La diplomazia indo-pacifica: Lezioni per l’Europa dalla cinquantennale partnership tra l’ASEAN e l’Australia

Introduzione ai legami ASEAN-Australia

Oltre cinquant’anni fa, nel 1974, l’Australia divenne il primo partner di dialogo di quella che allora era una giovane e modesta Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (Association of South-East Asian Nations, ASEAN). Molti anni dopo, nel 2021, l’Australia è diventata il primo partner strategico globale del gruppo regionale[1]. Nel corso di questi decenni, l’impegno congiunto del Sud-Est asiatico e dell’Australia per espandere i legami politici, strategici, economici e culturali ha creato un modello di impegno diplomatico che offre insegnamenti ad altri Paesi e istituzioni che operano nella regione indo-pacifica. Come concetto strategico, l’Indo-Pacifico riunisce i principali centri di potere e commercio del XXI secolo, che si estendono dall’Asia meridionale, sud-orientale e orientale, nonché dall’Oceania. L’Australia, in questo senso, insieme a Indonesia, Singapore, Malaysia e Thailandia, si trova in una posizione centrale con facile accesso sia all’Oceano Indiano sia all’Oceano Pacifico. Sebbene le interpretazioni di questa regione possano variare e il concetto strategico stesso sia soggetto a politicizzazione, esso costituisce ora una parte centrale dell’architettura diplomatica del Sud-Est asiatico attraverso la dichiarazione formale dell’ASEAN Outlook on the Indo-Pacific[2]. Ciò che è meno sviluppato è una valutazione collettiva di come l’ASEAN e i suoi principali partner di dialogo abbiano evoluto il loro impegno diplomatico e di come queste esperienze possano contribuire a plasmare una comprensione più ampia della diplomazia indo-pacifica[3].

Il presente saggio esplora alcune delle lezioni tratte dalla storia dell’Australia nell’ASEAN rilevanti per i diplomatici, i responsabili politici e gli analisti europei, con riflessioni sulla creazione di una cultura forte e condivisa dell’impegno diplomatico ASEAN-Australia. Lo sviluppo di queste idee è, di per sé, parte di un più ampio dibattito tra studiosi e diplomatici dell’ASEAN, le loro controparti nell’Unione Europea (UE) e gli australiani che sono altrettanto interessati ad apprendere dal confronto tra le pratiche istituzionali e culturali della diplomazia in quello che è riconosciuto come un momento tumultuoso e pericoloso nella storia globale[4]. Le reazioni alla seconda presidenza di Donald J. Trump, con il trattamento irregolare riservato ad amici e alleati di lunga data, spesso indistinguibile da quello riservato dal governo statunitense agli antagonisti e persino ai nemici, diminuiscono l’affidamento su alcune delle pratiche fondamentali di costruzione della fiducia diplomatica[5]. La politica di potere praticata dalla Russia, sotto il presidente Vladimir Putin, e dalla Cina, guidata dal presidente Xi Jinping, fa sì che gli organismi regionali come l’ASEAN debbano gestire una serie di priorità complesse e, in parte, inconciliabili. Astanah Abdul Aziz, attualmente vicesegretario generale dell’ASEAN per gli Affari politici e di sicurezza, e Anthony Milner, un accademico australiano da tempo sostenitore di un maggiore impegno con l’ASEAN, hanno già introdotto il concetto di “regionalismo inclusivo” per cogliere queste dinamiche[6]. Nel Sud-Est asiatico, l’incessante dimostrazione di forza economica da parte della Cina è ora accompagnata, in modo preoccupante, da persistenti sforzi volti a minare la sovranità dei membri dell’ASEAN. La strategia cinese sembra, in parte, basarsi sul potenziale dirompente di danneggiare specifiche relazioni bilaterali, più spesso con le Filippine e il Viet Nam negli ultimi anni, dove giudica, spesso correttamente, che la “solidarietà” dell’ASEAN e la relativa espressione di “centralità dell’ASEAN” siano insufficienti a generare una risposta adeguatamente coordinata[7].

