A corpo libero. Esercizi di autodeterminazione della persona nella società cinese contemporanea

Quando le riforme avviate da Deng Xiaoping nel 1978 inaugurano un lento, riluttante e spesso contraddittorio processo di arretramento della normatività politica dalla vita privata delle persone, per i cittadini della Repubblica Popolare Cinese si apre un’era di inusitata libertà di esplorazione ed espressione del sé. Negli anni Ottanta, questa curiosità, inizialmente incerta e timida, poi febbrile e caotica, si indirizza alla ricerca di nuovi stimoli tanto all’esterno quanto all’interno della propria sfera culturale. Sono gli anni della wénhuàrè, 文化热,la “febbre per la cultura”, e i suoi protagonisti sono i giovani istruiti tornati alla vita urbana dopo gli anni passati nelle più remote aree rurali del paese, dove erano stati inviati da Mao “a farsi rieducare dalle masse contadine” affinché la Cina sconvolta dalla Rivoluzione culturale potesse tornare sotto il pieno controllo dell’Esercito popolare di liberazione e del Partito comunista cinese.

Tra loro vi sono i propugnatori di nuovi generi letterari, come la letteratura “delle cicatrici” (shānghén wénxué, 伤痕文学) e quella della “ricerca delle radici” (xúngēn wénxué, 寻根文学), che esplorano con un linguaggio potente e aspro il proprio recente passato o ricercano nella Cina lontana dalle città, tra genti ancorate a tradizioni e riti che l’onnipresenza della langue de bois politica pareva aver cancellato, la linfa vitale di una civiltà antica tutta da riscoprire. Le loro istanze, la loro letteratura e la loro arte infiammano una nuova generazione di giovani, soprattutto studenti, ma anche ragazzi non istruiti cresciuti in mezzo al caos della Rivoluzione culturale, che pure si aggrappano ad ogni scampolo di cultura nuova in grado di raggiungerli oltre la “cortina di bambù”: musica canto-pop e cinema di Hong Kong, jeans e giubbotti “americani” contrabbandati da Taiwan, mode e trend che si indovinano o si reinventano a partire da poche erratiche schegge filtrate attraverso le maglie di una censura ancora molto pervasiva. Uno show del gruppo europop tedesco Boney M.[1] ritrasmesso sulla tv di stato scatena un’improbabile mania per la discomusic, che nella Cina dei primi anni Ottanta si lega a curiose reinterpretazioni locali, come le scarpe con tacco alto e tintinnanti rinforzi di metallo per i maschi, abbinati ai pantaloni “a campana”, gli occhiali da sole a goccia e i capelli lunghi. La musica rock, l’heavy metal e la breakdance della cultura hip hop arrivano in Cina anch’esse in modo sincopato e filologicamente disordinato, come pure ogni genere di letteratura, fumetto, rivista o poster. Si diffondono audiocassette e paperback in lingua inglese portati in dono da parenti emigrati all’estero, che finalmente possono tornare a far visita alle proprie famiglie, oppure lasciati indietro dai primi gruppi numerosi di studenti di scambio, ora non più necessariamente soggetti allo stretto vaglio politico degli anni Settanta. Già nel 1983 il Pcc sente la necessità di dare uno strattone alle redini, con la “campagna contro l’inquinamento spirituale” (Qīngchú jīngshén wūrǎn, 清除精神污染), cui nel 1987 seguirà quella “contro il liberalismo borghese” (Fǎnduì zīchǎn jiējí zìyóuhuà, 反对资产阶级自由化). Niente da fare: nella gioventù cinese figlia della Rivoluzione culturale batte un cuore selvaggio e neppure i carri armati del 1989 riusciranno a fermare il profondo, irrefrenabile anelito di libera espressione che l’attraversa. Tarpate sul nascere le ali di una precoce e forse impossibile presa del potere, ai ragazzi resta l’aspirazione a vivere tutto il possibile, a sfruttare ogni spazio e ogni opportunità per costruirsi il proprio presente, ridisegnare un futuro a propria immagine. Gli anni Novanta saranno gli anni del primo, vero boom economico, e anche gli anni in cui questa generazione diventa adulta, fa carriera, si sposa, fa figli. Sarà la prima generazione della Cina moderna a potersi davvero permettere una sfera privata, la protagonista di una rivoluzione del corpo e dei sentimenti, della propria identità sessuale e personale.

