Anno 1992: il momento di svolta per la politica di riforma e apertura della Cina

Nel celebrare il 40° anniversario della politica di riforma e apertura – definita nei suoi orizzonti generali durante la Conferenza centrale di lavoro del novembre 1978 e poi ufficializzata dalla terza sessione plenaria dell’11° Comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) il mese successivo – il rischio è di trascurare un altro anno altrettanto cruciale per la storia dello sviluppo economico della Cina contemporanea. Non bisogna infatti sottovalutare l’importanza del periodo che seguì il “viaggio a sud” di Deng Xiaoping del 1992. Fu proprio allora – e non nel 1978 – che l’economia cinese si lasciò alle spalle il socialismo, avviandosi verso la particolare configurazione capitalistica che presenta oggi.

L’amministratore delegato di Tencent Holdings Pony Ma (primo da sinistra) e il fondatore di Alibaba Jack Ma (secondo da sinistra) partecipano alle celebrazioni del 40° anniversario dall’introduzione delle politiche di riforma e apertura tenutesi presso la Grande Sala del Popolo il 18 dicembre scorso. La loro presenza è un immediato rimando al processo d’inclusione dei “colletti bianchi” nei ranghi dal Pcc avviato negli anni Novanta (immagine: Xiong Yong/VCG via Getty Images).

La definizione della scansione cronologica di una transizione così complicata non può che essere arbitraria. Il lavoro di economisti e storici che si dedicano allo studio delle origini del capitalismo in Europa e negli Stati Uniti nel XIX secolo,[1] o che hanno invece guardato alle sue origini nei paesi in via di sviluppo,[2] sottolinea come questo sia un processo lento e irregolare la cui complessità è profondamente influenzata sia dal ritmo dello sviluppo economico di un dato paese, sia dal contesto geografico in cui esso si trova inserito. Al netto di questa premessa generale, nel caso cinese occorre tenere ben presente che alcune decisioni politiche prese in un periodo compreso tra il “viaggio a sud” di Deng Xiaoping verso la fine del 1991 e il 14° congresso nazionale del Pcc dell’ottobre 1992 contribuirono in maniera determinante al posizionamento di alcuni dei più importanti tasselli del “puzzle” dello sviluppo del capitalismo nella Rpc.

Sul versante economico, le scelte compiute dalla leadership cinese restarono in sostanza reversibili fino al 1991. Fino a quel momento il sistema di pianificazione economica continuò a rivestire un ruolo centrale nell’economia urbana. L’intera organizzazione dello Stato si rifaceva al modello sovietico, con la presenza di ministeri “industriali”, un’onnipotente Commissione nazionale per la pianificazione, un sistema finanziario imperniato su una sola banca, e un sistema d’impiego e sicurezza sociale costruito intorno alle imprese di Stato, all’epoca note con il nome di “unità di lavoro” (dānwèi, 单位).

Con i “se” non si fa la Storia, ma non sarebbe troppo azzardato sostenere che, fino al 1991, la leadership cinese avrebbe potuto seguire l’esempio dell’Ungheria prima del crollo del muro di Berlino.[3] I vertici del Pcc avrebbero potuto continuare ad affidare al mercato un ruolo marginale, limitandone la sfera di competenza alla regolazione di transazioni commerciali, investimenti, e produzione. Fu appunto la questione dell’irreversibilità della transizione verso l’economia di mercato a rimanere al centro di un acceso dibattito che coinvolse i riformisti e i conservatori nella dirigenza cinese nel corso degli anni Ottanta. Nella sua monografia sulle riforme economiche cinesi di quegli anni, Barry Naughton spiega come i riformisti vinsero gradualmente la loro battaglia mantenendo invariati i livelli di produzione, vendite, disponibilità delle materie prime e di fondi per gli investimenti previsti dagli obiettivi statali. Le imprese furono incoraggiate a produrre di più, perché avrebbero potuto derivare ulteriori profitti da vendite non previste dagli obiettivi statali ed effettuate sul mercato.[4] I leader cinesi avrebbero potuto seguire l’esempio ungherese ritoccando verso l’alto gli obiettivi statali al crescere della produzione, così mantenendo immutate le proporzioni dell’economia di piano e dell’incipiente economia di mercato.

Nei tre anni che precedettero le dimostrazioni di protesta di piazza Tian’anmen del 1989, la componente riformista al governo mantenne invariate le quote previste dagli obiettivi statali, provocando una rapida crescita del mercato. Nel 1989 i conservatori, che avevano prevalso sui riformisti nella gestione della crisi politica di Tian’anmen, decisero di interrompere il progresso delle riforme economiche, e ristabilirono il dominio del sistema di pianificazione nazionale. Nel 1991 il collasso del sistema sovietico e del comunismo cambiò il corso delle politiche economiche in Cina, costringendo i conservatori a raggiungere un compromesso con Deng Xiaoping.

