Nel discorso pubblico italiano il Sudest asiatico appare spesso come un insieme eterogeneo di Stati che desta l’attenzione soltanto in occasione di crisi umanitarie, disastri naturali di enorme rilevanza o eventi politici particolarmente eclatanti, come il colpo di Stato in Myanmar del 1° febbraio 2021, che ha interrotto la transizione democratica nel Paese. Tuttavia, questa regione è decisiva per comprendere la configurazione del continente asiatico e, più in generale, alcuni dei processi che stanno ridisegnando gli attuali equilibri internazionali. Le vicende politiche, economiche e sociali che si verificano nei Paesi dell’area sono da tempo intrecciate con quelle di Cina, Giappone, Corea del Sud e Australia, solo per citarne alcuni. Pertanto, senza cogliere la relazione che lega il Sudest asiatico continentale e arcipelagico con lo spazio dell’Asia-Pacifico (oppure, per usare un costrutto sociale più in voga, dell’Indo-Pacifico[1]), diventa difficile interpretare le traiettorie che definiscono l’ordine regionale nel suo complesso, e la sua relazione con l’ordine mondiale.
Il Sudest asiatico funge da ponte tra contesti che, pur distinti, condividono reti produttive, rotte marittime, circolazione di capitali, migrazioni e scambi culturali. Tale intreccio è particolarmente evidente nel Mar Cinese Meridionale, crocevia di rotte commerciali, rivendicazioni sovrapposte e progetti infrastrutturali che coinvolgono attori locali e nuovi e vecchi protagonisti del sistema di politica internazionale: le dispute territoriali che hanno luogo tra la Cina e cinque Stati del Sudest asiatico da quasi trent’anni hanno reso quest’area uno dei luoghi in cui si è maggiormente concentrata l’attenzione di decisori politici, studiosi e analisti di tutto il mondo. Nell’area si manifestano con particolare chiarezza le tensioni tra Stati Uniti (USA) e Cina[2], le due superpotenze che hanno finora condizionato scelte e posizionamenti dei governi e che competono per conservare (nel caso di Washington) o ridefinire (nel caso di Pechino) le regole della governance globale nel Ventunesimo secolo. Tuttavia, la tendenza di una certa parte di studiosi, analisti e commentatori a concentrare lo sguardo solo sui due grandi attori globali, senza anche comprendere le dinamiche interne del Sudest asiatico, rischia di oscurare il ruolo dei Paesi che si affacciano su questa strategica porzione di mare, la cui azione individuale e collettiva ha un peso crescente nella definizione degli assetti regionali.
Accanto alla dimensione esterna, è dunque essenziale considerare ciò che avviene all’interno delle società del Sudest asiatico. Si tratta, infatti, di un contesto in cui veloci trasformazioni convivono con caratteristiche costanti nel tempo. Come suggerisce il titolo di questa raccolta miscellanea di saggi, la storia e l’evoluzione della regione sono contraddistinte da elementi di continuità con il passato e di cambiamenti di tipo sia endogeno sia esogeno. Le transizioni politiche avviate in alcuni Paesi a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso – come, ad esempio, nel caso della politica Doi Moi in Viet Nam – non hanno cancellato le eredità del passato, né il ruolo delle élite politiche ed economiche che continuano a esercitare una forte influenza su istituzioni e società[3]. La crescita economica, spesso molto sostenuta rispetto alle percentuali e ai numeri fatti registrare nel passato, ha prodotto nuove forme di stratificazione sociale, processi di urbanizzazione accelerati e disordinati, infine aspettative che hanno richiesto risposte complesse. Movimenti culturali, proteste giovanili e dinamiche legate alla diffusione delle tecnologie digitali hanno introdotto ulteriori tensioni, che vedono per protagonisti soprattutto le nuove generazioni, che sono più esposte a circuiti transnazionali di consumo e che ambiscono a creare nuovi spazi di partecipazione. Attraverso la mobilitazione e la protesta, essi sperimentano forme di contestazione che sono organizzate – nella maggior parte, in maniera del tutto pacifica – attorno ad associazioni della società civile, reti informali e comunità online, che in alcuni contesti del Sudest asiatico hanno come obiettivo la richiesta di un maggior coinvolgimento nei processi politici; in altri Paesi della regione, invece, la mobilitazione reclama maggiore libertà e democrazia. Questi movimenti, tuttavia, non dissolvono automaticamente le strutture sociali preesistenti: vi si innestano e le attraversano, producendo compromessi e frizioni tra aspirazioni individuali e aspettative familiari, tra cosmopolitismo e identitarismo, tra nuovi linguaggi pubblici e norme e valori consolidati. Ne emerge una “modernità ibrida”, in cui apertura e chiusura, pluralismo e omologazione ideologica, libertà e censura non collimano, anzi paradossalmente riescono a coesistere[4].
