Nel dicembre 2020, l’Unione Europea (UE) e l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (Association of South-East Asian Nations, ASEAN) hanno ufficializzato il loro partenariato strategico, consolidando un legame caratterizzato da interconnessioni economiche, politiche e culturali. Al centro di questa collaborazione, insieme a priorità come la sicurezza marittima, la trasformazione digitale e la ripresa post-pandemica, si trova un obiettivo apparentemente indiscutibile: la sostenibilità ambientale. Tuttavia, come spesso accade nelle relazioni internazionali, un consenso di principio nasconde profonde divergenze sui mezzi e sulle priorità per realizzarlo. Da un lato, l’UE punta ad affermarsi come potenza normativa globale attraverso il Green Deal europeo, una strategia che mira a rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Dall’altro, gli Stati membri dell’ASEAN si trovano di fronte alla sfida di mantenere la crescita economica e ridurre il livello di povertà in contesti in cui la dipendenza dalle risorse naturali resta ad oggi strutturale. Questa asimmetria di partenza costituisce un terreno fertile per frizioni politiche, dove il principale punto di controversia è rappresentato dal “Regolamento europeo sulla deforestazione” (European Union Deforestation Regulation, EUDR), adottato nel giugno 2023. Tale normativa mira a impedire l’ingresso nel mercato europeo di prodotti legati alla deforestazione o al degrado forestale, imponendo obblighi di verifica e tracciabilità agli importatori. In linea di principio, rappresenta un passo coerente verso la leadership climatica dell’UE, nella pratica, però, da Paesi del Sud-Est asiatico come Indonesia e Malaysia è stata percepita come una nuova forma di protezionismo verde. L’EUDR incarna così un dilemma più ampio che oggi definisce la geopolitica della sostenibilità: fino a che punto le ambizioni ambientali europee possono coesistere con le esigenze di equità globale?
Il Regolamento UE 2023/1115[1] sui prodotti privi di deforestazione, entrato in vigore il 29 giugno 2023 e destinato a diventare pienamente operativo per i grandi operatori nel dicembre 2025, stabilisce che sette materie prime chiave (olio di palma, soia, cacao, caffè, legno, gomma e bovini) possano essere commercializzate nel mercato europeo solo se è dimostrato che non provengano da terreni deforestati o degradati dopo il 31 dicembre 2020. Per garantire la conformità, gli importatori europei devono raccogliere le coordinate geografiche precise dei siti di produzione e fornire documentazione completa che attesti la tracciabilità della catena di approvvigionamento. Inoltre, viene introdotto un sistema di classificazione dei Paesi fornitori in base al rischio (basso, standard o alto) con controlli più severi per i prodotti provenienti da aree ad alto rischio. Secondo Bruxelles, l’EUDR intende disaccoppiare i consumi europei dalla distruzione delle foreste tropicali, responsabili di circa il 10% delle emissioni globali di CO₂[2]. Questa politica riflette l’ambizione dell’UE di fungere da modello, creando un mercato deforestation-free che, idealmente, dovrebbe incentivare pratiche produttive sostenibili su scala mondiale. L’iniziativa si inserisce nel quadro più ampio del Green Deal europeo, insieme al “Meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere” (CBAM) e alla “Direttiva sulla due diligence per la sostenibilità delle imprese” (CSDDD), che estendono gli standard ambientali e in materia di diritti umani dell’UE oltre i suoi confini.
Ciononostante, l’estensione extraterritoriale dell’EUDR ha sollevato complesse questioni di legittimità ed equità. Legando l’accesso al mercato europeo al rispetto di definizioni e sistemi di verifica propri dell’UE, la normativa finisce per rimodellare le pratiche produttive dei Paesi terzi senza un consenso formale e spesso senza adeguati meccanismi di consultazione o compensazione. Bruxelles giustifica questa impostazione come un dovere morale, fondato sulla responsabilità dell’UE quale principale mercato di consumo mondiale, mentre i critici la considerano una forma di imperialismo regolatorio, attraverso cui la responsabilità ambientale viene trasferita ai produttori del Sud globale. Gli oneri finanziari e tecnologici della conformità ricadono in modo sproporzionato sulle economie in via di sviluppo, molte delle quali non dispongono delle infrastrutture digitali o dei sistemi necessari per fornire dati geolocalizzati accurati. Inoltre, il meccanismo di classificazione dei Paesi rischia di politicizzare la valutazione ambientale. I Paesi etichettati come “ad alto rischio” potrebbero subire svantaggi commerciali impliciti, rafforzando le gerarchie preesistenti tra Nord e Sud del mondo.
