Conflittualità e cooperazione lungo il Mekong: il caso della diga di Xayaburi in Laos

La gestione delle risorse idriche fluviali all’interno di bacini che attraversano i confini statali è di importanza cruciale e spesso oggetto di contesa tra gli interessi contrapposti dei paesi rivieraschi a monte e a valle. Non fa eccezione il grande bacino del Mekong, il terzo fiume più lungo in Asia, che dalla sorgente nell’altopiano tibetano in Cina scorre in direzione Sud-est per 4909 km attraverso Myanmar, Laos, Thailandia e Cambogia prima di sfociare nel Sud del Vietnam.

Come accennato da Martire nell’articolo precedente e illustrato da Geheb e Matthews nel loro recente contributo su RISE/4, il bacino del Mekong è sede di forte competizione tra i vari stati per le risorse energetiche, agricole e industriali derivanti dal grande fiume e dai suoi tributari sia in termini di accaparramento che in termini di preferenze divergenti per quanto concerne gli usi alternativi delle risorse. Un esempio topico è rappresentato dal trade-off tra l’utilizzo del fiume per scopi energetici attraverso la costruzione di dighe da parte degli stati a monte e la necessità di salvaguardare il livello delle acque e il libero flusso dei sedimenti – fattori essenziali allo sviluppo agricolo – degli stati a valle.

La diga di Xayaburi, attualmente in costruzione in Laos, si inserisce esattamente nella dinamica appena delineata dal momento che mostra una netta frattura soprattutto tra gli interessi laotiani e vietnamiti. Da un lato, infatti, il Laos vede la diga come un’infrastruttura necessaria al proprio sviluppo economico dato che l’impianto da 1285MW, avviato grazie ad un investimento thailandese da 3,8 miliardi di dollari, genererà 7406 GWh all’anno, i cui proventi (il 95% dell’energia prodotta sarà acquistato dalla stessa Thailandia) porterà alle casse statali circa 150 milioni di dollari all’anno. Dall’altro lato, il Vietnam si è opposto alla costruzione dell’impianto sostenendo che esso implicasse notevoli rischi per la propria sicurezza e facendo specifico riferimento alle minacce legate alla human security dal momento che dal fiume dipende la sicurezza alimentare di oltre 20 milioni di vietnamiti. L’alterazione del flusso del Mekong comporta inoltre per Hanoi un rischio per la produzione agricola della regione del delta, che conta per oltre il 30% del PIL e più del 90% dell’export di riso.

Il progetto di Xayaburi ha rappresentato un punto di svolta regionale in quanto primo impianto idroelettrico costruito lungo il corso principale del basso Mekong. Al momento dell’inizio ufficiale dei lavori nel 2012, infatti, la Cina aveva già completato sei dighe mainstream lungo il Mekong (Lancang per i cinesi) nella provincia dello Yunnan, ma i progetti relativi alle 11 dighe previste a valle del confine cinese (9 in Laos e 2 in Cambogia) erano sino ad allora rimasti in stallo e oggetto di intensi negoziati tra gli stati interessati sia a livello bilaterale che all’interno della Mekong River Commision (MRC), organo multilaterale di cui fanno parte Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam.

Date queste premesse non deve sorprendere che attorno a questa specifica diga si sia sviluppato un ampio dibattito e una notevole attività pubblicistica. La maggior parte delle analisi provenienti sia da parte di esperti all’interno di università e think tank che dai media (prevalentemente occidentali), ha messo in luce i pericoli per la human security associandoli a un più ampio rischio geopolitico sostenendo che le tensioni provocate dalla diga avrebbero potuto minare la stessa stabilità regionale. Tuttavia, nei quattro anni successivi alla cerimonia inaugurale del 7 novembre 2012 si è potuto osservare come il grado di conflittualità tra i governi interessati dall’impianto di Xayaburi sia stato piuttosto limitato. Il Vietnam, che prima dell’ufficializzazione aveva obiettato vigorosamente, si è sostanzialmente astenuto dal condannare l’operato del governo laotiano. Grazie a numerose interviste da me condotte con diplomatici, policymakers, accademici e altri stakeholders nei vari paesi ho potuto risolvere questo apparente paradosso e comprendere quanto la questione fosse molto più complessa di come spesso interpretata. In primo luogo, le strategie di Hanoi, da cui secondo le speculazioni citate sopra sarebbe dovuto derivare un confronto con Vientiane, non possono essere scisse dal più ampio quadro geopolitico in cui le dimensioni multilaterali, trilaterali e bilaterali si incrociano. Scavando a fondo, si apprezza come l’imperativo strategico per il Vietnam sia innanzitutto salvaguardare a tutti i costi la special relationship con il Laos, estremamente preziosa data la competizione con Pechino nell’area e il rischio di trovarsi completamente isolati, essendo la Cambogia ormai saldamente ancorata alla Cina.

La diga di Xayaburi rappresenta perciò un prezioso caso studio sia per i decisori politici che per gli analisti, in quanto problematizza le teorie che vedono un nesso diretto e necessario tra le minacce alla sicurezza che derivano dalla gestione unilaterale delle risorse idriche e un aumento di conflittualità tra stati. Al contempo, suggerisce che la competizione per tali risorse possa essere mantenuta entro i limiti del dialogo e del negoziato anche in contesti in cui, per ragioni spesso meramente geo-economiche, è impossibile raggiungere una situazione win-win. Una siffatta interpretazione appare tanto più corretta quanto più si consideri l’equilibrio delle forze in campo. La domanda da porsi infatti è la seguente: perché il Vietnam, il cui potere è nettamente superiore a quello del Laos, non è riuscito ad imporre un’agenda in linea con i propri interessi? Al di là delle implicazioni teoriche, l’esito del caso di Xayaburi indica che vi sia spazio per la cooperazione anche in scenari in cui è l’attore più potente a vedere i propri interessi compromessi. Un’altra lezione che si può trarre da questo caso, per certi versi in senso opposto, consiste nella fragilità dell’organismo multilaterale che avrebbe dovuto fungere da piattaforma di dialogo e condivisione del processo di decision making, la Mekong River Commission (MRC).

Per concludere, fatte salve le due lezioni suddette, è necessario precisare che questo articolo non propone di sposare la tesi secondo cui future guerre per l’acqua siano improbabili usando l’argomento – induttivo e fallace – che fino ad oggi non si siano verificate. Si intende però sottolineare come analisi affrettate possano rivelarsi erronee ed esageratamente allarmiste, soprattutto se fondate principalmente su dichiarazioni come quelle del governo vietnamita senza indagarne gli obiettivi profondi, rischiando così di confondere le mosse con i fini. Appare pertanto necessaria da parte dei decisori e degli analisti l’adozione di un approccio integrato e bilanciato per colmare la distanza tra chi tende ad escludere le questioni ambientali dalla sfera strategica e dalla dimensione della sicurezza per relegarle su altri piani e chi, per contro, eccede in semplificazione geopolitica, prospettando scenari di conflitto e guerra per l’acqua sulla base di dati insufficienti.

PER SAPERNE DI PIÙ:

Hensengerth, O. (2015) Where is the power? Transnational networks, authority and the dispute over the Xayaburi Dam on the Lower Mekong Mainstream, Water International, 40:5-6, 911-928. Disponibile su: http://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1 080/02508060.2015.1088334

Lacoste, Y. (2002) Geopolitica dell’acqua, MC Editrice.

Valori, G. E. (2012) Geopolitica dell’Acqua, Rizzoli.

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