Cresce l’attenzione riservata dal governo cinese ai cinesi all’estero come promotori di “energia positiva”

In quello che si prospetta ormai come un rituale ricorrente, anche la visita del Dalai Lama alla terza edizione del Festival delle Religioni di Firenze lo scorso 18 settembre, accolta in generale assai calorosamente, è stata caratterizzata dal piccolo ma vistoso contrappunto di un gruppo di associazioni cinesi schierate per chiedere alla principale autorità del buddismo lamaista tibetano di “smetterla di nuocere all’amicizia tra Cina e Italia”. Le associazioni in questione non sono molto conosciute, pur essendo salite agli onori della cronaca più volte nei media italiani in lingua cinese. Quelle più in vista in occasione della composta manifestazione di protesta in piazzale Michelangelo a Firenze sono una confederazione di associazioni locali soprattutto toscane, la Associazione d’amicizia dei cinesi in Italia occidentale (Yidali xibu liu sheng yi shi Huaren Huaqiao lianyihui, 意大利西部六省一市华人华侨联谊会, lett.: “Associazione d’amicizia dei cinesi emigrati e residenti all’estero delle sei regioni e di una municipalità dell’Italia occidentale”), e poi la Italy Association for Promoting Peace and Unity in China (Yidali Zhongguo heping tongyi cujinhui, 意大利中国和平统一促进会), assieme ad un’organizzazione cinese dedita al volontariato internazionale, l’Associazione generale Ram Union in Italia (Gongyang hui Yidali zonghui, 公羊会意大利总会, lett.: “Associazione Ariete”), che ha sfoggiato i propri giubbotti gialli da soccorritore anche ad Amatrice, città alla quale le associazioni cinesi di tutta Italia – ma in particolare quelle di Milano – hanno donato ingenti somme di denaro per aiutare la popolazione e favorire la ricostruzione. La squadra di soccorritori della Ram Union, attivatasi in Italia è originaria del Zhejiang e dai tempi del terremoto di Wenchuan del 2008 si mobilita per prestare aiuto in occasione di calamità naturali sia in patria che all’estero. Sarebbe interessante studiare con più attenzione queste diverse realtà, che di fatto configurano modalità nuove di proiezione di soft power cinese a livello internazionale. Qui preme rilevare il coinvolgimento del mondo associativo dell’immigrazione cinese d’Italia in operazioni che tendono ad articolarsi come segue: a) beneficienza e solidarietà di alto profilo, con garanzia di buona visibilità (specie in occasione di calamità naturali), in ambito cinese e non cinese; b) promozione di attività di scambio culturale preferibilmente di carattere ludico-ricreativo, caritatevole o business-oriented, ma non attivismo sociale e politico partecipativo inserito nella società italiana più ampia; c) pubbliche manifestazioni di sostegno alla politica nazionale e internazionale della madrepatria, e di opposizione nei confronti dei suoi critici. Si tratta, in ogni caso, di attività sempre molto caute, volte a non offendere la sensibilità degli italiani (questa operazione non sempre riesce, in particolare quando ci sono di mezzo minoranze religiose) e in particolare attente a non configurarsi mai come “ingerenza negli affari interni di una nazione sovrana”. Manifestazioni di quest’ultimo tipo iniziarono a vedersi in occasione delle olimpiadi del 2008 e poi nel 2010 e nel 2012 per protestare contro la presenza giapponese sulle isole Senkaku/Diaoyudao, che la Cina rivendica come territorio sottoposto alla propria sovranità. Fui testimone in quell’anno di una di queste piccole proteste in zona Sarpi a Milano: dieci persone appena, con uno striscione rudimentale e un piccolo megafono.

L’associazionismo “tradizionale” degli immigrati cinesi, essenzialmente di matrice imprenditoriale, ha sempre coltivato un lato patriottico piuttosto spiccato, ma generalmente senza mai esporsi troppo. Si trattava essenzialmente di organizzare grandi ricevimenti per i dignitari del governo cinese in visita in Italia, in collaborazione con i consolati generali e l’ambasciata, magari invitando ospiti italiani “amici della Cina”, ma sempre tenendo un profilo piuttosto basso e ad uso e consumo interno alla realtà cinese d’Italia. Questo sta cambiando. Fino a un paio d’anni fa, a tenere banco era la vitalità del nuovo associazionismo espressione delle cosiddette “seconde generazioni”, la gioventù sino-italiana che chiedeva – e tuttora chiede – riconoscimento, spazi partecipativi, opportunità di scrivere in prima persona la storia del presente e del futuro di una declinazione cinese dell’italianità. Ad esso sono seguiti gli exploit politici di Milano e di Roma, quando diversi attori di un associazionismo nuovo, e all’epoca anche piuttosto ansioso di smarcarsi da quello dei propri padri e dei propri nonni, fecero molto parlare di sé come di un nuovo soggetto culturale, sociale e politico, in grado di scompaginare la visione carica di preconcetti e di cliché del mondo dei media e di quello della politica italiani.