È in questo contesto che le riflessioni su come l’Australia abbia sviluppato la sua cultura condivisa di impegno diplomatico con il Sud-Est asiatico, a livello multilaterale e bilaterale, possono offrire lezioni utili ad altri Paesi e gruppi che prevedono l’espansione del loro lavoro diplomatico nell’Indo-Pacifico. L’esperienza australiana, fondata sulla propria storia e soggetta nel tempo a complesse forze culturali ed economiche, non è, in questo senso, un modello che abbia senso replicare. In effetti, alcune delle lezioni potrebbero indicare aspetti di vulnerabilità che potrebbero essere gestiti meglio nel contesto australiano e da altri nelle loro situazioni specifiche. Ciò che è probabilmente più importante nell’evoluzione della diplomazia ASEAN-Australia è la reciproca consapevolezza che accettare l’ambiguità e le complessità che ne derivano è di per sé una strategia primaria per l’attività diplomatica nell’Indo-Pacifico[8]. In questo contesto, gli australiani hanno cercato di imparare dai nuovi concetti e dalle nuove architetture di politica estera che emergono nella regione del Sud-Est asiatico, tra cui, ad esempio, l’ASEAN Regional Forum e l’East Asia Summit.

Momenti di sconvolgimento

Sebbene in questi cinquant’anni di storia si siano verificati momenti di sconvolgimento politico e geostrategico abbastanza regolari, molto simili a quelli che viviamo oggi, l’altra realtà è che l’ASEAN e l’Australia hanno anche lavorato con attenzione per garantire un impegno intergenerazionale a favore di un coinvolgimento coerente e sempre più ampio[9]. Questo impegno si è ampliato, non sempre in modo lineare, fino a coprire questioni geostrategiche delicate. Sebbene la mancanza di consenso dell’ASEAN su punti chiave di interesse, tra cui il Mar Cinese Meridionale, la potenziale guerra tra Cina e Taiwan e le crisi in corso in Myanmar, ne riduca il peso politico globale, queste incongruenze sono un’ulteriore realtà che non dovrebbe essere semplicemente ignorata perché i compromessi pratici non corrispondono a un ideale, spesso lontano. La gestione di queste distanze, tra ciò che è possibile, pratico o addirittura accettabile e ciò che può essere teorico o effettivamente auspicabile, è una componente essenziale dell’arte che rende interessante riflettere su come l’ASEAN e l’Australia lavorano insieme.

Pensando a un momento del genere e alla sua gestione diplomatica pratica, il 2024 è stato un anno di rafforzamento e, poi, di ulteriore evoluzione per la lunga storia di impegno dell’Australia nel Sud-Est asiatico. Nel 2024, l’Australia ha ospitato il vertice speciale ASEAN-Australia a Melbourne, ha istituito l’ASEAN-Australia Centre e ha anche ampliato le relazioni commerciali con una nuova strategia di impegno economico nel Sud-Est asiatico, guidata da Nicholas Moore, importante figura del mondo imprenditoriale australiano. Ulteriori cambiamenti politici nella regione, tra cui i nuovi leader in Thailandia, Singapore e Indonesia, fanno parte delle condizioni permanentemente dinamiche che vengono gestite a livello nazionale e bilaterale, e poi regionale e multilaterale, attraverso tutte le diverse connessioni personali, istituzionali e strutturali che esistono tra l’Australia e i suoi vicini del Sud-Est asiatico[10].

Il concetto di diplomazia indo-pacifica[11] descritto in questo documento cerca di sintetizzare i numerosi aspetti culturali, politici ed economici che hanno sostenuto i legami tra l’ASEAN e l’Australia per oltre mezzo secolo e attraverso molti contesti strategici diversi, compreso il turbolento periodo di questa decade caratterizzato da un’accesa competizione geopolitica. Le lezioni che l’Europa può trarne indicano la necessità di considerare il Sud-Est asiatico, e quindi l’ASEAN, nei suoi termini specifici, senza indebiti confronti con altri modelli di regionalismo e diplomazia, compreso quello europeo[12]. L’ambizione di raggiungere lo stile di integrazione economica adottato da decenni dall’UE è limitata e certamente non esiste un percorso pratico per realizzarla.

