Sin dagli anni ’50 realizzare una crescita economica sostenuta è stato un imperativo per i variegati regimi dell’Asia orientale, emersi in parte dal processo di decolonizzazione e alla ricerca di rinnovata stabilità e legittimazione politica.
Questo si è spesso tradotto in una forte presenza dello stato nella vita eco-nomica, contribuendo allo sviluppo della nozione di “stato sviluppista”, elemento considerato imprescindibile nello spiegare il “Miracolo dell’Asia orientale”. Sebbene l’adozione dei principi liberali dell’economia di mercato, i vantaggi strutturali della regione e la progressiva integrazione con l’economia globale da parte della quasi totalità dei governi regionali non possano essere sminuiti, l’interventismo economico statale ha ricoperto un ruolo altrettanto rilevante.
Per raggiungere questo obbiettivo l’adozione di strutture integrate di sviluppo economico entro aree geografiche delimitate, ovvero la creazione di zone economiche speciali (ZES) e corridoi economici, è stata spesso uno degli strumenti utilizzati. Le due tipologie di organizzazione economica dello spazio, sovrapponibili dal punto di vista concettuale, hanno trovato particolare successo dal 1992 con il lancio del programma di cooperazione economica della Subregione del Grande Mekong, comprendente Cambogia, Laos, Myanmar, Thailandia, Vietnam e le province cinesi dello Yunnan e del Guangxi. Promosso dalla Banca asiatica per lo sviluppo (BAS), il programma contribuì alla promozione e concettualizzazione dei corridoi economici come strumenti per guidare lo sviluppo economico. Allora vennero denominati come “iniziative di sviluppo spaziale”, terminologia successivamente caduta in disuso. Tuttavia, esperienze analoghe nella regione precedettero il lavoro della BAS. Nella fase iniziale della storica apertura della Cina all’economia globale voluta da Deng Xiaoping, vennero infatti designate nel 1980 quattro ZES che fungessero da porta per il commercio con il resto del mondo.
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