Niente a che vedere, però, con le forme gaudenti, politicamente e socialmente sovversive, che tale rivoluzione ebbe nell’Occidente di vent’anni prima. Questa rivoluzione avviene a muso duro, in anni in cui il denaro detta legge, la politica sconfina spesso e disinvoltamente nel malaffare, le famiglie si rimpiccioliscono e si depotenziano, mentre la maggiore migrazione che la storia umana ricordi porta più di duecento milioni di persone a lasciare le campagne per stabilirsi in enormi metastasi urbane. In pochi decenni le megalopoli cinesi rinnoveranno ripetutamente il loro assetto urbanistico da cima a fondo, fagocitando storia patria, biografie famigliari ed epiche individuali in una gigantesca orgia di distruzione e ricostruzione continua. Se l’ambiente urbano si trasfigura secondo processi pianificati dall’alto, il corpo delle persone che lo abitano invece si emancipa perché si disgrega il sistema di norme simboliche, familiari e politiche che lo aveva fino ad allora subordinato alla potestà altrui. La persona esplora nuovi orizzonti di senso e di desiderio perché si ritrova per la prima volta, e per davvero, sola di fronte a un mondo che non può più sperare di comprendere grazie alla guida dei propri anziani, dei propri maestri, dei propri capi. Mentre la società cinese smotta e si riassesta costantemente in nuove configurazioni spaziali, culturali, politiche ed economiche, i soggetti che la compongono esplorano soggettività nuove, creano reti di relazioni di nuovo tipo, annaspano nel tentativo di conciliare aspettative di continuità – sposarsi, fare figli, garantire loro le scuole migliori, prendersi cura dei genitori – con i propri desideri di autodeterminazione.

Altro tentativo di autodeterminazione personale riguarda l’emergere della sàng wénhuà (丧文化), una subcultura “del compianto” nutrita dal sarcasmo dei giovani nati negli anni Novanta che stentano a ritrovarsi in quel sogno cinese predicato loro dal Presidente Xi. Tra il serio e il faceto, i ragazzi della sàng wénhuà ribadiscono come non ci sia niente di male nel prendere le distanze dalla nozione di “lotta verso la felicità” di stampo tipicamente socialista, o da quelle logiche di competizione che spingono i loro coetanei alla ricerca incessante di un partner, di una casa di proprietà, e di un lavoro ben retribuito (immagine: Wang Zhao/AFP/Getty Images).

Nella Cina tradizionale, il corpo di una persona in seno alla famiglia apparteneva ai genitori (nel caso del maschio primogenito, fino alla loro morte), e poi al marito (nel caso delle donne), ma al di fuori e al di là della famiglia apparteneva all’imperatore, che poteva stabilirne aspetto e impiego a propria discrezione. L’ultima dinastia aveva così profondamente alterato la fisionomia degli uomini cinesi, imponendo l’acconciatura mancese e il codino, da far quasi dimenticare al mondo che per millenni l’aspetto del corpo maschile cinese era stato diverso. Mentre per la maggior parte delle donne[2] il corpo venne costretto nei movimenti, storpiato e cronicamente infiammato dalla fasciatura dei piedi per oltre otto secoli, fino all’inizio del Novecento, quando molti riformatori inclusero l’abolizione di tale pratica nella loro agenda per la modernizzazione e la salvezza della Cina, riuscendo nel loro intento nello spazio di una generazione (1895-1912).[3] Nella Cina repubblicana, come in quella maoista, il corpo apparteneva prima di tutto alla nazione, che ne delimitava forma e funzione: contadini, operai e soldati, madri e lavoratrici. Ma ogni volta che le maglie del controllo politico si allentano, il corpo si prende i suoi spazi: nella Cina repubblicana, sono soprattutto le élite urbane delle regioni costiere e della nuova capitale, Nanchino, a debordare dalle austere regole di condotta morale imposte dal movimento per la Nuova Vita (xīn shēnghuó yùndòng, 新生活运动) promosso dal Partito nazionalista negli anni Trenta; nella Cina di Mao, ogni momento di fervore ideologico si accompagna a reinvenzioni del corpo e dei ruoli maschili e femminili, e ad altrettanto fervide ma clandestine (e non di rado brutali) esplorazioni della sessualità.[4] Nella Cina delle riforme, la biopolitica del partito-stato cinese mantiene un controllo ferreo sulla sfera riproduttiva attraverso la pianificazione delle nascite, che assume tratti di insensata violenza nelle aree rurali,[5] ma è in generale fonte di sofferenza e di frustrazione per gran parte della popolazione.

