Emanuele Giordana, Massimo Morello, Asia criminale. I nuovi triangoli d’oro tra scam city, armi, droga, pietre preziose ed esseri umani, Milano: Baldini+Castoldi, 2025.

Galeotta fu quella terrazza. Da un progetto nato da una serie di conversazioni tenutesi nell’appartamento di Bangkok di uno dei due autori, Emanuele Giordana e Massimo Morello decidono di abbandonare per un attimo le rispettive scrivanie per vestire i panni di Virgilio alla scoperta dei “cuori di tenebra” del Sud-Est asiatico. Per la precisione, essi ci accompagnano nel “Triangolo d’Oro”, “un territorio chiuso in un’ansa del [fiume] Mekong dove si incrociano i confini di Laos, Thailandia e Birmania […] il più profondo cuore di tenebra” della regione (p. 15). Questo incredibile viaggio conduce lettrici e lettori verso le scam city, luoghi che presentano senz’altro diverse similitudini con gli ambienti sotterranei dell’Inferno dantesco. Esse non ospitano “semplici call center truffaldini [ma sono] veri e propri centri urbani autonomi […] oppure semplicemente edifici più o meno dissimulati in alcune città asiatiche”, in particolare in Cambogia, come nel caso della “scam city discreta” (p. 162) di Sihanoukville. Queste città sono abitate prevalentemente da scammer di professione, “carnefici controvoglia” che, a loro volta, si trasformano anch’essi in vittime” (p. 24), giacché sono costretti a vivere all’interno di edifici insospettabili in condizioni di semi-schiavitù.
Il cammino lungo le principali direttrici del Triangolo d’Oro risulta fin da subito impervio e non poteva essere altrimenti, come già il titolo del libro ci suggerisce. Tuttavia, l’ampia conoscenza dell’area da parte di Giordana e Morello rassicura anche il lettore più apprensivo che durante il percorso nei meandri di città e villaggi del Sud-Est asiatico non accadrà nulla di così troppo pericoloso. La loro esperienza lunga decenni e le testimonianze dirette raccolte sul campo (anche grazie alla collaborazione di esperti e colleghi, la cui identità è talora celata per questioni di sicurezza) permettono di leggere e comprendere ciò che accade sia dentro sia fuori dalle scam city. Senza nulla da invidiare a un romanzo thriller che si rispetti, il libro ha per protagonisti non solo gli scammer, bensì anche criminali di altra tipologia come trafficanti di droga e pietre preziose, giocatori d’azzardo, funzionari di frontiera corrotti, militari dal passato discutibile e comuni assassini. Tutti questi personaggi non abitano un “sottosopra” speculare a ciò che accade normalmente nel quotidiano; essi sono parte integrante di un sistema economico illecito che frutta ogni anno miliardi di dollari, talora grazie alla complicità di componenti di governi e istituzioni. Soprattutto dopo la fine delle prime chiusure adottate in tutto il mondo per limitare la diffusione della pandemia da COVID-19, nel Sud-Est asiatico si è assistito alla propagazione della “scandemic”, un’epidemia meno grave, ma non per questo meno pericolosa, che a livello internazionale ha colpito per la maggior parte gli anziani e coloro che detenevano un congruo ammontare di criptovalute.