In termini politici e di sicurezza, anche la risposta dell’UE all’invasione russa dell’Ucraina ha solo una rilevanza limitata, per analogia, alle condizioni strategiche del Sud-Est asiatico. Se dovesse scoppiare una guerra per Taiwan, la situazione cambierebbe ovviamente in fretta. Nel frattempo, la gestione delle controversie latenti tra i membri dell’ASEAN rimane imperfetta, ma l’assenza di recenti conflitti interstatali su larga scala è sicuramente uno dei preziosi risultati della diplomazia dell’ASEAN[13]. La gestione dei conflitti interni, d’altra parte, è molto meno sviluppata ed efficace, con le guerre civili in Myanmar che rappresentano un problema a lungo termine per l’ASEAN, presentando rischi crescenti per la stabilità complessiva della regione[14]. Laddove il Sud-Est asiatico, l’Australia e l’Europa possono imparare gli uni dagli altri, sarà necessario un reciproco apprezzamento di questi contesti interconnessi e dei vincoli alle ambizioni diplomatiche che esistono ovunque.

Contesti diplomatici periferici

La doppia eredità geografica e storica dell’Australia definisce l’approccio a lungo termine del Paese alla diplomazia, soprattutto nel contesto di una regione indo-pacifica sempre soggetta all’attenzione delle grandi potenze[15]. Sebbene da un punto di vista europeo l’Australia possa essere considerata una periferia, e un luogo come la Tasmania possa essere definito addirittura la “periferia della periferia”, la posizione dell’Australia può essere compresa al meglio nei suoi termini peculiari. Originariamente avamposto coloniale dell’Impero britannico, con modesti legami commerciali e di altro tipo con i Paesi del Sud-Est asiatico, l’Australia è stata trasformata nel XX secolo dall’adozione di un modello affidabile di democrazia costituzionale sostenuto da un modello economico globalizzato e basato sul commercio.

Le vaste risorse naturali, in particolare il minerale di ferro, hanno creato quella che è ampiamente considerata una società di successo del XXI secolo, che guida regolarmente le classifiche sulla qualità della vita e sulla vivibilità. L’Australia ha anche abolito da tempo le restrizioni etniche all’immigrazione; la sua storia iniziale ha visto una preferenza per i coloni “europei bianchi” e per modelli di rigido protezionismo economico. L’Australia è oggi una delle società più multiculturali al mondo, con australiani provenienti da ogni angolo del globo che si uniscono per creare una cultura vivace e generalmente aperta verso l’esterno, relativamente informale, non gerarchica e incentrata sui risultati pratici. Negli ultimi decenni, i flussi migratori molto consistenti provenienti dall’Asia orientale, meridionale e sud-orientale hanno contribuito a far crescere la popolazione nazionale fino a 28 milioni di abitanti. Con la maggior parte della popolazione concentrata in un numero limitato di città costiere, Sydney e Melbourne contano entrambe circa cinque milioni di abitanti, e la cultura nazionale è sempre più orientata verso l’urbanizzazione. Le altre grandi città – Brisbane, Perth e Adelaide – contano insieme un numero simile di abitanti, il che significa che ben oltre la metà degli australiani vive in queste cinque grandi città. Al di fuori delle grandi città, i principali centri dell’Australia si concentrano nelle zone costiere più fertili e temperate. I tropici e gran parte dell’Australia centrale hanno climi più estremi, con lunghi periodi di siccità e temperature elevate prolungate.