Non sorprende, dunque, che le maggiori decisioni politiche assunte dal 14° congresso del Pcc nel 1992 risultino il frutto di un compromesso raggiunto tra i riformisti e i conservatori. Esse ebbero un impatto significativo sull’elaborazione di un nuovo regime di crescita economica e di un particolare sistema capitalista, che ancora oggi regola il funzionamento dell’economia cinese. Questa si affrancò dal sistema di pianificazione di stampo sovietico: il Pcc e lo Stato continuarono ad esercitare il loro controllo sulle più grandi imprese della Rpc, ma aprirono alla possibilità di privatizzare le piccole e medie imprese già in mano pubblica (PMI).[5] Il sistema fiscale fu nuovamente centralizzato e il mercato del lavoro venne deregolamentato mediante lo smantellamento del sistema detto della “ciotola di riso ferrea” (tiě fànwǎn, 铁饭碗). L’accantonamento del modello di pianificazione sovietico segnò la fine del socialismo economico, aprendo la strada a riforme strutturali, tra cui quella del settore pubblico, e all’istituzione di organi fondamentali per la gestione di un’economia di mercato (tanto nel sistema giudiziario, quanto in ambito fiscale e finanziario). La riforma fiscale del 1994 ridefinì l’equilibrio di potere – in termini di prelievo e capacità di spesa – di Pechino e delle province, re-indirizzando le entrate fiscali verso l’amministrazione centrale, a discapito delle autorità locali. La deregolamentazione del mercato del lavoro nei contesti urbani – che smantellò un sistema che garantiva l’impiego a vita ai lavoratori nelle città, oltre all’alloggio e a un welfare impensabile nelle zone rurali del paese – portò alla revoca del divieto di assumere lavoratori provenienti dalle campagne, così modificando radicalmente gli equilibri di potere tra lavoratori e datori di lavoro. Questi ultimi si trovarono più liberi di definire i salari, vincolandoli alla produttività del lavoro. Le imprese sarebbero diventate in seguito le principali beneficiarie degli aumenti della produttività del lavoro. Le imprese di Stato sopravvissero alla ristrutturazione economica degli anni Novanta, mentre quelle private riuscirono a incrementare i propri flussi di cassa e a modernizzarsi investendo massicciamente su nuova capacità produttiva.

A livello macroeconomico, questo processo coincise con l’emergere, nei tardi anni Novanta, di un nuovo regime di crescita basato sempre più sugli investimenti a discapito dei consumi.[6] Il venir meno del sistema della “ciotola di riso ferrea”, inoltre, aprì la strada nel 1998 alla privatizzazione dell’edilizia abitativa urbana e a un massiccio trasferimento di proprietà di Stato alle famiglie. Dal giorno alla notte, queste diventarono infatti proprietarie di case ottenute a prezzi ben più bassi di quelli di mercato. Quest’ondata di privatizzazione degli alloggi diede origine al boom del settore immobiliare dei tardi anni Novanta, con la possibilità per le famiglie di rivendere le case precedentemente acquistate, ma di farlo a prezzi di mercato, o a prezzi ancora più elevati come effetto della riqualificazione degli edifici stessi.

Nella prima fase delle riforme molti predissero un futuro difficile per il regime del Pcc, argomentando l’incompatibilità tra la natura del regime e la celere attuazione di riforme economiche di stampo capitalista. Tuttavia, l’economia cinese cambiò radicalmente, ancora una volta, nel decennio dell’amministrazione di Jiang Zemin e Zhu Rongji (1992-2002). In questa fase le matrici socialiste del sistema economico scomparvero quasi del tutto, consentendo a logiche capitalistiche – con le istituzioni e le ineguaglianze del caso – di radicarsi stabilmente in Cina. Prese così forma un imponente mercato interno, mentre risorse ingenti furono investite nel campo dell’istruzione e in programmi infrastrutturali e di sviluppo su larga scala. Questa fase, caratterizzata dall’avvento del capitalismo e dal decollo economico, è destinata a essere ricordata come una delle congiunture economiche più cruciali nella storia della modernizzazione della Rpc.

Le riforme rilanciate dal 14° congresso del Pcc nel 1992 e le conseguenti trasformazioni dell’economia cinese hanno fatto emergere alcune disfunzioni del nuovo sistema economico, che Xi Jinping ha ereditato all’inizio del suo mandato nel 2012. Già percepibili e ben note alle autorità cinesi nel biennio 2004-2005, queste sono state per lo più mascherate da un massiccio piano di stimolo avviato nel 2008 per controbilanciare gli effetti negativi della Grande recessione. Sarà solo alla fine del 2011, quando la spinta propulsiva del piano comincerà a scemare, che queste stesse disfunzioni riemergeranno con ulteriore intensità.[7]