Buona parte delle truffe online che si registrano nel mondo hanno origine nelle scam city del Sud-Est asiatico, in cui i prigionieri – perlopiù giovani e giovanissimi – sono completamente immersi in attività furfantesche che succhiano molte energie davanti a uno schermo per ore e ore e contribuiscono ad alimentare il loro stato di isolamento con ciò che accade all’esterno, costringendoli così a un’esistenza di stenti e di alienazione. Le centinaia di migliaia di persone che lavorano in questi compound sono attratte dai fantomatici guadagni e da un sicuro posto di lavoro che i reclutatori promettono loro. Su molti di questi ragazzi non è nemmeno necessario ricorrere a tecniche sofisticate di persuasione, giacché la possibilità di trovare un impiego che permetta loro di raggiungere l’indipendenza economica e di spedire parte dello stipendio alle proprie famiglie è condizione sufficiente per entrare a far parte delle “nuove sette internettiane” (p. 84), definizione molto azzeccata alla quale i due autori ricorrono per descrivere le scam city. A queste società mistiche partecipano non solo persone del luogo bensì anche stranieri, anch’essi attirati dalle mendaci assicurazioni dei reclutatori. Ad esempio, diversi lavoratori cinesi sono stati adescati lì da propri connazionali, che ricorrendo a tecniche manipolatorie dipingono loro un impiego redditizio nei centri truffaldini e uno stipendio più competitivo rispetto a quello che otterrebbero in Cina. Le storie raccapriccianti che ruotano attorno a questi centri sono entrate a far parte delle conversazioni quotidiane nella Repubblica popolare, dai taxi ai social media. Addirittura, qualche sceneggiatore ha pensato di dedicarci un film, come nel caso di Gu Zhu Yi Zhi, uscito nelle sale del 2023 e tradotto all’estero con “No More Bets”.
Approfittando dei vantaggi fiscali e operando in assenza del minimo bagliore di legalità, alcuni compound delle truffe online sorgono nelle zone economiche speciali del Sud-Est asiatico, costruiti con il diretto coinvolgimento del governo cinese, che ufficialmente condanna qualsiasi attività illegale di scamming in queste aree. I due autori si addentrano, in punta di penna e con una buona dose di coraggio, in queste città che sorgono, periscono e riaffiorano nuovamente, come nel caso di Boten, nel Laos. Essi ci tornano due o più volte nel corso della loro inchiesta per verificare l’evoluzione dei centri delle truffe. Boten, con l’aiuto di Pechino, si è reincarnata per la quarta volta come “specific economic zone” (p. 98). Questi edifici sono composti da dormitori, mense, farmacie e, in qualche caso, bar karaoke, concepiti apposta come dei villaggi vacanze in cui gli adepti delle sette internettiane trascorrono le proprie giornate per mesi, se non addirittura anni. Nondimeno, più che i contorni di villaggi vacanze, questi compound assumono le sembianze di carceri di massima sicurezza. Non proprio il luogo di lavoro ideale.
Ispirati dalle credenze popolari della tradizione religiosa e culturale del Sud-Est asiatico, Giordana e Morello ravvivano la narrazione ricorrono a riferimenti quali spiriti, streghe e fantasmi per descrivere tutto ciò che di strano è accaduto nel corso dei loro lunghi viaggi. Questi rimandi permettono a lettrici e lettori di immergersi a pieni polmoni nella trama, contribuendo così ad aumentare la fascinazione per i territori che i due autori percorrono con qualsiasi mezzo di trasporto possibile. Inoltre, la scelta di tirare in ballo elementi della mitologia thailandese e cambogiana è azzeccata nella misura in cui essa riesce a prefigurare un contesto caratterizzato da zone grigie, ambienti imperscrutabili e personaggi insidiosi, degno di un racconto conradiano. I demoni che compaiono nel libro sono reali, misteriosi, insospettabili e, talora, violenti. Tra questi si citano anche dei giornalisti, i quali contattano uno dei due autori del libro con la richiesta di ottenere informazioni sulla propria inchiesta. Come un vero e proprio fantasma, si palesa senza fornire ulteriori dettagli e, alla fine, si eclissa improvvisamente. Succede anche questo nei cuori di tenebra del Sud-Est asiatico.
