Dal miracolo economico al paradosso tecnologico: quali strategie per superare la trappola del reddito medio in Thailandia?

La Thailandia rientra tra i paesi per i quali si è parlato di miracolo economico. Dopo un lungo periodo di risultati economici modesti e le ferite della Seconda guerra mondiale da sanare, alla fine degli anni ’50 il Paese ha iniziato uno straordinario processo di sviluppo che lo ha portato a divenire oggi la seconda economia più grande nell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) con uno dei redditi pro-capite più elevati (quasi 6000 dollari annui). Il prodotto interno lordo (PIL) è arrivato a crescere in media del 9,5% all’anno tra il 1987 e il 1996. La crescita economica è stata anche accompagnata da una forte riduzione della povertà, passata dal 42% nel 2000 all’8,6% oggi (in base alla linea di povertà nazionale) e una crescita delle aspettative di vita passate da 54 anni nel 1960 a 75 anni nel 2016.

Fonte: World Development Indicators

Le ragioni di questo successo possono essere individuate prima nella crescita della produttività agricola e poi nella trasformazione strutturale dell’economia. Quest’ultima è passata dall’agricoltura alla produzione industriale orientata all’esportazione, integrando allo stesso tempo prodotti chiave (in particolare automobili ed elettronica) nelle catene del valore regionali. Le riforme per l’apertura dell’economia iniziate negli anni ‘60 hanno favorito gli investimenti diretti esteri (IDE) in particolare nei settori orientati all’esportazione, trasformando il Paese in uno dei principali esportatori mondiali.

Fonte: World Development Indicators

Un ruolo importante nel successo della crescita thailandese viene attribuito alla presenza di un gruppo di dinamici imprenditori di origine cinese. Inizialmente ostacolati per ragioni ideologiche nel periodo della Guerra fredda, questi imprenditori hanno poi beneficiato di forti politiche a favore dello sviluppo del settore privato quando il governo ne ha compreso il potenziale per lo sviluppo economico del Paese. Il boom del decennio 1987-1996 è stato inoltre favorito dalla stabilità politica e dall’ampio mercato interno thailandese. Il miracolo economico si è però improvvisamente e drammaticamente interrotto con la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998, originatasi proprio in Thailandia a causa del forte indebitamento privato e di un improvviso deflusso dei capitali investiti a breve termine dagli investitori stranieri. Dopo un triennio di crisi, l’economia thailandese è tornata a crescere, rallentando tuttavia al 4% nel periodo 2000-2017.

Secondo le valutazioni più recenti del Fondo Monetario Internazionale (FMI), la situazione economica nel 2018 è caratterizzata da una ripresa ciclica. La crescita del PIL è stimata al 3,9% nel 2017, sostenuta da forti servizi turistici ed esportazioni manifatturiere. La domanda interna è rimasta, tuttavia, fiacca tra le sfide strutturali del Paese e i guadagni delle esportazioni, che non sono riusciti a far crescere i redditi delle famiglie e gli investimenti in altri settori. L’inflazione si è attestata allo 0,7%, al di sotto degli obiettivi per il terzo anno consecutivo, riflettendo una debole dinamica dei prezzi alimentari e la debole inflazione core (quella calcolata escludendo i prezzi più volatili, ad esempio quelli per l’energia). Il surplus delle partite correnti è rimasto elevato, pari a circa il 10,6% del PIL. La stabilità del sistema finanziario ha continuato a rafforzarsi e il FMI prevede che la dinamica di crescita possa continuare nel 2018 e nel 2019, sostenuta da un elevato dinamismo delle esportazioni. Rimane il fatto che siamo lontani dalla crescita media degli anni ’90.

Il rallentamento potrebbe essere dovuto in parte a una serie di shock che hanno colpito l’economia: un colpo di stato nel 2006 e successivi disordini politici, la crisi finanziaria globale e il crollo della domanda nel 2008-2009, massicce inondazioni nel 2011, e un nuovo colpo di stato nel 2014. Questa serie di eventi ha sicuramente frenato la fiducia degli investitori e influenzato la domanda interna rallentando la crescita. Tuttavia, le ragioni di questo declino sono anche strutturali e il Paese sembra trovarsi in una “trappola del reddito medio”, dove alla crescita dei redditi e del costo del lavoro si associano una riduzione della capacità di attirare investimenti esteri, una riduzione della crescita della produttività e della competitività complessiva, e una domanda interna insufficiente a trainare la crescita.