L’elevato tasso di crescita del Pil cinese è dipeso troppo dagli investimenti. Con salari e consumi interni cresciuti a ritmi più lenti degli investimenti, e il reddito delle famiglie insufficiente a garantire l’assorbimento della produzione nazionale, dal 2003 le imprese cinesi (specialmente nell’industria pesante) hanno aumentato le esportazioni, provocando sempre maggiori tensioni con gli Stati Uniti e l’Europa (dati i prezzi stracciati, spesso ai limiti del dumping, dei beni esportati dalla Cina). La dipendenza dell’economia cinese dal settore immobiliare e dalle ingenti risorse pubbliche indirizzate allo sviluppo delle infrastrutture ha portato a un’ipertrofia dell’industria pesante, che a sua volta – poggiando su un modello di approvvigionamento energetico principalmente dipendente dal carbone – ha provocato una crisi ambientale senza precedenti nella storia mondiale. La fine del sistema della “ciotola di riso ferrea” ha anche indebolito l’intero sistema di welfare (soprattutto pensioni e sanità) nelle aree urbane del paese. Ultima tra le priorità del governo nel periodo delle riforme del 1992-2002, la previdenza sociale per le famiglie risultò insufficiente per indurre i prudenti cittadini cinesi a ridurre il tasso di risparmio. Più in generale, l’inadeguatezza delle politiche di ridistribuzione, la mancanza di libertà d’associazione sindacale e i vincoli posti a tutte le espressioni spontanee di azione collettiva che avrebbero potuto bilanciare il controllo del Pcc sull’economia del paese hanno favorito l’esplosione delle disuguaglianze in seno alla società cinese.

In ultima analisi, il controllo da parte del Partito-Stato sulle più grandi imprese cinesi ha continuato a rafforzarsi dal 1992 ad oggi, al punto da incidere negativamente sulla crescita del settore privato. Queste disfunzioni sono il risultato delle decisioni politiche assunte nel 1992, che, insieme alla rapida evoluzione demografica (in primis, il repentino invecchiamento della popolazione), hanno concorso a determinare alcune delle più difficili sfide che Xi si trova a gestire da quando ha assunto il ruolo di Segretario generale del Pcc nel 2012. L’annuncio di un nuovo e ambizioso piano di riforme economiche durante la terza sessione plenaria del 18° Comitato centrale del Pcc nel 2013, con l’obiettivo di fornire risposte a queste disfunzioni, aveva lasciato presagire l’inizio di un ciclo di riforme di portata simile a quello del 1992. Tuttavia, giunti alla fine del primo mandato di Xi Jinping nel 2017, si è dovuto prendere atto del fatto che le riforme precedentemente annunciate si sono rivelate assai difficili da implementare. Per essere efficaci, d’altra parte, alcune di queste riforme avrebbero implicato forti contraccolpi politici per il Pcc: la privatizzazione di imprese in mano pubblica, l’apertura del sistema finanziario e significative riforme fiscali avrebbero avuto come risultato una perdita di controllo da parte del Pcc sulle risorse dello Stato. Altre riforme, quali la lotta contro il degrado ambientale, si sono invece scontrate con problemi di natura strutturale (demografia, urbanizzazione, aumento dei livelli di benessere) e con le potenti lobby dei maggiori settori industriali, che sono stati al cuore della crescita cinese sin dal 1992 (industria pesante, energia, carbone). Nonostante i ripetuti richiami alla “nuova era”, che si vuole aperta dalla leadership di Xi Jinping, l’eredità di Deng Xiaoping in campo economico e i risultati del compromesso del 1992 sono ancora lontani dall’essere superati da un nuovo sistema economico.

Traduzione dall’inglese a cura di Carlotta Clivio

 

 

 

[1] Si vedano: Jean Baechler, Le capitalisme (Parigi: Gallimard, 1995), 889; Fernand Braudel, Civilisation matérielle, économie et capitalisme, Xve-Xviiie Siècle (Parigi: Armand Colin, 1979); Eric Hobsbawm, The age of capital (Londra:  Vintage Books, 1975), 354; Kenneth Pomeranz, The making of a hinterland state, society, and economy in inland north China, 1853-1937 (Berkeley: University of California Press, 1993), 336.

[2] Si vedano: Jonathan Zeitlin, “Les voies multiples de l’industrialisation”, Le Mouvement Social (1985) 133; Douglas C. North e R. P. Thomas, The rise of the western world (Cambridge: Cambridge University Press, 1973); Albert O. Hirschman, Development projects observed (Washington D.C.: The Brookings Institution, 1967), 197.

[3] Per il programma di riforme noto con il nome di “New Economy” e avviato nel 1968, si veda: Xavier Richet et Janos Kornaï, La voie hongroise (Parigi: Calman-Levy, 1986).

[4] Il cosiddetto Dual Track System (“sistema a doppio binario” che prevedeva la coesistenza di due sistemi di organizzazione: uno pianificato, e uno di mercato) portò alla proliferazione di pratiche corrotte. Le aziende furono incoraggiate ad ottenere materie prime grazie a incentivi forniti dall’economia pianificata, e a vendere i loro prodotti sul mercato ricavando un importante plusvalore.

[5] Si veda lo slogan richiamato negli anni Novanta: “Afferrare il grande e lasciare andare il piccolo” (zhuā dà fàng xiǎo, 抓大放小).

[6] Il peso relativo dei consumi sul Pil registrerà una contrazione dal 51% nel 1992 al 36% nel 2006, mentre gli investimenti vedranno un aumento dal 34% sul Pil nel 1996 al 46% nel 2010.

[7] Georges Magnus, Red flags: why Xi’s China is in jeopardy (New Haven: Yale University Press, 2018), 226.

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