Solo oggi, con una popolazione in piena transizione demografica, con tassi di vecchiaia in vertiginosa crescita e un’economia che comincia a soffrire la mancanza di forza lavoro giovane, la politica demografica inaugurata nel 1980 è finalmente oggetto di revisione. È chiaro però che con questo tipo di retaggio alle spalle, quando la generazione nata dopo il 1980 ha trovato terreno fertile per coltivare le proprie ambizioni in una società significativamente più aperta di quella che aveva condizionato i sogni dei loro genitori, è proprio sul terreno del corpo – del sé espresso a partire dalla propria fisicità – che si sono aperti nuovi fronti dialettici con il potere e le convenzioni sociali che esso riproduce. Fenomeni di costume come i tatuaggi, i piercing, la colorazione dei capelli, l’esplosione della varietà delle acconciature e del vestiario, la chirurgia plastica, segnalano contemporaneamente l’impatto di una nuova forza egemonica (il mercato e la società dei consumi che esso alimenta) e la volontà di autodeterminarsi come persona a partire dal proprio corpo, con tutte le ambiguità che ne conseguono.[6] Cinema, televisione, letteratura e nuovi media hanno creato lo spazio per una graduale emersione di discorsi rimasti sottotraccia per quasi tutta la storia recente della Repubblica Popolare Cinese: la pervasività della discriminazione di genere, il desiderio di poter dare visibilità e normalità a un orientamento sessuale differente dalla media, l’urgenza di denunciare forme di violenza di genere tanto più gravi quanto più sono generalmente circoscritte all’ambiente famigliare o al luogo di lavoro. In questo campo, peraltro, la Cina rappresenta davvero un luogo “altro” rispetto a buona parte dell’Occidente. Si prenda il caso di Naomi “SexyCyborg” Wu, pseudonimo di una giovane autrice di blog e video dedicati alla scena dei maker cinesi: creatori di nuovi gadget tecnologici realizzati con stampanti 3D, interfacce intelligenti, robotica DIY (do-it-yourself), videogame e siti web di nuova generazione. SexyCyborg è diventata un personaggio piuttosto noto sui social media occidentali (soprattutto tramite Reddit, Twitter e YouTube) grazie al suo voler coniugare una militante attività di advocacy a sostegno di un maggiore protagonismo femminile nel mondo delle discipline scientifico-tecnologiche (STEM), dove è saldamente radicata una subcultura maschilista e misogina, al transumanesimo: una corrente di pensiero che auspica il superamento del corpo biologico attraverso la sua modifica per mezzo della chirurgia estetica e di protesi e impianti high-tech. Osteggiata (soprattutto dai suoi lettori americani) per il proprio aspetto, SexyCyborg ama filmarsi mentre si muove nei luoghi più affollati di Shenzhen per dimostrare che in Cina una donna può vestirsi in modo succinto e sfoggiare un corpo da eroina manga senza attirare particolare attenzione e – soprattutto – senza essere oggetto di molestie o commenti a sfondo sessuale. Naturalmente ciò dipende anche dal fatto che la città di Shenzhen è la più giovane del paese (l’età media dei suoi abitanti è 31 anni): la metropoli delle aspirazioni sociali di un’intera generazione.

