Aggiornamenti dal paese delle città intelligenti. Sperimentazione o realtà consolidata?

In Cina, lo sviluppo delle smart city (zhìhuì chéngshì, 智慧城市) si sta evolvendo in parallelo al successo che questo termine sta ottenendo nel resto del mondo. In questo ambito, la Cina è un terreno di sperimentazione in grande fermento, analogamente a quanto accade per altre tecnologie chiave come intelligenza artificiale, big data, sensoristica, 5G, e-commerce, pagamenti mobili, internet delle cose, e numerose altre infrastrutture tecnologiche avanzate. La genesi di ognuna di queste innovazioni non è slegata e distinta da tutte la altre. Si tratta anzi di un’evoluzione tecnica in rapida accelerazione che ha dimensioni ed effetti globali e le cui tecnologie dominanti sono co-evolute agendo reciprocamente da fattori abilitanti. Il concetto di smart city può essere visto da un lato come la concretizzazione geografica di questa integrazione tecnica, dall’altro come l’applicazione di strumenti tecnologici alla vita della polis. 

Valutare l’attuale stato dello sviluppo delle smart city in Cina non è compito facile, data la diversità e molteplicità dei progetti in corso. Troviamo programmi pilota per la creazione di smart city in moltissimi contesti locali e riferimenti a questo termine in numerosi documenti di policy lungo tutti i livelli amministrativi e nel corso dei più importanti eventi politici nazionali. Nel corso delle “Due Assemblee” (liǎnghuì, 两会), l’appuntamento politico saliente dello Stato cinese, vari esponenti del mondo digitale hanno avanzato proposte inquadrabili nell’idea di smart city. Pony Ma, fondatore e CEO di Tencent e deputato della 13° Assemblea nazionale del popolo, ha proposto la creazione di una banca interamente incentrata sul fintech. Robin Li, leader di Baidu e membro della Conferenza politica consultiva del popolo, ha sostenuto la necessità di integrare ulteriormente l’intelligenza artificiale ai trasporti e alla diagnostica. Altri imprenditori meno noti al pubblico occidentale, come Wang Xiaochuan (fondatore di Sougu) hanno evidenziato la necessità di digitalizzare il settore sanitario e incrementare la trasparenza dei dati.

In questa pletora di esperimenti e proposte non è compito facile discernere quali siano realmente efficaci, sostenibili nel lungo periodo e genuinamente integrati con la vita sociale, economica e politica (per quanto il termine sia necessariamente connotato restrittivamente in Cina) dei cittadini. Altrettanto arduo è individuare quali progetti diventeranno modelli da imitare per il resto del paese. Nel tentativo di effettuare un’opportuna ricognizione, è utile cominciare a definire quali attributi caratterizzino le smart city. Intendiamo con questo termine un contesto urbano a cui sono applicati uno o più sistemi digitali con lo scopo di migliorare, ottimizzare, facilitare processi fisici o informativi e risolvere criticità che tradizionalmente sono state gestite in assenza di un ausilio digitale. Analizzando vari modelli e interpretazioni, si potrebbero sintetizzare alcune caratteristiche che fungono da minimo comun denominatore: l’acquisizione automatica e diffusa di dati tramite device e sensori connessi con l’ambiente fisico; una capacità a livello centrale di processare e standardizzare questi dati e trasformarli in informazioni utili per i decisori e i cittadini; applicazioni hardware e software che fungono da interfaccia tra gli individui e i sistemi fisici (infrastrutture, edifici, veicoli, canali, eccetera); la possibilità per i cittadini di accedere in tempo reale a dati e informazioni significative per loro vita (dall’ambiente, al traffico, alla salute, alla sicurezza, all’accesso ai più disparati servizi urbani).

Il numero di smart city pilota in Cina ha conosciuto una crescita esponenziale negli ultimi anni. Tendenzialmente, la maggior parte dei test pilota sono localizzati nelle zone costiere, i motori principali della crescita economica e dell’urbanizzazione cinese. Il grafico è indicativo, non comprensivo di tutti i progetti pilota esistenti in Cina. Fonte: Deloitte Public Sector, TMT Industry, Deloitte Research, “Super smart city: happier society with higher quality”, 29 giugno 2018.