Spiriti maligni si aggirano anche nel mondo del gioco d’azzardo che, esattamente come nel caso della “scandemic”, ha conosciuto una decisa accelerazione durante i primi lockdown imposti durante la pandemia da COVID-19. Le sale da gioco illegali presenti nel Triangolo d’Oro erano (sono) frequentate soprattutto da cittadini cinesi: in Cina essendo il gioco d’azzardo fuori legge, essi dilapidano parte del proprio denaro nelle zone di confine in cui le “Triadi” cinesi hanno aperto casinò non autorizzati, oppure nelle case da gioco presenti in Cambogia, meta prediletta da molti turisti cinesi. Teoricamente, anche in Myanmar e in Cambogia il gioco d’azzardo è una pratica illegale; tuttavia, nelle ZES e nelle aree di confine le autorità chiudono entrambi gli occhi e non si azzardano a organizzare retate a sorpresa all’interno degli edifici. L’incremento del turismo di scommettitori e pokeristi ha rimpinguato le casse dell’economia locale illegale e, al contempo, ha comportato l’aumento degli affitti degli appartamenti nelle città, come nel caso di Sihanoukville, dove i prezzi del mercato immobiliare hanno raggiunto cifre esorbitanti. Che il gioco d’azzardo illegale fosse una pratica molto diffusa nel Sud-Est asiatico lo si sapeva, ma rispetto a quello che si verifica in Myanmar e in Cambogia, il jueteng – il gioco di numeri molto diffuso nelle Filippine, seppur sia ufficialmente al bando – è, a confronto, un banale passatempo di coloro che intendono tentare la fortuna.
Nella lora analisi articolata, Giordana e Morello affrontano anche aspetti più meramente politici e, in particolare, il ruolo della Cina nel Triangolo d’Oro. Con dovizia di esempi, il libro non solo mappa le principali opere infrastrutturali che Pechino ha, in buona parte finanziato, in Paesi come il Laos, il Myanmar e la Cambogia nel quadro della Belt and Road Initiative, unica tematica che pare regolarmente campeggiare nei siti e nelle pagine di quotidiani e di riviste italiane; bensì spiega anche il motivo per il quale quelle aree siano diventate nell’ultimo decennio particolarmente appetibili per la Cina. Basta guardare una cartina geografica e individuare il punto di partenza e quello di arrivo delle linee ferroviarie che, dalle province meridionali cinesi, si snodano fino al Mar Cinese Meridionale e al Mare delle Andamane. I due autori trascendono dalle consuete analisi che denunciano lo sfruttamento dietro la diplomazia infrastrutturale cinese per soffermarsi sulle ripercussioni sociali e ambientali della costruzione di ferrovie e porti nel Triangolo d’Oro.
Dove la narrazione raggiunge picchi di drammaticità – e di un maggiore coinvolgimento emotivo – è nelle sezioni relative al Myanmar, Paese che all’interno del libro rivestire un ruolo centrale. Tutto ciò che è minuziosamente descritto dai due autori si svolge su uno sfondo segnato dal golpe del 1° febbraio 2021, che ha improvvisamente interrotto la transizione democratica nell’Unione. La violenza perpetrata dall’ennesima giunta militare nei confronti degli oppositori è solo la punta dell’iceberg di una situazione, quella attuale, a cui si aggiungono la ripresa dei combattimenti tra il Tatmadaw e le organizzazioni etniche armate e il terremoto del marzo 2025, in cui quasi quattromila persone persero la vita. Il ritorno all’autoritarismo ha annullato i risultati dell’esperienza democratica della “Lega nazionale per la democrazia” e, al contrario, sembrava non aver intaccato le attività illegali di Shwe Kokko, una scam city situata alla frontiera con la Thailandia che è controllata da un leader militare dell’Esercito nazionale Karen alleato della giunta militare. Non poteva mancare l’approfondimento al crudele destino che è toccato alla popolazione dei Rohingya, perseguitata dal regime militare ed esposta alle critiche perfino durante il governo di Daw (“Signora”) Aung San Suu Kyi, tra il 2016 e il 2021. Il libro racconta una delle più atroci crisi umanitarie di questo secolo, che negli anni ha raggiunto l’interesse di qualche giornale italiano. Sebbene le opinioni sulla figura della “Signora” divergano, Giordana e Morello sono concordi sul fatto che la sua “aura di santità” sia del tutto svanita proprio a causa della questione dei Rohingya, potendo essere considerata come “responsabile, o quantomeno complice” (p. 134) della loro persecuzione.