Questa sovrapposizione di livelli – storico, politico, economico e culturale – fa del Sudest asiatico un osservatorio privilegiato per cogliere fenomeni che in altri contesti emergono in modo meno nitido. La regione non è soltanto investita da processi globali, ma è anche uno spazio in cui tali processi si manifestano in anticipo: la ridefinizione dei rapporti tra Stato e società, la riorganizzazione delle catene globali del valore dovuta agli effetti della guerra commerciale innescata nel 2025 dall’amministrazione statunitense di Donald J. Trump[5], le trasformazioni del mercato del lavoro, le questioni climatiche e ambientali, l’uso politico dei linguaggi mediali e visuali. Comprendere ciò che accade in quest’area significa, in molti casi, presagire tendenze destinate a influenzare l’intera Asia e il mondo. Riconoscere l’importanza del Sudest asiatico significa, dunque, collocarlo al centro del dibattito pubblico italiano, conferendogli l’opportuna attenzione che consentirebbe di comprenderne le dinamiche che toccano – e spesso affliggono – questa regione. Scrivere e parlare di Sudest asiatico in Italia non può essere considerato come il tentativo autoreferenziale di ricercatori e analisti di coltivare i propri interessi senza restituire, al contempo, i risultati dei propri lavori al pubblico generalista. Al contrario, tutti coloro che sono impegnati a studiare il Sudest asiatico sotto diversi aspetti e prospettive di analisi operano con l’obiettivo di avvicinare lettrici e lettori a un’area del mondo che è, a torto, considerata troppo lontana (o, più semplicemente, persino troppo periferica rispetto al cosiddetto “Sud globale[6]” di immediato interesse) dal nostro Paese e dall’Unione Europea (UE).
Nel mondo accademico italiano vi sono cinque importanti centri di propagazione di studio del Sudest asiatico che nel corso degli ultimi decenni hanno avvicinato e formato diverse persone alla conoscenza della regione asiatica. In primo luogo, è opportuno menzionare il lavoro di ricerca portato avanti dall’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” relativamente alla lingua, alla cultura e alla storia indonesiana, nonché all’approfondimento delle dinamiche economiche e politiche del Viet Nam. Un secondo polo di studi sul Sudest asiatico è l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove la lingua e la cultura thailandese e vietnamita occupano da diversi anni un ruolo centrale nella disseminazione di conoscenza relativa a due tra i più importanti Paesi della regione indocinese. Il terzo e quarto polo di riferimento per gli studi sull’Indonesia, prediligendo una prospettiva antropologica, si trovano presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca e l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Infine, negli ultimi anni l’Università degli Studi di Torino ha dedicato particolare attenzione a ciò che accade in Myanmar dal punto di vista politico ed economico. Lavorando in sinergia con T.wai – Torino World Affairs Institute e avvalendosi della collaborazione di enti del terzo settore che operano al di fuori dell’accademia, il Dipartimento di Culture, Politiche e Società ha riservato un occhio di riguardo al Paese del Sudest asiatico a cui la stampa nazionale riserva talora una maggiore attenzione rispetto ad altre realtà della regione. Inoltre, lo stesso dipartimento, insieme a T.wai e alla Camera di Commercio di Torino, ha animato il dibattito pubblico con due edizioni dei TOASEAN Culture Days, e ha promosso il rafforzamento dei legami economici e commerciali tra l’Italia e la regione attraverso l’organizzazione di tre edizioni dei TOASEAN Business Days.
Questo volume collettaneo nasce proprio dall’esigenza, a nostro avviso sempre più impellente, di mostrare quanto siano vicine a noi molte delle dinamiche osservabili nel Sudest asiatico. Esso riunisce 52 articoli pubblicati, in 16 numeri, nella rivista RISE – Relazioni internazionali e International Political Economy del Sudest asiatico tra la metà del 2019 e l’estate del 2025, opportunamente divisi in sei sezioni. L’entità del numero di articoli pubblicati in questo volume, da una parte, dimostra l’impegno (ormai decennale) di T.wai di riservare al Sudest asiatico una rivista improntata all’alta divulgazione e all’analisi di eventi e protagonisti, nel tentativo di gettare luce su un’area del mondo molto importante per decisori politici, diplomatici e imprenditori. Dall’altra, essa conferma come la varietà di temi può essere esaminata sotto differenti prospettive metodologiche e disciplinari, che spaziano dalla Scienza politica all’antropologia, dalle Relazioni internazionali all’economia, dalla storia agli studi umanistici. Si è cercato di coprire tutti i dieci Paesi membri, nel periodo considerato, dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico (Association of South-East Asian Nations, ASEAN), con la solo eccezione di Timor Est, entrata a far parte dell’associazione regionale nell’ottobre 2025. Il volume è diviso in sei sezioni: “Politica interna”, “Relazioni internazionali”, “Storia”, “Ambiente e clima”, “Economia e sviluppo” e, infine, “Società e cultura”.
