Dinamiche di genere tra i cinesi d’Italia: una partita tutta da giocare

Un dato che caratterizza l’emigrazione dal Zhejiang fin dalla ripresa dei flussi migratori dalla Rpc all’Italia negli anni Ottanta è il suo profilo familiare, con un rapporto maschi-femmine che sfiora la piena parità. A livello nazionale, le donne costituiscono il 49,5% dei cittadini cinesi residenti, ma in provincia di Milano, dove risiede il 13% circa dei cinesi d’Italia, le donne superano già i maschi, toccando il 50,7% (dati Istat al 31 dicembre 2016). In una popolazione che, almeno dalla metà degli anni Novanta in poi, è soprattutto costituita da coppie con figli, questo è il tipo di profilo che è lecito aspettarsi, soprattutto in assenza delle costrizioni normative che condizionano la dinamica riproduttiva in Cina. Come cambiano le identità, i ruoli e le gerarchie di genere tra i cinesi in Italia rispetto alla Cina? In realtà gli studi specifici su questo tema sono piuttosto rari, anche se diverse ricerche orientate a ricostruire il profilo sociale e demografico della popolazione cinese in specifici contesti territoriali hanno toccato l’argomento, quantomeno sotto il profilo dell’attenzione alla condizione femminile e alle dinamiche intergenerazionali e di coppia.[1] Attingendo ai dati disponibili, a tesi di laurea e occasioni di osservazione e di ricerca sul campo promosse negli ultimi anni, si può qui tentare una analisi preliminare di tendenze in atto quantomeno nel contesto milanese.

Il modello tradizionale del matrimonio cinese è già soggetto a tensioni: le donne cinesi in Italia sono sempre più libere di sposare chi desiderano, anche un non-cinese. Per i figli, soprattutto se maschi primogeniti, questa è ancora un’opzione che può essere spesso contrastata dai genitori.

Oggi le famiglie cinesi sono caratterizzate dall’incidenza crescente di nuclei domestici condivisi da tre generazioni: i nonni, emigrati in Italia a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta; i genitori, oggi trentenni, ricongiunti nel corso degli anni Novanta e Duemila, e i figli nati negli anni Duemila-Duemiladieci. Ma la maggior parte delle famiglie sino-italiane è tuttora costituita da coppie emigrate nel corso degli anni Duemila e dai loro figli nati nel corso del medesimo decennio, oggi adolescenti. Questo configura una popolazione giovane (l’età media è trent’anni), ma non più giovanissima, in cui la maggior parte degli adulti è nata a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Per quanto conservatori possano essere (e generalmente lo sono), i “nonni” nati negli anni Settanta, sul piano delle dinamiche di genere gli orientamenti dominanti sono quelli di adulti che hanno conosciuto solo la Cina delle riforme e che su questi temi tendono ad avere vedute più ampie e pragmatiche dei loro genitori. Questo vale tanto per il modo in cui si gestiscono i rapporti di coppia e si affrontano le sfide dell’acculturazione alla lingua e al contesto socio-culturale italiano, quanto per il modo in cui ci si orienta rispetto all’educazione dei figli. Queste coppie, per esempio, e a differenza della generazione che li ha preceduti, optano quasi sempre per il mantenimento del cinese standard (pǔtōnghuà, 普通话) come “lingua famigliare”, per favorire il suo apprendimento da parte dei figli, riservando l’uso del dialetto d’origine (la lingua locale o fāngyán, 方言) al registro più intimo del rapporto di coppia o alla relazione con i suoceri. Generalmente sono propense a investire molto nell’educazione dei figli e a favorire l’apprendimento in parallelo dell’italiano e del cinese standard. Il loro modello matrimoniale resta patrilocale e fortemente condizionato dalle esigenze di lignaggio: sposarsi entro i trent’anni, sposare coniugi cinesi approvati dai rispettivi lignaggi di appartenenza, utilizzare il matrimonio come strategia di accumulazione primaria di capitale per l’imprenditoria della coppia, fare almeno due figli di cui almeno uno preferibilmente, maschio, mentre dalla nuora ci si aspetta che conviva serenamente con i suoceri e affidi alle loro cure i figli, ecc. Tuttavia, questo modello è già soggetto a tensioni: ci si sposa sempre più tardi, si preferisce “vivere vicino” ai nonni/suoceri piuttosto che averli in casa, e sono sempre più numerosi i giovani che resistono al vaglio del partner da parte dei genitori e del lignaggio. Questo vale soprattutto per le figlie, che sono tendenzialmente più libere di sposare chi desiderano e magari pure di sposare un “esterno”, cioè un non-cinese.