Al di là delle implicazioni economiche, l’EUDR riflette l’evoluzione della diplomazia climatica europea. Integrando criteri di sostenibilità direttamente nella regolamentazione del mercato, l’UE cerca di governare la globalizzazione attraverso il diritto, traducendo imperativi morali in sistemi tecnici di conformità. Questo approccio tecnocratico rischia di oscurare la dimensione politica della giustizia ambientale: mentre promette una sostenibilità universale, può finire per riprodurre le stesse asimmetrie di potere e capacità che intende superare. La tensione tra ambizione ecologica e giustizia globale diventa così sempre più evidente, con l’EUDR a rappresentare una visione di responsabilità planetaria che riflette una logica operativa ancorata alle disuguaglianze strutturali dell’economia mondiale. Non sorprende quindi una reazione da parte di alcuni Paesi ASEAN. Indonesia e Malaysia, che insieme producono circa l’83% dell’olio di palma mondiale[3], hanno criticato apertamente l’EUDR, definendolo ingiusto, discriminatorio e punitivo dal punto di vista economico[4]. Il viceprimo ministro malaysiano, Fadillah Yusof, ha definito il regolamento “un atto punitivo che ignora i veri progressi dei Paesi produttori[5]”. Inoltre, i due Paesi hanno istituito una task force congiunta per dialogare direttamente con la Commissione europea e hanno persino minacciato di sospendere i negoziati per un accordo di libero scambio se le loro preoccupazioni non venissero accolte. A Kuala Lumpur, nel giugno 2024, il Segretariato ASEAN ha invitato l’UE a intraprendere “consultazioni strutturate e inclusive” per evitare che la normativa aumenti le disuguaglianze Nord-Sud[6].
Dietro queste critiche emerge un concetto sempre più discusso nel Sud globale, quello del “colonialismo climatico”. In sostanza, l’impressione è che le economie avanzate del Nord impongano standard ambientali modellati sulle proprie esperienze, senza tenere conto dei vincoli economici e sociali dei Paesi emergenti. Così, la sostenibilità non viene rifiutata, ma percepita come un obiettivo definito altrove e applicato in modo sbilanciato. Secondo gli analisti dell’ISEAS–Yusof Ishak Institute, la controversia sull’EUDR mette in luce un conflitto tra la sovranità normativa europea e la giustizia ambientale globale[7], dove la normativa finisce per creare una sorta di dipendenza ecologica: i Paesi in via di sviluppo rimangono fornitori di materie prime, costretti ad adattarsi alle regole del Nord senza ricevere sostegno tecnologico o finanziario adeguato.
Allo stesso tempo, l’ASEAN non è un blocco monolitico. Mentre Indonesia e Malaysia si mostrano le più critiche, Viet Nam, Thailandia e Filippine adottano approcci più pragmatici, vedendo nell’EUDR un’opportunità di modernizzazione. Questa varietà di posizioni rende difficile presentare un fronte unito, ma dimostra anche come la normativa stia diventando un banco di prova per la governance ambientale regionale. Anche in Europa le tensioni interne non mancano. Nonostante l’EUDR rifletta un’aspirazione comune verso la responsabilità ecologica, diversi Stati membri, tra cui Germania, Paesi Bassi e Spagna, profondamente integrati nelle catene di approvvigionamento globali, hanno espresso dubbi sui costi e fattibilità pratica della conformità. L’industria alimentare europea, rappresentata da FoodDrinkEurope, teme che i requisiti imposti possano “deviare i flussi commerciali verso mercati meno regolamentati, senza ridurre la deforestazione globale[8]”.
