirne la nascita di nuove. Questo si verifica soprattutto con l’elezione degli amministratori locali di ogni livello, i quali non riuscendo a realizzare i propri programmi elettorali nell’arco dei tre anni di mandato previsti dalla legge, tendono il più delle volte a ricercare la rielezione nelle consultazioni successive. La Costituzione prevede fino a un massimo di tre mandati consecutivi per tutti i ruoli esecutivi a livello locale, ma un ex sindaco o governatore può gettarsi nuovamente nella contesa elettorale una volta che il suo predecessore ha terminato l’incarico triennale[30].

Le critiche sollevate dal deputato Cayetano non si sono mai tradotte in un’azione legislativa vera e propria e, anzi, dalla sua dichiarazione traspare una certa resistenza a intaccare un sistema da cui traggono grande giovamento le più prominenti famiglie politiche del Paese. Sembra improbabile, almeno fino al termine del mandato di Duterte nel 2022, che questa legislatura possa approvare un provvedimento che impedisca agli oligarchi di occupare e tramandarsi le cariche e i seggi. Se la democrazia filippina intende davvero richiamarsi allo spirito delle manifestazioni democratiche di trentacinque anni fa, è necessario dare applicazione alla Costituzione e riformare il processo di mobilitazione del corpo elettorale, attraverso l’introduzione di procedure trasparenti che non consentano ai movimenti politici di fare affidamento su intermediari o “capi bastone” a livello provinciale, municipale e di barangay.


Note bibliografiche

[1] Anderson, B. (1988), “Cacique Democracy and the Philippines: Origins and Dreams”, New Left Review, I (169), maggio-giugno, pp. 3-33.

[2] Teehankee, J.C. (2018), “House of Clans: Political Dynasties in the Legislature”, in Thompson, M.R. e Batalla, E.V.C. (a cura di), Routledge Handbook of the Contemporary Philippines, Abingdon e New York: Cambridge University Press, p. 91.

[3] Park, S.W. (2008), “Oligarchic Democracy in the Philippines: Democratization Sans Disintegration of Political Monopoly”, in Cho, H., Surendra, L. e Park, E. (a cura di), States of Democracy. Oligarchic Democracies and Asian Democratization, Mumbai: Earthworm Books, p. 124.

[4] Winters, J.A. (2011), Oligarchy, New York: Cambridge University Press, pp. 135-136.

[5] Ibi, p. 202.

[6] McCoy, A.W. (2009, II ed.), “Rent-seeking Families and the Philippine State: A History of the Lopez Family”, in Id. (a cura di), An Anarchy of Families: State and Family in the Philippines, Madison: University of Wisconsin Press, p. 436.

[7] Da distinguere dalla “EDSA 2”, ovvero dal grande movimento di protesta popolare sceso in strada tra il 16 e il 20 maggio 2001 in seguito alle accuse di corruzione mosse dall’allora governatore dell’Ilocos Sur, Chavit Singson, nei confronti dell’allora presidente della repubblica Joseph “Erap” Estrada, che fu costretto a dimettersi.

[8] Arugay, A.A. e Slater, D. (2018), “Polarization Without Poles: Machiavellian Conflicts and the Philippines’ Lost Decade of Democracy, 2000–10”, Annals AAPSS, 681 (1), p. 126.

[9] Ibi, p. 127.

[10] Cfr. McCoy, A.W. (2009, II ed.), “‘An Anarchy of Families’: The Historiography of State and Family in the Philippines”, in Id. (a cura di), op. cit., p. 10.

[11] Teehankee, J.C., op. cit., p. 88.

[12] Park, S.W., op. cit., p. 124.

[13] Ibidem.

[14] Cfr. Kimura, M. (2018), “Clientelism Revisited”, in Thompson, M.R. e Batalla, E.V.C., (a cura di), op. cit., pp. 17-25.

[15] Hicken, A. (2009), Building Party Systems in Developing Democracies, New York: Cambridge University Press, p. 152.

[16] Tadem, T.S.E e Tadem, E.C., op. cit., p. 335; Park, S.W., op. cit., p. 123.

[17] Bueza, M. e Castro, G.M. (2019), “MAP: Major Political Families in PH After the 2019 Elections”, Rappler, 30 agosto, disponibile online al link https://www.rappler.com/newsbreak/in-depth/map-major-political-families-philippines-after-elections-2019.