La prima sezione raggruppa alcuni degli avvenimenti rilevanti che hanno contraddistinto negli ultimi anni Paesi come le Filippine, l’Indonesia e la Thailandia. L’Indonesia è stato uno dei Paesi che dal 1998, a seguito della caduta del generale Suharto, ha imboccato una strada di grandi trasformazioni, i cui processi non sono stati interamente completati. Gli articoli sulla Thailandia, invece, si soffermano sul ruolo dei militari nella politica e nella società e sulle proteste che hanno segnato il periodo del governo di Prayut Chan-o-cha. Non sono state escluse questioni importanti come le organizzazioni etniche armate in Myanmar e l’emergere di nuove élite politiche familiari che controllano il sistema economico e politico economico della Repubblica democratica popolare del Laos.
Nella seconda sezione è dedicato ampio spazio alle relazioni internazionali dell’ASEAN con i principali attori della regione, ovvero Cina, USA, Giappone e Australia. In più, alcuni contributi si focalizzano sui rapporti economici e diplomatici tra alcuni di questi Paesi con i grandi attori regionali e altri Paesi dell’associazione, al fine di individuare i caratteri salienti delle strategie di politica estera messe in atto dai piccoli e grandi Stati membri dell’ASEAN in un contesto di forte rivalità sino-statunitense.
La terza sezione si occupa degli aspetti storici che hanno segnato il Sudest asiatico dalla fine della guerra del Pacifico, nel 1945, ad almeno la seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso. Le grandi tematiche che sono state trattate si svolgono in due periodi storici significativi come la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda. Durante questo lungo arco temporale, molti Paesi hanno sperimentato cambiamenti epocali dettati da numerosi fattori, sia interni sia esterni. Inoltre, alla fine degli anni Sessanta l’ASEAN è emersa come un’importante organizzazione regionale che, inizialmente, raggruppava cinque Stati in funzione anticomunista e anticinese. Questa sezione getta luce su alcune delle principali dinamiche del cambiamento, affronta il presunto legame tra il “pericolo comunista” e le comunità cinesi d’oltremare del Sudest asiatico e, infine, traccia una breve storia dei movimenti comunisti dell’Indonesia, della Thailandia e del Viet Nam.
La quarta sezione si addentra nei particolari della questione ambientale e degli effetti del cambiamento climatico, temi cruciali del nostro tempo. Le temperature medie nel Sudest asiatico, infatti, sono significativamente aumentate ogni decennio dal 1960 e, secondo i dati forniti da Global Climate Risk Index, Myanmar, Filippine, Thailandia e Viet Nam sono stati tra i dieci Paesi al mondo più colpiti dai cambiamenti climatici negli ultimi due decenni. Gli articoli proposti in questa sezione analizzano l’impatto di tifoni, inondazioni e dissesti idrogeologici sull’economia e le popolazioni della regione e analizzano in dettaglio le ripercussioni di questi eventi naturali sull’ambiente. Inoltre, si è dato spazio anche agli effetti economici e sociali dell’espropriazione terriera, della de-industrializzazione e delle emissioni di carbonio nell’atmosfera.
La quinta sezione è riservata all’economia e allo sviluppo. Qualora fosse considerata come una comunità economica integrata, l’ASEAN avrebbe nel 2025 il quinto più alto PIL nominale a livello mondiale, preceduto da USA, UE, Cina e Giappone. Alcuni articoli presenti nella sezione affrontano alcuni casi di successo nel Sudest asiatico, altri invece si soffermano su temi specifici quali le zone economiche speciali, l’industrializzazione, i dazi e le misure non tariffarie, i problemi derivanti dalla corruzione e gli investimenti esteri diretti. Il quadro che ne deriva consente di comprendere a fondo i percorsi di crescita all’interno dell’area ASEAN, nonché di individuare tutti gli ostacoli che impediscono ai Paesi del Sudest asiatico di progredire nel proprio cammino di sviluppo.