La Cina: il più grande campo di sperimentazione
Spostando lo sguardo in Cina è possibile osservare come il paese asiatico sia diventato uno dei più grandi campi di sperimentazione delle città intelligenti. Ad avviso di chi scrive, le ragioni si iscrivono in tre macro categorie: il perfezionamento dei fattori tecnologici abilitanti, l’imponente processo di urbanizzazione in corso, e, come è consueto quando si tratta di Cina e tecnologia, un marcato impulso statale. A questo proposito si rimanda al numero di OrizzonteCina dedicato alle luci ed ombre dell’urbanizzazione in Cina,[1] in particolare all’articolo di apertura di Daniele Brombal sulla discrepanza tra un’idea di governance efficiente – orientata alla crescita economica e alla “gestione” (guǎnlǐ, 管理) sociale – e una genuina partecipazione alle scelte che riguardano la città, e all’articolo di Lorenzo Mariani e Giulia Giannasi sui potenziali punti d’incontro tra Europa e Cina nel settore delle smart city. 

Tecnologia, urbanizzazione e pianificazione sono dunque tre scenari abilitanti per la frenetica proliferazione di smart city pilota in tutto il paese. Nondimeno, questi tre fattori sembrano essere coadiuvati e potenziati dal proattivo ed energetico contributo delle grandi imprese digitali cinesi, che trovano nei contesti urbani odierni un’occasione irripetibile di sperimentazione, ricerca e sviluppo su larga scala. In effetti, attori privati come Alibaba, Tencent, Baidu e in misura sempre maggiore altri player di recente consolidamento come Meituan Dianping, Didi Chuxing e Mobike, per citarne alcuni, hanno impresso un’energica spinta alla costruzione delle smart city cinesi, contribuendo a riplasmarne spazi e funzioni grazie a innovazioni per lo più autoctone. La fulminea metamorfosi dei settori dell’e-commerce, del retail, delle consegne, dei pagamenti mobili e del ride hailing ci danno la misura di come la fruizione dello spazio urbano attraversi un continuo processo di accomodamento. 

Integrando le videocamere di sorveglianza del traffico con il City Brain di Alibaba Cloud sono aumentate le segnalazioni giornaliere di incidenti ad Hangzhou. Al contempo, sono diminuiti i tempi di risposta dei soccorsi e i tempi di percorrenza di tutti i veicoli grazie al coordinamento intelligente di semafori e segnali stradali. Fonte: Alibaba Cloud, Easyaq.com

Allo stesso modo altre funzioni tradizionalmente svolte dall’amministrazione pubblica stanno sperimentando fertili integrazioni con i sistemi digitali (come le reti elettriche, l’accesso alla sanità, la gestione del traffico e dei parcheggi, il reporting ambientale) coinvolgendo in misura sempre maggiore il pubblico nella produzione di dati salienti. È ormai certo che queste innovazioni proseguiranno rapidamente verso ulteriori frontiere, come l’utilizzo dei droni, l’analisi dei flussi e delle masse di individui, il riconoscimento biometrico. Il tutto è integrato dalla crescente e inarrestabile innovazione nell’edge computing,[2] ovvero il mondo dei wereable, di internet delle cose e della sensoristica: una moltitudine di dispositivi diffusi e dislocati perifericamente che contribuiscono a generare e alimentare di dati i server centrali. In questo movimento di co-evoluzione tra strumenti digitali, spazi urbani e individui, il capitale finanziario ha risposto con decisione andando ad aggrumarsi intorno ai germogli di innovazione tecnologica più promettenti, anch’essi concentrati in spazi urbani ben precisi (incubatori, acceleratori, campus universitari e parchi tecnologici). 