È proprio questo insieme di condizioni geografiche, economiche e ambientali uniche che determina il ruolo strategico dell’Australia, situata nel fulcro meridionale dell’Indo-Pacifico, con vaste rivendicazioni marittime e un gran numero di isole al largo, in particolare la Tasmania, che si trova all’estremità sud-orientale del continente australiano. Dalla capitale della Tasmania, Hobart, l’Australia esercita la sua rivendicazione di lunga data sul 42% dell’Antartide. Per un Paese con una popolazione così modesta, meno di trenta milioni di persone in totale, adiacente – al di là dei mari – ad alcuni dei Paesi più popolosi della terra, l’Australia cerca di plasmare la propria regione in modo da sostenere gli interessi e i valori australiani. Sebbene la politica estera dell’Australia e il suo approccio alla diplomazia non siano strettamente bipartisan e vi siano sempre più differenze di ambizione o di enfasi evidenti nel dibattito politico interno, questo articolo è inquadrato dall’apprezzamento di un australiano per ciò che, nel tempo, è identificabile come australiano nella tradizione diplomatica.

Tale tradizione emerge, come molte altre cose nell’Australia istituzionale, dall’eredità coloniale britannica. È stato solo dopo la Seconda guerra mondiale che l’Australia ha iniziato a pensare in modo più creativo, e poi indipendente, al proprio posto nel mondo[16]. La formazione di un Dipartimento degli Affari Esteri sempre più autonomo ha fatto parte di questa evoluzione, così come l’ulteriore sviluppo di quello che oggi è il Dipartimento degli Affari Esteri e del Commercio (Department of Foreign Affairs and Trade, DFAT), con la sua rete globale di missioni diplomatiche ed economiche[17]. Mentre nel XX secolo gran parte del peso dell’ambizione diplomatica australiana era rivolto verso il Regno Unito e gli Stai Uniti (USA), e ancora verso l’Europa, negli ultimi decenni, nell’ambito di quella che potrebbe essere definita l’“ASEANizzazione” della diplomazia australiana, l’equilibrio è cambiato radicalmente[18]. Oggi, la maggior parte delle missioni diplomatiche significative dell’Australia si trova nell’Indo-Pacifico, con Tokyo, Pechino, Bangkok, Hanoi, Manila, Giacarta e Nuova Delhi tra le più grandi, attive e prestigiose della rete. I vicesegretari sono comunemente nominati ambasciatori nella maggior parte di queste città, rafforzando il giudizio secondo cui l’Australia vede sia rischi sia opportunità significativi in tutta questa regione.

I legami persistenti con altre nazioni di lingua inglese sono evidenti soprattutto nell’emergere del partenariato di sicurezza AUKUS, basato sul trasferimento e lo sviluppo della tecnologia dei sottomarini a propulsione nucleare, e forse anche nella serie di legami speciali che l’Australia ha con le ex colonie britanniche del Sud-Est asiatico[19]. I legami tra l’Australia e Singapore e il Brunei sono particolarmente cordiali. Le relazioni con la Malaysia, che a volte hanno sofferto di commenti aspri da entrambe le parti, sono migliorate in un momento in cui entrambi i Paesi stanno cercando di gestire le loro complesse ambizioni nell’Indo-Pacifico. La creazione di legami economici più profondi con questi tre paesi, che sono i più ricchi pro capite dell’ASEAN, è una parte fondamentale della strategia economica dell’Australia orientata al Sud-Est asiatico. In una delle altre dure realtà ereditate dal XX secolo, il Myanmar è rimasto molto marginale nei calcoli australiani. L’unico periodo di eccezione, dal 2011 al 2021 circa, quando il Myanmar aveva brevemente flirtato con un sistema politico più democratico e inclusivo, ha visto la creazione di legami molto più forti che mai. Purtroppo per l’Australia, questi investimenti nei legami interpersonali, culturali, educativi, scientifici e strategici sono molto difficili da mantenere sotto l’attuale regime militare[20].