Per i figli, soprattutto se maschi primogeniti, questa è ancora un’opzione assai contrastata dai genitori e sono davvero rari i giovani che riescono a prevalere sull’orientamento tradizionale famigliare. Malgrado ciò, gli ultimi dati forniti in merito dall’Istat, mostrano che nel 2015 il numero di donne cinesi che ha sposato uomini italiani eguaglia il numero di matrimoni celebrati tra cinesi o tra cinesi e altri stranieri (243 persone). Il dato sugli uomini cinesi che hanno sposato donne italiane non è fornito perché inferiore al minimo rilevato per nazionalità nella tabella di riferimento (71), ma se fosse maggiore di zero significherebbe che nel 2015, per la prima volta in trent’anni, i matrimoni misti tra cinesi e non-cinesi hanno superato i matrimoni tra cinesi. Sono dati da prendere con molta cautela, perché la maggior parte dei cinesi quando si sposa – ovvero quando celebra il banchetto di nozze che unisce gli sposi e sancisce un’alleanza tra i rispettivi lignaggi – poi normalmente non registra ufficialmente il proprio matrimonio se non molti anni più tardi, tanto in Cina quanto in Italia. La ragione principale sembra essere la difficoltà (e il costo) implicato dal conseguimento dei documenti notarili cinesi necessari. Quindi il dato sopra citato sottostima sicuramente l’ammontare complessivo dei matrimoni tra cinesi, ma rappresenta comunque una novità importante rispetto al recente passato, quando il numero dei matrimoni con non cinesi era di molto inferiore a quello tra cinesi.

Nella realtà dell’immigrazione cinese in Italia, le competenze di genere sono relativamente paritarie: le donne tendenzialmente lavorano tanto quanto gli uomini, affidando i propri figli ai suoceri oppure ai propri genitori o ancora a tate cinesi appositamente reclutate. Questo avviene nella realtà quotidiana di coppie che magari, se interpellate al riguardo, tendono comunque ad attribuirsi ruoli di genere più tradizionali, di caregiver per le donne e di breadwinner per gli uomini.[2] Anche la partecipazione all’impresa è assai elevata: secondo gli ultimi dati Unioncamere disponibili (riferiti al 2014) sono 21.526 le imprese con titolare una donna nata nella Rpc. È di gran lunga il maggior numero di imprese gestite da donne immigrate di una singola nazionalità, con un incidenza del 20% sul totale dell’imprenditoria immigrata al femminile e del 43% sul totale delle imprese con titolare nato in Cina. Una partecipazione al lavoro autonomo che non ha alcun corrispettivo paragonabile in altre popolazioni immigrate, né tantomeno in quella italiana, dove le imprese gestite da donne sono solo il 21,6% del totale.[3] Questo spiega in parte perché le decisioni più rilevanti circa le questioni di famiglia, sia sul piano dell’impresa che su quello dell’educazione dei figli, siano generalmente prese in maniera concertata e paritaria tra i coniugi: è un luogo comune duro a morire quello che dipinge la famiglia cinese in emigrazione come rigidamente patriarcale, ma le evidenze di ricerca suggeriscono una realtà assai più duttile e variegata. Tuttavia il ruolo cruciale delle donne nella famiglia e nell’impresa per ora non si traduce in un protagonismo sociale e politico in ambito associativo e comunitario. In UNIIC, la più giovane e innovativa associazione datoriale sino-italiana, la presenza di soci femminili è tuttora circoscritta, mentre le associazioni di imprenditrici, come la Associazione Generale Donne Cinesi a Milano (Yìdàlì Mǐlán huáqiáo huárén fùnǚ liányì zǒnghuì, 意大利米兰华侨华人妇女联谊总会), svolgono perlopiù il ruolo di controparte conviviale e benevolente delle associazioni di imprenditori in cui militano i loro mariti.