Oggi questa “generazione dei figli unici” si trova in una situazione peculiare: da un lato, i suoi esponenti sono investiti di enormi responsabilità da parte delle generazioni che li hanno preceduti, che vedono dipendere largamente dalle scelte matrimoniali e riproduttivi dei figli la possibilità di godere di cura e protezione nella loro vecchiaia; dall’altro, sono più in grado di chi li ha preceduti di negoziare le condizioni di questa disponibilità alla cura. Il richiamo alla tradizionale pietà filiale non basta più: per chi è cresciuto lontano dai genitori emigrati dalla campagna alla città, come pure per chi fin dalla più tenera età ha dovuto sacrificare quasi tutto il proprio tempo allo studio o al lavoro per costruirsi le chance di un’indispensabile ascesa sociale, la dedizione agli anziani genitori e nonni non può più essere data per scontata. Per questo, anche i genitori di figli e figlie omosessuali in Cina paiono sempre più disposti a scendere a compromessi, e ad accettare le scelte di vita dei propri figli purché accettino di farsi carico degli inderogabili imperativi generazionali, cioè assicurare la discendenza, prendersi cura dei genitori. È un tema che già nel 1993 aveva esplorato il regista taiwanese Ang Lee, da sempre fine osservatore della condizione familiare, nel suo film Il banchetto di nozze (Xǐyàn, 喜宴), e che più recentemente è stato al centro del documentario di Sophia Luvarà, Inside the Chinese Closet, del 2015.

Come raccontano diversi contributi di questo numero di OrizzonteCina, le persone LGBT+ non hanno tuttora vita facile in Cina, ma il fatto stesso che l’esistenza di queste identità di genere non conformi allo standard eteronormativo sia apertamente discussa, raccontata e (faticosamente) vissuta nel quotidiano segnala un cambiamento epocale. Una svolta potenzialmente irreversibile, perché il Pcc avrebbe più da perdere che da guadagnare, in termini di consenso, se intervenisse in maniera persecutoria rispetto a una questione che tutto sommato non confligge con i suoi obiettivi più generali di stabilità sociale. Ciò che disturba le attuali sensibilità di chi governa la Cina non è tanto il riassetto della famiglia cinese attorno a nuove articolazioni affettive, quanto l’eventuale potenziale sovversivo sul piano (bio)politico di movimenti organizzati che ruotano attorno alle questioni di genere: dalle performance situazioniste di un giovane femminismo militante, ai festival del cinema LGBT+, alla creazione di organizzazioni non governative che si occupano di supporto a prostitute (e prostituti), alla difesa dei diritti delle persone transgender, ecc. Sul piano della repressione, il partito in questo momento pare avere cose più urgenti cui dedicare la sua attenzione, mentre sul fronte del nuovo privato cinese rischia di giocarsi il consenso di cui tuttora largamente gode. Un esempio di come, malgrado la rigidità mostrata nei confronti della causa LGBT+, il governo tolleri invece fenomeni non-movimentisti ma profondamente trasformativi è la nascita in Cina di uno dei più vasti social network gay del pianeta, la piattaforma Blued, creata nel 2012 da un ex poliziotto omosessuale di nome Ma Baoli.[7] Certo, il fatto che il suo sia oggi un business da trecento milioni di dollari non guasta…

