Verso la fine dello scorso mese di febbraio il Partito Comunista Cinese (Pcc) ha riunito a Pechino alti funzionari di livello provinciale e ministeriale per un seminario sulla “gestione della società”. Il rapporto ufficiale stilato nell’occasione mostra come, dati i partecipanti, si sia trattato, a tutti gli effetti, di una sessione plenaria allargata del Comitato Centrale, l’organo di vertice del Partito, che ha il compito di definire dell’orizzonte strategico della Repubblica Popolare.
L’espressione “gestione della società” è dunque entrata a far parte a pieno titolo del vocabolario del Pcc, ma il suo significato rimane piuttosto oscuro. Una lettura accurata degli interventi del Presidente Hu Jintao e di Zhou Yongkang (il membro del Comitato Permanente del Politburo che sovrintende alle forze di sicurezza civili e paramilitari della Rpc) suggerisce che si tratta di una nuova componente della dottrina del Pcc destinata a rimpiazzare la vecchia “tutela della stabilità” come linea guida del Partito per mantenere il monopolio del potere politico.
Mentre il sistema della “tutela della stabilità” attribuiva principalmente ai dipartimenti di sicurezza governativi il compito di reprimere qualsiasi potenziale sfida al Pcc, la “gestione della società” diviene ora, nella definizione di Hu, responsabilità di tutte le unità del Partito-Stato. Ciò riflette le crescenti risorse istituzionali che la leadership di Pechino ritiene di dover investire per mantenere la stabilità e il monopolio del potere.
Non solo: secondo le indicazioni del Presidente Hu anche attori non governativi, in particolare imprese private e organizzazioni della società civile, devono essere integrati nel sistema della “gestione della società”, sotto la regia del Pcc.
In sintesi, la “gestione della società” è una nuova strategia del Partito per conservare la propria centralità politica, attivando tutte le strutture istituzionali e penetrando la società civile organizzata per dirottarne in parte le attività al proprio servizio. Non è una coincidenza che questo seminario sia stato indetto nello stesso fine settimana in cui alcuni blogger cinesi avevano invitato la popolazione a riunirsi e marciare in alcune delle principali città cinesi, sull’esempio delle “rivoluzioni del gelsomino” che hanno scosso Maghreb e Medio Oriente. Né si può dimenticare che all’indomani del medesimo seminario più di venti attivisti – incluse figure di primo piano come l’artista Ai Weiwei, lo scrittore Ran Yunfei e l’avvocato Teng Biao – sono stati trattenuti, arrestati, o condannati dalle autorità.
Questo debutto di alto profilo del modello di “gestione della società” nella Cina di oggi riflette il profondo dilemma che percorre tanto la società civile quanto il Partito-Stato. Da una parte, le riforme economiche, pur garantendo una crescita del Pil intorno al 10% all’anno in media negli ultimi trent’anni, hanno creato gravi disuguaglianze, soprattutto nell’ultimo decennio. Continua infatti a crescere il numero di cinesi che ritiene di non avere accesso a un’adeguata fetta della ricchezza prodotta nel paese proprio a causa del sistema politico autoritario, che impedisce di esprimere preoccupazioni e di avanzare rivendicazioni.
Dall’altra parte, il Pcc ha rifiutato qualsiasi tipo di concessione politica negli ultimi vent’anni. Secondo alcuni, avrebbe semplicemente perso la capacità di avviare riforme di natura politica, essendo ormai ostaggio di gruppi di interesse politicoeconomici, che vedono le proprie prerogative minacciate da ogni modifica dello status quo.
Per affrontare le nuove sfide che emergono dalla società, il Partito non ha quindi altra scelta che ricorrere alla repressione. Il concetto di “tutela della stabilità” venne formulato una decina d’anni fa; ora che l’insofferenza crescente della popolazione dimostra come la stabilità a tutti i costi porti, in assenza di riforme, a un aggravamento delle tensioni, la risposta del Pcc è per l’appunto la “gestione della società”, di fatto una versione riveduta e potenziata della vecchia “tutela della stabilità”.
La “gestione della società” è un segno di disperazione del Partito, non certo di fiducia in se stesso e nei propri mezzi. Indica che la leadership cinese manca della lucidità e saggezza necessarie per accettare o promuovere un cambiamento politico di natura pacifica. Da sessant’anni a questa parte, mai come oggi in Cina c’è la possibilità che maturino, a causa di questo impasse, le condizioni per trasformazioni rivoluzionarie.
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