Il modello a cui guardare per uscire dalla “trappola” è ben noto e largamente condiviso: si tratta di passare da una crescita basata su basso costo della manodopera e disponibilità di capitale a un modello fondato su innovazione tecnologica e alta produttività. Il fatto che il punto di approdo sia noto non significa, però, che sia anche facile da raggiungere. Per ora, le uniche nazioni asiatiche ad aver evitato la “trappola” sono il Giappone, la Corea e Taiwan, mentre i casi di Singapore e Hong Kong tendono a non essere presi in considerazione data la loro unicità. Ciò detto, le soluzioni da trovare non possono che partire dal contesto specifico e dalle condizioni internazionali in cui si trova la Thailandia.

La Thailandia è un esempio di mercato emergente che affronta il paradosso dell’innovazione: i rendimenti della ricerca e sviluppo sono elevati, ma gli investimenti effettivi sono bassi rispetto ad altri Paesi in condizioni simili. Le imprese che effettivamente investono in tecnologia mostrano una maggiore produttività, come ad esempio Siam Cement Group e Indorama. Tuttavia, tali imprese rimangono poche e le politiche del passato per favorire l’innovazione tecnologica hanno avuto risultati limitati. La spesa in ricerca e sviluppo, i brevetti e il numero del personale specializzato in IT è inferiore rispetto a quello della Malaysia e della Cina. La Thailandia risulta al 52° posto su 128 nel Global Innovation Index, dietro a Singapore e Malaysia.

Come può dunque la Thailandia sperare di superare il paradosso dell’innovazione e uscire dalla trappola del reddito medio? Può riuscire a creare un ambiente che premia e incentiva la ricerca dell’innovazione rafforzando allo stesso tempo la capacità delle istituzioni a realizzare tale ambiente? In quanto tempo tutto ciò potrà realizzarsi? La strategia di sviluppo del Paese, all’interno della quale si inserisce la politica industriale Thailandia 4.0 proposta nel 2016, si propone di sostenere i settori ad alta competitività (come automazione e robotica, tecnologia aerospaziale, bioenergia e nuove tecnologie digitali, diagnostica medica avanzata). In aggiunta a ciò, la strategia individua alcune aree ritenute critiche; la promozione delle PMI; la facilità a fare impresa; lo sviluppo delle competenze e l’istruzione professionale; la riforma fiscale (imposte personali, proprietà e successioni, incentivi fiscali per IDE e PMI); la privatizzazione e il miglioramento delle imprese pubbliche; le infrastrutture (ferrovie, strade e collegamenti aerei, gestione integrata delle risorse idriche); e l’economia digitale (accesso alla banda larga e pagamenti elettronici per le PMI e il commercio online). La strategia si propone anche di ridurre ulteriormente la diseguaglianza e migliorare la sostenibilità ambientale, due condizioni certamente necessarie per tornare su livelli di forte crescita.

Consapevole di non avere le competenze richieste in molte delle industrie avanzate che si vorrebbero sviluppare, Thailandia 4.0 si propone di attirare investimenti esteri che possano portare nel Paese tali competenze offrendo generosi incentivi fiscali. Tuttavia, gli investimenti esteri arriveranno soltanto in presenza di adeguata manodopera specializzata. Ecco dunque riproporsi una situazione di trappola. La strategia sembra basata più sull’adozione di soluzioni stereotipate che su una profonda analisi dei problemi strutturali specifici del Paese. Inoltre, maggiore attenzione andrebbe dedicata a come realizzare le riforme proposte, a come coinvolgere chi dovrà applicare le nuove politiche e come si prevede di compensare coloro che potranno esserne negativamente colpiti, come ad esempio i dipendenti delle imprese pubbliche da privatizzare.

La Banca Mondiale suggerisce modalità di intervento che sembrano guardare più attentamente alla radice delle difficoltà del Paese invitando a considerare cinque elementi critici che caratterizzano l’economia dell’innovazione: politica della concorrenza, liberalizzazione dei servizi, proprietà intellettuale, strategia nazionale per la gestione dei dati e manodopera qualificata.

Si tratta certamente di temi chiave per la Thailandia. La concorrenza, sia nazionale sia internazionale, riduce infatti i margini di profitto e incentiva le imprese a innovare per sopravvivere ed eccellere. La nuova legge sulla concorrenza del 2017 rappresenta un passo in questa direzione, ma la sua attuazione dovrebbe essere rafforzata da un chiarimento sul trattamento delle imprese di proprietà statale e da misure “quasi-fiscali” come il controllo dei prezzi, nonché incoraggiando la segnalazione di comportamenti collusivi e la creazione di cartelli.