Piani e progetti pilota
I progetti che fanno riferimento all’idea di smart city sono ormai onnipresenti in tutti i livelli dell’amministrazione cinese: funzionari, esperti ed imprese hanno varie intese e definizioni di cosa sono e dovrebbero essere le città intelligenti. Menzionata per la prima volta nel Dodicesimo piano quinquennale, l’idea di smart city è successivamente ripresa da una serie di politiche, regolamenti e linee guida promulgate dal Consiglio per gli affari di Stato e dalla Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme, ma senza raggiungere una definizione o un obiettivo strategico condiviso a livello nazionale o interministeriale. In particolare, il secondo articolo del “Piano nazionale per l’urbanizzazione di nuovo tipo (2014-2020)” indica la direzione per lo sviluppo delle città intelligenti, enfatizzando la necessità di coordinamento e condivisione di informazioni tra vari dipartimenti, l’integrazione tra diverse tecnologie, il consolidamento di data centers, network e infrastrutture informative, la collaborazione tra dipartimenti, aziende e governi locali, la modernizzazione dello sviluppo industriale e un’attenta governance sociale. Un altro documento significativo è la “Guida per la promozione di un sano sviluppo delle città intelligenti (2014)”, con un focus specifico su infrastrutture intelligenti, miglioramento dei servizi pubblici e lancio di progetti pilota. I documenti di policy, tuttavia, proliferano a livello locale. Secondo una ricerca di Deloitte, nel 2016, il 95% delle città di livello sub-provinciale, più del 76% delle prefetture e oltre 500 città nel paese hanno proposto la costruzione o sono già impegnate nel processo di costruzione di città intelligenti con i focus più svariati.[3]

Numerosi documenti programmatici e alleanze sono stati emanati da ministeri e altre unità governative, in particolare dal Ministero della scienza e della tecnologia, dal Ministero dell’industria e della tecnologia dell’informazione e dalla Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme. Così come in altri ambiti esiste una frammentazione di piani e documenti con molteplici obiettivi e definizioni. È lo stesso “Piano nazionale per l’urbanizzazione di nuovo tipo” a non specificare una definizione organica e univoca di che cosa debba essere una smart city, enfatizzando invece la necessità di sperimentazione e apprendimento tramite progetti pilota. Ai piani nazionali seguono iniziative private come il progetto PATH (acronimo di Ping An, Alibaba, Tencent, Huawei)[4] e lo Shanghai Big Data Exchange.[5] La prima è un’iniziativa lanciata nel 2018 durante la China Smart City International Expo di Shenzhen e prevede l’integrazione urbana di diverse tecnologie, ognuna trainata da una delle quattro grandi imprese digitali (nell’ordine: AI, blockchain e big data; pagamenti mobili; connettività; hardware). Il secondo è un vero proprio mercato dei dati dove istituzioni finanziarie, imprese digitali e manifatturiere, e perfino autorità governative possono acquistare dati grezzi di individui e consumatori generati da transazioni commerciali.

Lo stato dell’arte: il City Brain di Hangzhou
Uno dei progetti di sperimentazione più avanzati nel settore delle smart city è il sistema ET City Brain (ET chéngshì dànǎo, ET城市大脑). Sviluppato da Alibaba Cloud e lanciato in fase pilota nel 2016, il City Brain è utilizzato in primis come strumento di ottimizzazione del traffico urbano di Hangzhou, capitale della Provincia dello Zhejiang. Negli ultimi anni, Hangzhou è stata una delle città più affette dal congestionamento stradale e dall’inquinamento urbano. L’eccesso di veicoli di proprietà, unito a una geografia urbana non favorevole, hanno reso per anni il reticolo urbano della città un’area estremamente problematica per la circolazione dei veicoli, soprattutto nella gestione di soccorsi e rapidi interventi. Secondo il presidente di Alibaba Cloud,[6] Simon Hu, a solo un biennio dall’installazione del City Brain, Hangzhou è passata dal 5° (2015) al 57° posto (2017) nella classifica delle città più congestionate in Cina. Il “cervello urbano” di Hangzhou è basato sul sistema operativo cloud Apsara, un’architettura in grado di elaborare dati cloud su larghissima scala e basata su tecnologia proprietaria del Gruppo Alibaba. Grazie a questa capacità di calcolo, migliaia di telecamere e sensori dislocati in gran parte dell’area urbana possono generare dati sulle condizioni stradali in tempo reale. I dati prodotti sono acquisiti e inviati per l’elaborazione in tempo reale al server centrale, a sua volta connesso a semafori, centrali degli autobus, stazioni di polizia, vigili del fuoco e altre infrastrutture e servizi stradali. 