Per quanto riguarda le identità di genere che travalicano l’etero-normatività della famiglia cinese in emigrazione, l’omosessualità resta un tabù. Nelle famiglie cinesi d’Italia un orientamento sessuale diverso è considerato ancora deviante e patologico: se nelle figlie viene spesso minimizzato come “una fase temporanea” della crescita, nei figli è invece profondamente osteggiato. In Italia stanno però emergendo voci nuove e importanti a rompere il silenzio su questa delicata materia. Il toccante e vivido memoir autobiografico di Shi Yang Shi, Cuore di seta,[4] che narra il difficile percorso di acculturazione e inserimento in Italia di un giovane cinese ricongiunto ai propri genitori nella prima adolescenza, è anche il primo esempio nella letteratura della diaspora cinese di un coming out arduamente negoziato con i propri affetti più cari. Le trasformazioni in corso nella famiglia cinese in Italia inaugurano proprio in questi anni una stagione di maturazione del proprio percorso diasporico, di conciliazione sofferta ma in fondo vincente di modernità e tradizione, che merita di essere seguita con più attenzione e dalla quale abbiamo molto da imparare.

 

 

[1] Si vedano: Patrizia Farina, “Donne Cinesi in Italia”, in Wenxin. L’Essenza della Scrittura. Scritti in Onore di Alessandra Lavagnino, a cura di Clara Bulfoni, Jin Zhigang, Emma Lupano, Bettina Mottura (Milano: Franco Angeli, 2017), 526-533; Daniele Cologna, “Forti e Fragili Compagne? Vulnerabilità e Resilienza delle Donne Cinesi Immigrate in Italia”, Mondo Cinese 146 (2011), 128-143; Sofia Graziani, “Donne e Migrazione: il Caso delle Baomu”, Mondo Cinese 146 (2011), 144-157. Qualche cenno utile sulla condizione femminile si può trovare anche in Rossella Cecchini, Lanterne amiche. Immigrazione cinese e mediazione interculturale a Reggio Emilia (Reggio Emilia: Edizioni Diabasis, 2009); Carla Albano, “Migranti Cinesi in Basilicata”, in Ponti di bambù a cura di Giuseppina Merchionne (Milano: Egea, 2007), 113-128. Un caso a parte è il romanzo-reportage che la scrittrice sino-canadese Suzanne Ma ha dedicato al suo incontro con una giovane cinese immigrata in Italia: Suzanne Ma, Ci Vediamo a Venezia. Il sogno di Pei, dalla Cina all’Italia in Cerca di Futuro, trad. it. Laura Melosi (Firenze: Giunti, 2015).

[2] Come osserva Patrizia Farina in “Donne Cinesi in Italia”, 530-531: “La grande spinta al lavoro delle donne cinesi e la loro immagine tradizionale rispetto ai ruoli di genere in seno alla famiglia sembra indicare che fra loro ci sia una sorta di conflitto fra la rappresentazione che hanno del proprio ruolo e le circostanze che in qualche misura le obbligano a essere diverse”. Ma potrebbe anche valere il contrario: anche quando queste donne si realizzano nel loro lavoro, cedono comunque alla pressione simbolica famigliare e comunitaria a riconoscersi nel ruolo di genere tradizionale di caregiver a supporto della famiglia del marito.

[3] Centro Studi Unioncamere, 3° Rapporto nazionale sulla imprenditoria femminile “Impresa in genere” (Milano: Unioncamere, 2016).

[4] Shi Yang Shi, Cuore di seta. La mia storia italiana made in China (Milano: Mondadori, 2017).

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