Il settore dei servizi potrebbe fungere da nuovo propulsore della crescita vista la sua complementarietà con la produzione e l’aumento della sua commerciabilità grazie ai recenti progressi tecnologici. La Thailandia ha un mercato dei servizi più limitato rispetto ad altri Paesi ASEAN, come ad esempio la Malaysia, e potrebbe beneficiare molto dall’attuazione degli accordi per il riconoscimento reciproco sui liberi movimenti di professionisti qualificati nella Comunità Economica ASEAN (AEC).

La ricerca dell’innovazione è sempre un’impresa rischiosa, costosa e di lungo termine. Di conseguenza, la protezione della proprietà intellettuale è fondamentale per consentire alle imprese e ai ricercatori di effettuare questo tipo di investimento. Al momento, però, la capacità della Thailandia di far rispettare la proprietà intellettuale è piuttosto debole e significativamente inferiore a Malaysia, Indonesia e Filippine. Il Paese avrebbe bisogno di una riforma del quadro normativo in grado di rafforzare tutte le istituzioni coinvolte nel rispetto della proprietà intellettuale, compresi tribunali e forze di polizia.

I dati sulle preferenze dei consumatori espresse attraverso “like”, acquisti on line, ricerche internet, localizzazioni GPS, chiamate telefoniche, foto digitali e così via (i cosidetti “big data”), possono essere considerati come una nuova preziosa “risorsa naturale” e possono aiutare le imprese ad aumentare la produttività e la capacità di innovare. Attualmente, l’approccio della Thailandia ai dati è limitato alla promozione della trasparenza a livello governativo e all’integrazione delle informazioni per fornire servizi migliori ai cittadini e alle imprese. La Thailandia potrebbe guardare ai dati in una prospettiva più ampia. Ad esempio, una quantità crescente di dati verrà generata da macchine o processi relativi alla cosiddetta “internet delle cose”, comprese le fabbriche fortemente automatizzate del futuro. Una strategia nazionale sui dati dovrebbe riguardare: i) la loro standardizzazione; ii) la libertà del loro flusso e la facilità di trasmissione; iii) l’accesso ai dati generati dalle macchine; iv) i problemi di responsabilità e sicurezza; v) la creazione di mappe di dati. Tale strategia dovrebbe in definitiva contribuire a far crescere gli scambi di dati e i relativi mercati. In questo senso la Corea del Sud rappresenta un esempio interessante a cui guardare.

Un’economia innovativa basata sulla conoscenza non può fare a meno di far crescere il proprio capitale umano e questa è certamente la principale sfida del Paese per uscire dalla trappola del reddito medio. La proposta della Banca Mondiale riguarda le seguenti aree: i) l’istruzione per creare la prossima generazione di lavoratori; ii) la formazione per adeguare le competenze alle attuali esigenze del mercato del lavoro; iii) la riqualificazione professionale per aiutare i lavoratori ad adattarsi ai mutamenti del mercato del lavoro; iv) la capacità di attirare talenti dall’estero per colmare le lacune nelle competenze a breve termine. La Thailandia dovrebbe poi concentrarsi sulla creazione di un sistema di monitoraggio delle competenze per individuare le principali carenze e pianificare la formazione di conseguenza – come è stato fatto, ad esempio, nel Regno Unito, in Australia e recentemente anche in Malaysia.

Si tratta di politiche che sicuramente nel lungo periodo possono contribuire ad affrontare alcuni nodi di fondo del Paese insistendo sulle conoscenze produttive e non semplicemente sulla conoscenza tout court. Conoscere il manuale di funzionamento di una stampante 3D non significa, infatti, sapere anche come utilizzarla. La Thailandia dovrebbe però anche chiedersi come espandere il proprio patrimonio di conoscenze produttive a partire da quelle esistenti muovendosi per piccoli passi. Per riuscire a creare competenze che non esistono ancora non ci sono molte altre strade: è necessario puntare su nuovi beni e servizi che richiedono conoscenze produttive simili a quelle esistenti. Un passaggio diretto dall’industria automobilistica alla robotica e all’industria aerospaziale, o dall’agroalimentare alla bioenergia, appare velleitario in assenza della manodopera specializzata e delle competenze ingegneristiche necessarie. Anche nel caso si riesca ad attirare qualche investitore estero del settore ci vorranno anni per sviluppare una vera e propria industria. Sembra dunque improbabile che il Paese riesca a raggiungere l’obiettivo di passare a una nuova era di economia della conoscenza nel breve termine come vorrebbe invece l’attuale dittatura militare per riuscire a legittimarsi politicamente.

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