Il City Brain si basa su tre funzioni principali: 1) city event detection: un sofisticato sistema di algoritmi con cui il sistema è in grado di riconoscere pattern inusuali nel flusso del traffico e pertanto identificare anomalie e incidenti; 2) smart processing: la capacità di inviare in automatico un’allerta alle autorità competenti (polizia, ambulanze, vigili del fuoco) utilizzando una tecnologia di dispacciamento intelligente dei veicoli; 3) traffic optimization: il City Brain è autorizzato dalla polizia stradale a coordinare i semafori non solo per ottimizzare il flusso del traffico per i mezzi di traposto privati e pubblici ma anche per fornire ai veicoli di soccorso un passaggio prioritario e raggiungere la propria destinazione nel minor tempo possibile. Secondo quanto dichiarato da Alibaba Cloud, il calcolatore segnala una media di 500 anomalie al giorno con un’accuratezza del 92% e una velocità di segnalazione di circa un secondo, permettendo ai servizi di assistenza di raggiungere il luogo interessato in cinque minuti. La versione 2.0 del City Brain copre un’area di 42 chilometri quadrati per un’accuratezza del 95% sulle violazioni del traffico e il coordinamento in tempo reale di 1300 semafori e segnali del traffico gestiti autonomamente agli algoritmi del server centrale. Il sistema è connesso ad oltre 200 agenti municipali che possono ricevere allerte e messaggi in tempo reale. Il City Brain è attualmente in fase di sperimentazione in decine di altre città cinesi e verrà presto impiegato anche all’estero, a partire dalla Malesia (Kuala Lumpur).

Considerazioni conclusive
Uno dei problemi tecnici prevalenti per le smart city è quello dell’aggregazione e standardizzazione dei dati i quali, una volta generati, devono essere resi compatibili e interpretabili per poter essere fruiti. I decisori cinesi sono ben consapevoli di questo ostacolo, da loro ben reso nell’espressione “camini di dati” (shùjù yāncōng, 数据烟囱). Tale espressione è un’interpretazione cinese dei cosiddetti information silos (o information island): ossia, dati sviluppati da unità, dipartimenti, processi, e contesti diversi che non sono compatibili o intellegibili fra loro. È forse ironico osservare che lo stesso fenomeno avviene a livello macro se osserviamo la grande e vibrante arena cinese di sperimentazione delle città intelligenti. Lo sviluppo organico delle smart city in Cina risentirà negli anni a venire della grande frammentazione delle politiche attuate e dei progetti pilota in corso di sperimentazione. Se da un lato la Cina è il più vasto campo di sperimentazione urbana al mondo, dall’altro, una caotica molteplicità di obiettivi, definizioni e interessi sembrano rendere problematico l’accumulo di uno stock esperienziale necessario per elaborare un piano coerente e armonico a livello nazionale. 

Sono nondimeno riscontrabili sperimentazioni di grande successo, se scrutate attraverso la lente ideologica del Partito-Stato. Il progetto ET City Brain di Hangzhou ne è una prova. Tecnicamente ineccepibile, la portata sociale e politica del “cervello urbano” sviluppato dal Gruppo Alibaba è ancora difficile da misurare. Ancora, sarà sempre più decisivo lo sviluppo dell’edge computing, ovvero la produzione periferica di dati tramite sensoristica per quanto riguarda le infrastrutture, e attraverso wereable device, smartphone e dispositivi geolocalizzabili per quanto riguarda gli individui. Tutto questo rende più granulare fino al livello del singolo individuo la produzione di dati e sempre più efficienti i sistemi produttivi, il monitoraggio e la gestione dei flussi e l’anticipazione problemi (traffico, salute, rifiuti, problemi ambientali ed energetici). Una città più efficiente e fluida è sicuramente un ambiente più adatto alla vita di tutti i giorni, alla salute, ma anche all’imprenditorialità, riducendo molti fattori di incertezza e abbassando il costo delle attività quotidiane.