Questa situazione mette in luce un paradosso: l’UE all’esterno appare coesa e normativa, ma sul piano interno le realtà politiche ed economiche restano frammentate. Alcuni Stati, alle prese con inflazione e crisi energetica, si chiedono se la sostenibilità potrà mantenere consenso pubblico e industriale nel lungo periodo. Altri avvertono che una transizione basata principalmente sulla regolamentazione, senza investimenti paralleli nei Paesi produttori, rischia di essere inefficace e controproducente. Anche la società civile mostra opinioni contrastanti con ONG come Greenpeace[9] che sottolineano la mancanza di supporto tecnico e finanziario per i Paesi produttori, rischiando così di escludere chi è più vulnerabile. Le conseguenze sociali e di sviluppo dell’EUDR emergono soprattutto a livello microeconomico. In Indonesia e Malaysia, tra i tre e i sette milioni di piccoli agricoltori di olio di palma sono responsabili di circa il 25–30% dell’offerta globale di olio di palma[10], i quali spesso non dispongono di strumenti digitali né di risorse amministrative per rispettare i requisiti di geolocalizzazione e documentazione. Conformarsi significherebbe affrontare costi elevati per connessioni internet affidabili, registrazioni catastali e competenze tecnologiche adeguate. Il rischio di scivolare verso un modello di sviluppo sostenibile a due velocità risulta quindi concreto: da un lato le grandi aziende agroindustriali prosperano grazie alle risorse per attuare sistemi avanzati di tracciabilità, dall’altro i piccoli produttori rischiano emarginazione o esclusione dai mercati regolamentati. Anche la Banca mondiale[11] avverte che queste dinamiche possono aggravare le disuguaglianze e accelerare la concentrazione della proprietà terriera, compromettendo la dimensione sociale dello sviluppo sostenibile. Le sfide sono quindi strutturali, legate all’eredità dei sistemi fondiari coloniali e alla frammentazione dei regimi di proprietà in gran parte del Sud-Est asiatico. Senza un supporto istituzionale robusto, la certificazione formale resta irraggiungibile per molte comunità rurali, con il rischio concreto che una normativa pensata per promuovere l’integrità ecologica finisca per produrre dinamiche di sostenibilità non inclusive.
In risposta, i governi di Indonesia e Malaysia hanno sviluppato sistemi di certificazione locali come l’Indonesian Sustainable Palm Oil (ISPO) e il Malaysian Sustainable Palm Oil (MSPO), riconosciuti a livello nazionale e con criteri sociali e ambientali, non pienamente allineati agli standard UE. Una ricerca del dipartimento di economia dell’Università della Malaya[12] suggerisce che un riconoscimento reciproco tra questi schemi e l’EUDR potrebbe creare un modello di cooperazione più equilibrato e meno conflittuale. Nonostante le tensioni, l’EUDR ha favorito anche forme di dialogo e collaborazione. Nella regione ASEAN cresce la consapevolezza che la sostenibilità non sia solo un vincolo, ma anche un’occasione per rafforzare la governance ambientale, migliorare la trasparenza e promuovere una cooperazione più strutturata. Iniziative come la Strategia ASEAN sulla Cooperazione Forestale 2025–2030 e la Southeast Asia Forest Governance Initiative, co-finanziati da Germania e Norvegia, ne sono una prova tangibile. Paesi come Viet Nam e Filippine interpretano la normativa come un’opportunità di modernizzazione grazie anche alla prospettiva di sviluppo di strumenti digitali per la tracciabilità, il telerilevamento e la blockchain che attirano investimenti verdi favorendo l’innovazione. Come anticipato, i progressi restano però diseguali, con le economie più avanzate che riescono ad adattarsi, mentre quelle più fragili rischiano di rimanere ai margini. Senza un sostegno tecnico e finanziario adeguato, la conformità agli standard globali rischia di diventare un privilegio per pochi. Dal canto suo, l’UE punta a guidare la transizione verso un’economia globale più sostenibile, ma dovrà conciliare la propria ambizione normativa con una sensibilità politica che tenga conto delle diverse realtà di sviluppo. È utile sottolineare come anche la competizione internazionale in materia si intensifichi progressivamente, al cui interno attori come Cina e India offrono alternative percepite come più flessibili e rispettose delle priorità locali.
