Derzhava: il concetto di ‘grande potenza’ tra identità, riconoscimento e ordine mondiale

Una chiave di lettura nel dibattito sul futuro dell’ordine mondiale sta nel distinguere tra di loro le sfide poste dalla Cina e dalla Russia. Entrambi i paesi sono critici dell’ordine mondiale liberale, ma ognuno lo sta sfidando a proprio modo, con significative differenze. La Cina ha un’agenda revisionista, ma il suo obiettivo principale è quello di assicurarsi una posizione di rilievo nell’ordine internazionale esistente. Di fatto, la Cina sembra si stia cimentando in quella che Alexander Cooley e Daniel Nexon chiamano ‘sostituzione dei beni’: al posto della Banca Mondiale, la Cina ha promosso la Banca Asiatica di Sviluppo; al posto del Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), la Cina sta cercando uno strumento alternativo. L’idea di base non è quella di rovesciare il sistema, ma di modificarlo in modo che il proprio ruolo diventi centrale. Ciò rappresenta una sfida per l’Occidente e per l’egemonia statunitense, ma la sfida posta dalla Cina è una sfida interna al sistema.

Al contrario, la Russia nutre un profondo disprezzo per l’ordine a guida occidentale – o per quello che Putin e, sempre più spesso, l’élite russa chiamano “Occidente collettivo” – e, nonostante i tentativi di costruire un sistema multipolare fin dagli anni Novanta, le aspirazioni russe attuali rimangono poco chiare. Ciò che è chiaro è che la Russia vuole essere riconosciuta come una grande potenza. Tuttavia, quando la Russia parla di ‘grande potenza’ non sembra intendere ciò che è generalmente associato a tale termine. L’accezione generale di ‘grande potenza’ è quella di uno stato che è riconosciuto da altri come tale e che può quindi unirsi a quell’istituzione internazionale che è il club delle grandi potenze. Il punto centrale è il riconoscimento: quello di ‘grande potenza’ è un concetto che potremmo definire intersoggettivo.

In Russia, il concetto di ‘grande potenza’ (derzhava oppure velikaya derzhava) ha una storia diversa ed esiste quindi una divergenza tra l’Occidente e la Russia in merito a ciò che significa essere una grande potenza. Studiosi di storia concettuale come Reinhart Koselleck hanno a lungo sottolineato che i concetti cambiano significato in transizione assumendo sfumature diverse in base al contesto, cosicché quando si prende un concetto nato in un paese e lo si usa per un altro paese, si perde sempre qualcosa. Nel suo libro di prossima pubblicazione sulla storia concettuale russa, lo studioso Anatoly Reshetnikov rivela che la Russia associa al concetto di grandezza l’idea di essere nelle grazie di Dio. Di conseguenza, quando i Russi affermano che la Russia è una grande potenza, quello che intendono dire è che la Russia è grande agli occhi di Dio o, durante il comunismo, grande agli occhi della storia.

Il nocciolo della questione sembra quindi essere che per buona parte del mondo essere una grande potenza significa far parte di un club in cui la propria appartenenza è riconosciuta in termini relazionali sia dai membri che dai non-membri del gruppo. In questo senso, come suggerito da George Herbert Mead, l’identità di ‘grande potenza’ ha due dimensioni: la percezione che abbiamo di noi stessi (l’io) e la percezione che gli altri hanno di noi (il me). La Russia è alle prese con una sconnessione tra queste due dimensioni – una sconnessione che potrebbe essere vista come simile alla sindrome di Asperger: la Russia insiste sulla sua grandezza a prescindere dalla convalida esterna. Per la Russia e per i Russi, inclusi i Russi liberali, essere una grande potenza è un fatto incontrovertibile, così radicato nella psiche collettiva che l’eventualità di non essere una grande potenza rappresenta una minaccia esistenziale.