Le smart city renderanno le città più efficienti, ma questo non si tradurrà necessariamente in una maggiore partecipazione degli individui al governo della polis. L’idea degli osservatori esterni di un’assoluta disattenzione agli aspetti etici e politici nella gestione dei dati in Cina è sicuramente fuorviante e poco accurata. Il dibattito sull’utilizzo dei dati è tutt’altro che ignoto ai decisori, dalle aziende, ai cittadini e ai consumatori. È invece innegabile che l’idea di smart city cinese, o meglio, le molteplici idee, sperimentazioni e modelli testati non abbia a che vedere (almeno per ora) con una maggiore partecipazione dei cittadini nei processi decisionali della governance urbana. Siamo dunque lontani dalla concezione di “città intelligente” à la Sassen, [7] ovvero la capacità dei cittadini di rispondere o replicare (talk back) alla propria amministrazione urbana. Siamo ancora forse più lontani da un’idea di “città saggia”, come la traduzione cinese di smart city (zhìhuì chéngshì, 智慧城市) vorrebbe affermare. L’idea di saggezza differisce dal concetto di intelligenza proprio per la sua qualità esperienziale, relazionale e sociale. Applicato al contesto urbano, la “città saggia” richiama un’idea di uno spazio co-prodotto attraverso un processo aperto, adattivo al cambiamento e alle sfide dei tempi, e in continua evoluzione e rigenerazione. In Cina, invece, non è chiaro dove sia collocata la fonte di questa saggezza urbana, e attraverso quali canali l’esperienza del cittadino possa informare il funzionamento della città. Avere visibilità sullo scenario futuro ci è precluso e non sappiamo se il locus decisionale della vita urbana sarà collocato al livello dei cittadini, del governo o delle sempre più dominanti imprese digitali. Sappiamo invece con certezza che questo sarà ancora uno dei terreni di sperimentazione e frenetica trasformazione negli anni a venire.

 

 

 

 

 

Si ringrazia Francesca Celi per il contributo alla ricerca.

[1] “L’Urbanizzazione in Cina: traguardi e nuove sfide”, OrizzonteCina 8 (2017) 4, disponibile all’Url https://www.twai.it/magazines/lurbanizzazione-cina-traguardi-e-nuove-sfide/. 

[2] Mahadev Satyanarayanan, “The emergence of edge computing”, Computer 50 (2017) 1: 30-39.

[3] Deloitte Public Sector, TMT Industry, Deloitte Research, “Super smart city: happier society with higher quality”, 29 giugno 2018, disponibile all’Url https://www2.deloitte.com/content/dam/Deloitte/cn/Documents/public-sector/deloitte-cn-ps-super-smart-city-en-180629.pdf. 

[4] BusinessWire, “Ping An showcases innovative solutions for cities at China Smart City International Expo 2018”, 21 agosto 2018, disponibile all’Url https://www.apnews.com/bf2820e6ce1046d5b7e4276eb3855dd3. 

[5] Shanghai Municipal People’s Government, “Shanghai’s high hopes for Big Data hub”, 4 giugno 2016, disponibile all’Url http://www.shanghai.gov.cn/shanghai/node27118/node27818/u22ai82382.html. 

[6] Jenny W. Hsu, “Alibaba Cloud launched «ET City Brain 2.0» in Hangzhou”, Alizila, 20 settembre 2018, disponibile all’Url https://www.alizila.com/alibaba-cloud-launched-city-brain-2-0-hangzhou/. 

[7] Saskia Sassen, “Talking back to your intelligent city”, McKinsey, 2011.

 

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