Conflitto, sicurezza umana e nuove tecnologie

Human Security N. 7

Nel 2010, gli utenti di internet erano meno di 2 miliardi. Oggi, circa metà della popolazione mondiale è online e la crescita è rapida, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. I nuovi prodotti e servizi di cui disponiamo stanno però facendo molto di più che fornire nuove possibilità: stanno cambiando il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarci gli uni con gli altri.

Dai robot alle auto a guida autonoma, quella che fino a qualche anno fa sembrava solo fantascienza è oggi diventata realtà. Se è vero che l’intelligenza artificiale potrebbe migliorare notevolmente le nostre vite, è anche vero, però, che tutte le tecnologie possono essere utilizzate sia per contribuire al progresso umano che per servire obiettivi meno nobili, se non addirittura criminali. Il settimo numero di Human Security è quindi dedicato ad alcuni degli aspetti più critici della cosiddetta Quarta rivoluzione industriale e, in particolare, alla trasformazione tecnologica del conflitto e della sicurezza.

Ciò che vale per la sfera privata o per il settore industriale, infatti, vale anche per la guerra. Come sempre più spesso si legge sui giornali, i conflitti contemporanei non si limitano più ai tradizionali campi di battaglia – suolo, mare e aria – ma sembrano aver varcato la soglia di una nuova arena, potenzialmente sconfinata: lo spazio cibernetico. Non sorprende, quindi, il crescente interesse e la sempre maggiore attenzione alla cybersecurity. Giampiero Giacomello, docente di scienza politica all’Università di Bologna, sottolinea quanto l’uso di nuove tecnologie in settori sensibili come la finanza, l’assistenza sanitaria, le telecomunicazioni e i trasporti porti con sé nuovi rischi ed esponga governi e cittadini a “guerre con il computer” che possono colpire chiunque, dovunque e in qualsiasi momento.

Tra le tante sfide che il mondo deve affrontare, quella forse più intensa è capire quale sarà l’evoluzione del rapporto uomo-macchina in ambito bellico: è possibile delegare ai robot l’attività che da sempre ci distingue da tutti gli altri esseri viventi? Nel suo articolo, Christopher Coker, docente di relazioni internazionali alla London School of Economics and Political Science, approfondisce il tema, basando il proprio ragionamento sulle differenze fondamentali fra intelligenza artificiale e intelligenza umana.

Al di là delle possibili traiettorie future, l’impiego di armi in grado di agire autonomamente dall’intervento umano è realtà in diversi contesti di conflitto già da molti anni. Nonostante ciò, l’unico tentativo concreto di regolamentarne l’uso rimane quello di Isaac Asimov, che nel 1950 elaborò le tre leggi della robotica. Affrontando il tema da una prospettiva giuridica, Andrea Spagnolo, docente di Diritto internazionale umanitario presso l’Università di Torino, analizza il dibattito scaturito dal lavoro del Gruppo di esperti sulle armi autonome nell’ambito della Convention on Certain Conventional Weapons (CCW) ed evidenzia come la mancata regolamentazione delle armi autonome possa compromettere il rispetto dei principi cardine del diritto umanitario stabiliti dalle Convenzioni di Ginevra.

Se nel 1949 gli stati hanno riconosciuto la necessità di aderire a regole che proteggano i civili in tempo di guerra, Pier Luigi Dal Pino, direttore centrale delle relazioni istituzionali e industriali di Microsoft Italia e Austria, sottolinea la necessità di una Digital Geneva Convention che protegga i civili nel cyberspazio anche in tempo di pace. Descrivendo il ruolo fondamentale e l’impegno del settore privato nella prevenzione e nella gestione degli attacchi informatici, Dal Pino introduce il Cybersecurity Tech Accord, siglato recentemente dalle principali imprese informatiche, ed incoraggia i governi a fare altrettanto.

Chiude questo numero di Human Security un articolo a firma di Gioachino Panzieri, neolaureato presso l’Università di Torino, che guarda all’uso della tecnologia e in particolare all’attivismo digitale come strumento di analisi capace di catturare la complessità dei conflitti contemporanei a partire “dal basso” e quindi in grado di restituire un ruolo di primo piano alla popolazione locale e alla digital community a cui si l’informazione si rivolge.

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