[18] Teehankee, J.C. (2020), “Factional Dynamics in Philippine Party Politics, 1900-2019”, Journal of Current Southeast Asian Affairs, 39 (1), p. 110.

[19] Il patronage si distingue dal “clientelismo”, che si riferisce invece alla natura del rapporto tra il politico e l’elettore. Notoriamente, il clientelismo si configura come una “relazione personalistica del potere” che si fonda su un sistema iniquo caratterizzato da tre elementi fondamentali: la reciprocità, la gerarchia e la continua interazione tra politico ed elettore. Per un approfondimento delle differenze, cfr. Aspinall, E. e Sukmajati, M. (2016), “Patronage and Clientelism in Indonesian Electoral Politics”, in Id. (a cura di), Electoral Dynamics in Indonesia. Money Politics, Patronage and Clientelism at the Grassroots, Singapore: NUS Press, pp. 3-4.

[20] Tusalem, R.F. e Pe-Aguirre, J.J. (2013), “The Effect of Political Dynasties on Effective Democratic Governance: Evidence From the Philippines”, Asian Politics & Policy, 5 (3), p. 360.

[21] Tadem, T.S.E e Tadem, E.C. (2016), “Political Dynasties in the Philippines: Persistent, Patterns, Perennial Problems”, South East Asia Research, 24 (3), pp. 332-333.

[22] Abinales, P.N. e Amoroso, D.J. (2005), State and Society in the Philippines, Lanham: Rowman & Littlefield Publishers, p. 15.

[23] Mendoza, R.U. et al. (2014), “Political Dynasties and Poverty: Resolving the “Chicken or the Egg” Question”, MPRA Paper n. 53361, disponibile online al link https://mpra.ub.uni-muenchen.de/53361/.

[24] CNN Philippines (2019), “Duterte Urges Davao City Officials to Create ‘Strong Opposition’ Amid Political Dynasty Tag”, 21 giugno, disponibile online al link https://cnnphilippines.com/news/2019/6/21/Duterte-Davao-City-political-dynasty-opposition.html?fbclid=IwAR0Dv_Q5J9CyoqIBHMbb68Wo03MUQ5qCMRki_8-k8FG3b1m0lrEv_mwYsdI.

[25] Presidential Communications Operations Office, Republic of the Philippines (2020), Speech of President Rodrigo Roa Duterte during the Talk to the Troops in Jolo, Sulu, 13 luglio, disponibile online al link https://pcoo.gov.ph/presidential-speech/speech-of-president-rodrigo-roa-duterte-during-the-talk-to-the-troops-in-jolo-sulu/.

[26] Cit. in Curato, N. (2017), “We Need to Talk About Rody”, in Id. (a cura di), A Duterte Reader. Critical Essays on Rodrigo Duterte’s Early Presidency, Quezon City: Bughaw, p. 13.

[27] Cfr. Gera, W. e Hutchcroft, P. (2021), “Duterte’s Tight Grip over Local Politicians: Can It Endure?”, New Mandala, 19 febbraio, disponibile online al link https://www.newmandala.org/dutertes-tight-grip-over-local-politicians-can-it-endure/.

[28] David, C.C. e San Pascual, M.R.S. (2016), “Predicting Vote Choice for Celebrity and Political Dynasty Candidates in Philippine National Elections”, Philippine Political Science Journal, 37 (2), pp. 82-93.

[29] Philstar (2020), “Explainer: The Oligarchy in the Philippines is More than Just One Family or Firm”, 19 luglio, disponibile online al sito https://www.philstar.com/headlines/2020/07/19/2028001/explainer-oligarchy-more-just-one-family-or-firm.

[30] Cepeda, M. (2020), “Term Limits ‘Created’ Political Dynasties, Says Cayetano”, Rappler, 20 luglio, disponibile online al link https://www.rappler.com/nation/cayetano-says-term-limits-created-political-dynasties. La Costituzione prevede fino a un massimo di tre mandati consecutivi per gli amministratori locali, fino a un massimo di due (sei anni ciascuno) per i senatori e, infine, fino a un massimo di tre (tre anni ciascuno) per i deputati.


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