Infine, la sesta e ultima sezione indugia sui temi legati alla società e alla cultura. Essa alterna articoli focalizzati sul multiculturalismo e sulla protezione dei siti culturali UNESCO ad altri che si occupano specificamente delle proteste popolari dei giovani thailandesi, della “guerra alla droga” dell’ex presidente delle Filippine Rodrigo R. Duterte e dell’immagine gemoy del presidente indonesiano Prabowo Subianto. Non mancano anche i riferimenti ai diritti umani, alle questioni di genere e, infine, ai linguaggi musicali contemporanei. Questa sezione è, così, in grado di restituire a lettrici e lettori il carattere di varietà culturale di cui il Sudest asiatico è conosciuto in tutto il mondo.
Questa raccolta, pur senza avere la pretesa di sviscerare tutti gli aspetti e le dinamiche di realtà tanto ramificate, ambisce a delineare un’immagine del Sudest asiatico che sfugge alle semplificazioni e prova a offrire gli strumenti utili per orientarsi in un contesto politico, sociale e culturale relativamente complesso. La varietà dei contributi conferma che il Sudest asiatico non può essere letto attraverso un’unica lente interpretativa. La distinzione tra continuità e mutamento perde rigidità e acquista senso solo se osservata nel modo in cui questi due elementi si sovrappongono, si ridefiniscono e talvolta si contraddicono. Lungi dall’essere un ostacolo, questa articolazione costituisce una risorsa analitica: permette, infatti, di cogliere come i governi e le società della regione affrontino sfide globali filtrandole attraverso esperienze storiche e strutture precipue, producendo esiti che non rientrano in categorie facilmente definibili.
[1] Sull’introduzione nel dibattito pubblico, sulla genesi e sull’evoluzione di tale costrutto, cfr. Sundararaman, S. (2023), “Understanding the Indo-Pacific: Historical Context and Evolving Dynamics”, in Handbook of Indo-Pacific Studies, Vol. 1, Nuova Delhi: Routledge, pp. 11-28: Routledge; Szalwinski, A. (2023), “What’s in an Indo-Pacific Concept? Shared Visions and Varied Approaches”, Asia Policy, Vol. 18 (3), pp. 96-100; Li, H. (2022), “The ‘Indo-Pacific’: Intellectual Origins and International Visions in Global Contexts”, Modern Intellectual History, Vol. 19 (3), pp. 807-33; Muni, S.D. e Mishra, R. (2021), “The Indo-Pacific: An Evolving Regional Construct”, in Mishra, R., Hashim, A. e A. Milner (a cura di), Asia and Europe in the 21st Century: New Anxieties, New Opportunities, Abingdon e New York: Routledge; Medcalf, R. (2019), “Indo-Pacific Visions: Giving Solidarity a Chance”, Asia Policy, Vol. 14 (3), pp. 79-96.
[2] Si vedano, ad esempio, Zha, W. (2025), “The U.S.-China Narrative Competition and Reception Dynamics in Southeast Asia”, The Pacific Review, pp. 1-31; Khoo, N. (2022), “Great Power Rivalry and Southeast Asian Agency: Southeast Asia in an Era of US-China Strategic Competition, Political Science, Vol. 74 (2-3), pp. 141-54; Shambaugh, D. (2018), “U.S.-China Rivalry in Southeast Asia: Power Shift or Competitive Coexistence?”, International Security, Vol. 42 (4), pp. 85-127.
[3] Cfr. Case, W. (2018), “Political Elites in Southeast Asia”, in Best, H. e Higley, J. (a cura di), The Palgrave Handbook of Political Elites, Londra: Palgrave Macmillan, pp. 225-40.
[4] Cfr. Tan, N. e Denyer, R.L. (2025), “Digital Authoritarianism”, in Tan, N. e Kasuya, Y. (a cura di), Routledge Handbook of Autocratization in Southeast Asia, Abingdon e New York: Routledge, pp. 56-71.
[5] Cfr. Rajah, R., Albayrak, A. e R. Walker (2025), “Navigating the storm: Southeast Asia and the global trade shocks”, Lowy Institute, 10 dicembre, disponibile online al link https://www.lowyinstitute.org/publications/navigating-storm-southeast-asia-global-trade-shocks.
[6] Sull’adozione, in letteratura, del concetto di “Global South” in sostituzione di quello di “Terzo Mondo”, si vedano Grasland, C. (2026), “The Diffusion of the Concept of ‘the Global South’ in the Press: The Case of Africa”, Third World Quarterly, pp. 1-15; Bull, B. e Banik, D. (2025), “The Rebirth of the Global South: Geopolitics, Imageries and Developmental Realities”, Forum for Development Studies, Vol. 52 (2), pp. 195-214; Haug, S., Braveboy-Wagner, J. e G. Maihold (2021), “The ‘Global South’ in the Study of World Politics: Examining a Meta Category”, Third World Quarterly, Vol. 42 (9), pp. 1923-944.
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