I cinesi della nuova era inaugurata da Xi Jinping possono accettare – e perfino applaudire – le misure di inasprimento del controllo sociale, ma solo a patto che non si tocchi quella dimensione privata del sé così faticosamente conquistata e al contempo così fragile. Le tensioni che oggi l’attraversano sono fortissime, e sono intimamente connesse alla sostenibilità del “socialismo con caratteristiche cinesi”. Il sistema-Cina infatti non può permettersi il crollo delle aspettative della generazione nata dopo il 1990, che è cresciuta in un’epoca di inesausta promessa di un futuro grandioso e sta diventando adulta proprio quando nel modello economico e sociale cinese iniziano a comparire le prime crepe. A questi giovani il paese ha fatto delle promesse che ora sente la necessità di dover mantenere. Studiare, lavorare, indebitarsi per garantirsi un buon matrimonio e uno o due figli prima dei trent’anni… Tutto questo gigantesco sforzo esige una contropartita. Ecco perché la condizione delle “donne-avanzo” (shèng nǚ, 剩女) cui si dedica spazio anche negli articoli seguenti, è forse meno drammatica di quanto non la si dipinga: dati demografici alla mano, le donne che hanno dedicato tempo ed energie alla propria formazione e hanno maturato una maggiore consapevolezza del proprio valore, avranno ampie possibilità di scegliersi i propri compagni (o compagne) di vita. Lo dicono innanzitutto i numeri (c’è – e ci sarà sempre di più – una sovrabbondanza di uomini rispetto alle donne),[8] ma anche il fatto che le trentenni di oggi nelle città più sviluppate del paese siano sempre meno disposte a tollerare ingerenze famigliari nelle loro scelte di vita. E hanno il proverbiale coltello dalla parte del manico: è dalle loro scelte di carriera che dipende il benessere futuro di genitori e nonni, perché si è ormai capito che nell’ambito delle cure ai famigliari anziani le figlie tendono a essere più affidabili dei figli. Con le loro scelte di vita, queste donne segnalano anche la loro indisponibilità a conformarsi a rapporti di coppia interamente subordinati alle esigenze del marito o dei suoceri, pretendono che la sfera privata sia altrettanto espressione della propria autodeterminazione quanto quella professionale. Per i cinesi, il XX secolo ha visto culminare un lungo e tormentato cammino verso la liberazione del corpo e della sessualità: la strada da percorrere è certo ancora lunga, ma la società cinese del nuovo millennio non sembra intenzionata a tollerare passi indietro.

[1] L’impatto della discomusic “made in Europe” è rievocato magistralmente in due film cinesi recenti: Shanghai Dreams (Qīng hóng, 青红) di Wang Xiaoshuai, del 2005, e Platform (Zhàntái, 站台) di Jia Zhangke, del 2000.

[2] Fino all’80% della popolazione femminile nel 1835, secondo stime riportate in Howard Levy, Chinese footbinding (New York: Walton Rawls, 1966). Si vedano anche: Wang Ping, Aching for beauty. Footbinding in China (New York: Anchor Books, 2002) e Ono Kazuko, Chinese women in a century of revolution, 1850-1950 (Stanford: Stanford University Press, 1989).

[3] Si veda: Gerry Mackie, “Ending Footbinding and Infibulation: a Convention Account”, American Sociological Review, 61 (1996) 6: 999-1017.

[4] Si veda: Emily Honig, “Socialist Sex”, Modern China, 29 (2003) 2: 143-175.

[5] Per una delle prime denunce delle storture provocate dalla cosiddetta “politica del figlio unico” nelle campagne si veda: Sheryl WuDunn, “Where Have All the Babies Gone”, in China Wakes. The Struggle for the Soul of a Rising Power di Nicholas D. Kristof e Sheryl WuDunn (New York: Vintage Books, Penguin Random House, 1994), 210-240. Si veda anche Paul J. Bailey, Women and gender in twentieth-century China (Basingstoke: Palgrave MacMillan, 2012), 128-146.

[6] Si veda Eva Kit Wah Man, Bodies in China. Philosophy, aesthetics, gender, and politics (New York: State University of New York Press, 2017).

[7] Blued oggi conta 15 milioni di utenti in tutto il mondo, di cui circa tre milioni soltanto nella Repubblica Popolare Cinese.

[8] L’Accademia Cinese delle Scienze Sociali stima che nel 2020 gli uomini cinesi in età matrimoniale supereranno le donne di oltre 24 milioni.

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