In definitiva, il dilemma UE–ASEAN non riguarda soltanto il problema del disboscamento, ma il modo in cui la comunità internazionale concilia responsabilità ambientale e giustizia economica: costruire un linguaggio comune sulla sostenibilità, che vada oltre il protezionismo e rispetti le diverse traiettorie di sviluppo, è la condizione per una diplomazia climatica equa e inclusiva e per fare del Green Deal non un esercizio di potere normativo, ma un esempio di leadership globale giusta e solidale.
[1] UE, Commissione europea (2023), “Regulation on Deforestation-free Products”, disponibile online al sito https://environment.ec.europa.eu/topics/forests/deforestation/regulation-deforestation-free-products_en.
[2] Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (2022), “The State of the World’s Forests 2022: Forest Pathways for Green Recovery”. Disponibile online al sito: https://openknowledge.fao.org/items/4c8bd12f-d6b8-4755-a82f-1284c41bf012.
[3] US Department of Agriculture (USDA), database disponibile online al sito https://www.fas.usda.gov/data/production/commodity/4243000?utm.
[4] Reuters (2023), “Indonesia accuses EU of ‘regulatory imperialism’ with deforestation law”, disponibile online al sito https://www.reuters.com/business/environment/indonesia-accuses-eu-regulatory-imperialism-with-deforestation-law-2023-06-08/.
[5] Reuters (2023), “Malaysia slams EU deforestation-free law for blocking palm oil market access”, disponibile online al sito https://www.reuters.com/business/sustainable-business/malaysia-slams-eu-deforestation-free-law-blocking-palm-oil-market-access-2022-12-23/?utm_.
[6] Segretariato ASEAN (2024), “Joint Ministerial Statement of the 24th ASEAN-EU Ministerial Meeting”, disponibile online al sito https://asean.org/wp-content/uploads/2024/02/FINAL-Joint-Ministerial-Statement-24th-ASEAN-EU-Ministerial-Meeting.pdf asean.org+1.
[7] ISEAS – Yusof Ishak Institute (2024). “Engaging Southeast Asia: The EU’s Role as a Resilient and Reliable Middle Power”, disponibile online al sito https://www.iseas.edu.sg/wp-content/uploads/2024/04/ISEAS_Perspective_2024_41.pdf iseas.edu.sg
[8] FoodDrinkEurope (2024), “Food and drink industry remains committed to EU Deforestation Regulation”, disponibile online al sito https://www.fooddrinkeurope.eu/resource/food-and-drink-industry-remains-committed-to-eu-deforestation-regulation/.
[9] Greenpeace European Unit (2022), “Chainsaws fall silent: EU agrees deforestation law”, disponibile online al sito https://www.greenpeace.org/eu-unit/issues/nature-food/46508/chainsaws-fall-silent-eu-agrees-deforestation-law/?utm.
[10] Solidaridad Network (2025), “Palm oil Barometer”, disponibile online al sito: https://www.solidaridadnetwork.org/wp-content/uploads/2025/05/FINAL-Palm-Oil-Barometer_Full_july25_WEB.pdf.
[11] Banca mondiale (2024), “Deforestation, Smallholders and Inclusive Trade in Southeast Asia”, disponibile online al sito https://thedocs.worldbank.org/en/doc/e2a07374775e7d38ca569d880aaa0e6d-0320052024/original/PROGREEN-Annual-Report-2024.pdf thedocs.worldbank.org.
[12] Muthu, U.K. (2023), “EUDR and Potential Collaboration with Malaysian Palm Oil Industry Stakeholders”, in 8th International Case Study Conference, 30 August-1 September 2023, Ibis Melaka Hotel, Bandar Melaka, Malaysia.
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