Scrivere un libro a quattro mani e intrecciare una narrazione piacevole e lineare non è mai semplice, ma i due autori sono stati abili a destreggiarsi tra un paragrafo e l’altro proponendo uno stile narrativo pulito, avvincente e a tratti epistolare – molto originale la scelta di riprendere l’analisi di un argomento accennando l’uno al lavoro dell’altro –, che non appesantisce la lettura. Il fatto che gli autori abbiano, talvolta, visioni divergenti su alcuni temi (e perfino sui gusti culinari, come nel caso del Chilli crab di Singapore) conferma, da una parte, un’ammirevole conoscenza del Sud-Est asiatico da parte di entrambi; dall’altra, sorprende quanto variegati siano stati finora i rispettivi percorsi biografici e professionali. Saprebbero disquisire di fondamentalismo islamico in Indonesia con la stessa precisione di un analista, o di street food thailandese con la medesima genuinità di una guida della Lonely Planet. Perdipiù, verrebbe voglia di salire in sella a una moto, fare un viaggio in barche improvvisate e varcare i confini statali assieme a loro, affidandosi totalmente alla loro guida.
L’idea di scrivere Asia criminale nasce “anche da una frustrazione” ben condivisa dai due autori (p. 227), che lamentano nella stampa e nel settore editoriale italiano – salvo qualche eccezione – una incomprensibile marginalizzazione del Sud-Est asiatico rispetto alle altre aree del continente asiatico, in primis la Cina, Taiwan e il Giappone. Un dibattito meriterebbe di essere aperto per capire se l’interesse del pubblico italiano per il Sud-Est asiatico dipenda dalla quasi assenza di opere divulgative relative alla regione, oppure se i pochi volumi e romanzi sull’area disponibili sul mercato non incontrino i gusti di lettrici e lettori per un’area considerata secondaria rispetto all’Asia orientale. Fatto sta che questo libro riempie molti dei vuoti presenti nel mercato editoriale italiano sull’Asia ed è un’ottima bussola per coloro che non hanno mai sentito o letto di Sud-Est asiatico, e che intendono avvicinarsi per la prima volta a questa regione così ricca di cultura e di fascino. Lo scorcio tratteggiato da Giordana e Morello difficilmente deluderà il lettore; anzi, lo stile impiegato e le tematiche affrontate possono attirare l’attenzione anche di coloro che, introdotti all’Asia per curiosità, passione o per pura casualità, hanno una precisa predilezione per ciò che accade in o riguardo alla Cina.
Nonostante per questioni editoriali l’editore abbia optato per un titolo che richiama l’arcinoto romanzo di Giancarlo De Cataldo Romanzo criminale, questo libro non si limita a descrivere le azioni commesse da alcune bande di delinquenti nel tentativo di controllare il tessuto economico dei Paesi del Triangolo d’Oro. Anzi, il grande contributo offerto risiede nel fatto che gli autori sono stati in grado di ritagliare, in diverse fasi del racconto, il giusto spazio alla descrizione di una vasta gamma di sentimenti umani. Ci si imbatte, ad esempio, nella depravazione rappresentata dalle attività illecite che si consumano nei centri di scamming e del gioco d’azzardo, nella disperazione dei cittadini birmani duramente assediati da quasi cinque anni di guerra civile; infine, nel decadimento morale di autorità di governo ed esponenti della criminalità che perseguono – spesso in stretta cooperazione – i propri obiettivi personali, in ambienti in cui è difficile distinguere la rettitudine da ciò che è losco.
Una volta arrivati in fondo al libro, la prima reazione che si ha è quella di voler ottenere nuovi racconti ambientati in altri cuori di tenebra del Sud-Est asiatico. Come recita il titolo dell’ultimo capitolo, “non c’è mai una fine”: viene, dunque, da chiedersi quando i due esploratori si alzeranno dalle sedie poste nella terrazza di Bangkok, si ricaricheranno gli zaini in spalla e, con taccuino e biro sporgente dal taschino del gilet (come i giornalisti della vecchia scuola), riprenderanno un altro lungo viaggio verso nuove località della regione. Noi, senza alcun indugio, ci auguriamo che ciò possa accadere al più presto.
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