La situazione appena descritta è profondamente problematica per tutte le parti coinvolte perché la Russia non può ottenere il riconoscimento che desidera così ardentemente. L’io e il me non possono essere riconciliati. La ragione di ciò è che il soft power russo – un elemento fondamentale per lo status di grande potenza – è limitato: la Russia di oggi non gode del sostegno che l’Unione Sovietica riceveva dai grandi partiti comunisti di altri paesi e, sebbene in Occidente ci siano ancora persone che credono che il futuro venga da Est, questi entusiasti dell’ex oriente lux sono pochi e lontani tra loro. La Russia può anche essere ben fornita di quelle che l’antropologo James Scott ha chiamato le ‘armi dei deboli’ (weapons of the weak), come l’hacking e la propaganda, ma ciò che offre in termini di ideologia o di visione del mondo non è sufficiente a giustificare lo status di grande potenza. Anche le prestazioni militari russe sono mediocri e potrebbero non bastare per ottenere il riconoscimento di grande potenza. Certo, la Russia ha armi nucleari a bizzeffe, ma anche il Pakistan ne ha, e nessuno definirebbe il Pakistan una grande potenza.

Se vogliamo teorizzare le relazioni russo-occidentali odierne faremmo bene a rivolgerci al sociologo francese Pierre Bourdieu e a descrivere la situazione attuale come una sorta di isteresi o ‘effetto ritardo’ in cui la Russia sembra trovarsi fuori dal suo stesso tempo e fuori passo rispetto all’Occidente e probabilmente al resto del mondo. La Russia sembra stia combattendo battaglie che in realtà non rientrano nel gioco delle grandi potenze.

L’Occidente ha compiuto alcuni tentativi per accogliere la Russia, adeguarsi alla percezione che Mosca ha di sé e riconoscere il paese come grande potenza. Tuttavia, gesti simbolici come la trasformazione del G7 in G8 e l’apertura del Consiglio d’Europa hanno fatto poca differenza, e la Russia è rimasta irremovibile nelle sue richieste presentandosi ora come una potenza eurasiatica. Questo cambiamento non è solo un’espressione dell’attuale posizione anti-europea della Russia, ma rappresenta anche un tentativo di avvicinarsi alla Cina. Un tentativo che, però, è destinato a fallire. L’idea che la Russia possa rifugiarsi tra le braccia della Cina e venire da essa riconosciuta come grande potenza è semplicemente fallace.  Possiamo già osservare come, invece di trattare la Russia come una grande potenza, la Cina penetri sempre più diffusamente in Asia centrale, minando così quello che la Russia considera uno dei tratti distintivi del suo essere una grande potenza, ossia la sua sfera di influenza. Tutto ciò significa che Mosca sta ricevendo da Beijing un trattamento molto simile a quello già ricevuto dall’Occidente. Ancora una volta Putin non sembra essere al passo con i tempi e probabilmente il risultato sarà che la Russia rimarrà revanscista e sempre più isolata, finendo per sprofondare in una sorta di déjà vu dei paradossi che hanno portato al collasso dell’Unione Sovietica, come raccontato da Alexei Yurchak nel suo libro Everything Was Forever, Until It Was No More.

Il tentativo di porre rimedio a questa situazione attraverso la guerra riprende l’idea di espandersi all’esterno quando il progresso interno è insufficiente: un tema ricorrente nella storia moderna, storia a cui la Russia sembra ancora attenersi. In effetti, è difficile comprendere il comportamento di Putin senza considerare le aspettative che in passato erano riposte negli zar e cioè che conquistassero – e soprattutto riconquistassero – terre “russe”. E questo è quello che sta cercando di fare anche Putin. La guerra in Ucraina si allinea quindi alla storia russa ed è probabile che seguirà lo stesso destino di molti conflitti congelati, in cui nessuna delle due parti sarà in grado di far valere a pieno la propria volontà ed entrambe saranno insoddisfatte. Se per l’Occidente questo sarebbe un esito deplorevole, per la Russia potrebbe invece essere un risultato favorevole in quanto le consentirebbe di manipolare a piacimento l’intensità dei conflitti lungo i suoi confini e, così facendo, distinguersi dal resto del mondo. Dopotutto, questo è quello che Mosca sta già facendo in Transnistria (in Moldavia), e in Ossezia del Sud e Abkhazia (in Georgia). Dal punto di vista dell’Europa, però, questo è uno scenario deleterio per la sicurezza del continente in quanto creerebbe una netta frattura tra la Russia e la Bielorussia da un lato, e l’Europa dall’altro portando a una situazione in cui le possibilità di incomprensioni e fraintendimenti si moltiplicherebbero. Purtroppo, nonostante questa sia una prospettiva desolante per le parti coinvolte, risulta difficile immaginare come possa essere evitata.


Per saperne di più

Yurchak, A. (2006) Everything Was Forever, Until It Was No More: The last Soviet generation. Princeton University Press.

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