I soccorritori dell’associazione Ram Union (gong yang hui yidali zonghui, 公羊会意大利总会) in Piazzale Michelangelo a Firenze. L’associazione, formatasi in Italia, è originaria del Zhejiang (immagine: Ouzhou Huayu Guangbo, European Chinese Broadcast, Ecb).

È ancora così? È forse presto per dirlo, ma chi scrive ha la sensazione che a partire dal 2016 sia cambiato qualcosa. Un esempio eloquente è la nuova direzione intrapresa da Associna, che ha scelto di chiudere il proprio vivace forum (una vera miniera di stimoli per una riflessione ancora in fieri sull’identità sino-italiana) trasformandolo in una banale bacheca di annunci di ricerca/offerta di lavoro, e che ora sembra soprattutto dedicarsi a promuovere il proprio club calcistico, i Career day organizzati dalla Fondazione Italia-Cina per facilitare l’assunzione di personale di origine cinese nelle aziende italiane (operazione che più passa il tempo e più perde i connotati di un’azione di promozione sociale e di advocacy per configurare invece nuove forme di etnicizzazione del mercato del lavoro),[1] e iniziative caratterizzate dalla promozione di una sino-italianità tutta lifestyle e prima di sensibile impegno critico.

Qualcosa è cambiato, e forse non per caso. Continuiamo a dimenticarci che la stragrande maggioranza di questi “nuovi italiani” di origine cinese ha tuttora cittadinanza cinese, e cittadini della Repubblica popolare sono pure i loro genitori e familiari. Ciò espone inevitabilmente questi ragazzi a pressioni più o meno esplicite di natura politica, oltre che sociale e culturale (ad esempio in seno alle rispettive famiglie: ci sono genitori cinesi che oggi non vedrebbero affatto di buon occhio la scelta dei propri figli di optare per la cittadinanza italiana al posto di quella cinese). Ora che si avvicina il giro di boa dei primi cinque anni al potere di Xi Jinping e si prepara il futuro politico della Cina di qui al 2022 (e probabilmente anche oltre), è lecito sospettare che vi sia stato un brusco strattone di redini. “Siete cinesi: occupatevi della madrepatria, basta chiedere spazio e riconoscimento a un paese straniero” – questo il messaggio che si legge in filigrana nella virtuale scomparsa di Associna e degli esponenti di primo piano della nuova generazione sino-italiana dalla scena dell’attivismo politico proprio nell’anno clou della discussione, in Italia, di una possibile riforma della cittadinanza nel senso dello jus soli. Alcune voci restano[2], ma il silenzio si è fatto assordante. Colpisce, in particolare, che sulla pagina web della prima e più vitale associazione espressione delle cosiddette seconde generazioni cinesi in Italia non vi sia alcun riferimento alla campagna “Italiani senza cittadinanza”,[3] che ha letteralmente tappezzato i social media di tutto il paese. Lo sport, la moda, il lavoro… tutte cose belle, ma stupisce che quest’anno, più che mai, si sia fatto impercettibile l’impegno civile dei giovani della quarta “nazionalità minoritaria” d’Italia.

Bill Bishop, acuto osservatore della realtà cinese contemporanea e attento redattore della newsletter Sinocism, ha recentemente sottolineato come “l’unità dei cinesi all’estero” sia oggi una priorità dell’esecutivo cinese. È significativo che Yu Zhengsheng, presidente del Comitato nazionale della Conferenza politica consultiva del popolo e membro del Comitato permanente dell’Ufficio Politico del Pcc al quarto posto nell’attuale nomenklatura del Partito, si sia mosso di persona e pubblicamente per lodare l’operato ventennale della Cofa (China Overseas Friendship Association, Zhonghua haiwai lianyihui, 中华海外联谊会), esortandone i dirigenti a continuare a esercitare la propria influenza sull’associazionismo dei cinesi all’estero per “promuovere le riforme in Cina, stringere legami sempre più forti con i cinesi all’estero, e salvaguardare la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo dello stato”. Questo avviene negli stessi mesi in cui ai media cinesi in grado di farsi strada nel mondo dei social occidentali viene chiesto di lavorare con maggior impegno per cambiare il modo in cui viene raccontata l’ascesa della Cina, ponendo maggiore enfasi sulle storie di successo che marcano l’avanzata del “sogno cinese”. Tutto questo, naturalmente, all’insegna della buona volontà e di quella “energia positiva” (zhengneng liang, 正能量) che è precondizione necessaria alla realizzazione della grande opera di rinnovamento della nazione cinese (Zhonghua minzu de weida fuxing,中华民族的伟大复兴) cui tutti i cinesi, compresi quelli residenti all’estero, sono chiamati a concorrere.

[1] Prima o poi bisognerà seriamente chiedere conto dello sviluppo acritico e in fondo discriminatorio di simili iniziative.

[2] Per esempio la penna graffiante e schietta del blog di Lala Hu scritto per la rubrica La città nuova dell’edizione online del Corriere della Sera, pagine milanesi (http://lacittanuova.milano.corriere.it/author/lala-hu).

[3] Si veda http://www.italianisenzacittadinanza.it.

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