L’impegno dell’ASEAN e dell’Australia nel corso del tempo

Per oltre cinquant’anni, i governi australiani che si sono succeduti hanno cercato di costruire un impegno diplomatico a lungo termine con i Paesi dell’ASEAN. Quello che inizialmente era un gruppo di cinque Paesi negli anni Sessanta e Settanta – con Indonesia, Singapore, Malaysia, Thailandia e Filippine – è cresciuto ben oltre le sue ambizioni originali di limitare l’espansione del comunismo nel Sud-Est asiatico[21]. Ora comprende il Brunei, che ha aderito nel 1984, e i Paesi del Sud-Est asiatico continentale Viet Nam, Laos, Cambogia e Myanmar. Come gruppo diplomatico, non condivide una lingua comune, anche se l’inglese è utilizzato a livello ufficiale nella maggior parte dei contesti, né esiste un unico modello economico, politico o strategico. I Paesi dell’ASEAN promuovono i propri interessi, spesso in competizione tra loro, e riescono anche a creare una base per una cooperazione continua in ambito culturale, economico e politico-sicurezza. Per i membri dell’ASEAN, questo modello comporta inevitabili frustrazioni, ma si è dimostrato resiliente e di notevole successo. Timor Est, che ha ottenuto l’indipendenza dall’Indonesia nel 2002, ha recentemente aderito all’ASEAN come undicesimo membro a pieno titolo[22]. L’Australia, da parte sua, è stata una forte sostenitrice di questa ulteriore espansione in un momento in cui lo status del Myanmar, rappresentato da una “sedia vuota” mentre la dittatura militare rimane al potere, crea attriti all’interno e all’esterno del gruppo ASEAN. Senza prospettive immediate di miglioramento delle condizioni in Myanmar, ci saranno ulteriori interrogativi su come l’ASEAN e i suoi principali partner di dialogo, tra cui l’Australia, gestiranno queste circostanze tese e tragiche.

Uno dei motivi per cui l’adesione all’ASEAN è interessante per Timor Est, e per cui tanti altri Paesi cercano di stringere legami più stretti con il Sud-Est asiatico, è che questa regione ha goduto di un boom economico pluridecennale, con miglioramenti significativi del tenore di vita a partire dagli anni Ottanta. La globalizzazione e l’aumento dei flussi commerciali hanno portato benefici a tutto il Sud-Est asiatico, anche se probabilmente la distribuzione della ricchezza è ora più diseguale che mai. Singapore e alcune delle altre principali città della regione, tra cui Kuala Lumpur, Bangkok, Ho Chi Minh City, Chiang Mai, Giacarta e persino Phnom Penh, si distinguono ora per il loro successo commerciale[23]. In termini relativi e assoluti, queste città e i loro vasti hinterland metropolitani attraggono talenti, capitali e altre risorse da vicino e da lontano. Altre sacche di grande ricchezza, tra cui località balneari come Penang, Phuket e Sihanoukville, si collegano ai flussi globali di risorse in modi diversi. Anche le economie sommerse della regione, particolarmente evidenti in varie zone di confine, hanno importanti sbocchi nei centri di svago di quasi tutti i Paesi. Si tratta di un quadro complesso che, in termini più metaforici, significa che il soleggiato Sud-Est asiatico proietta anche alcune ombre scure.

Guerre civili, traffico di droga e di esseri umani, mercati delle armi non regolamentati, centri di truffa, reti terroristiche: il Sud-Est asiatico è regolarmente al centro dell’attenzione per tutti questi danni sociali ed economici. Le risposte nazionali e multilaterali sono un argomento ricorrente di discussione e coordinamento attraverso i meccanismi dell’ASEAN. In questo secolo, l’emergere del terrorismo islamico, il persistere della produzione di eroina e metanfetamine nelle zone di confine del Sud-Est asiatico continentale, in particolare Myanmar e Laos, e la più recente proliferazione di centri di truffa in tutta la regione, hanno motivato importanti risposte politiche e operative. In molti casi, queste risposte sono definite dall’ASEAN e dai suoi partner di dialogo a livello sia bilaterale sia multilaterale, con opportunità di garantire risultati politici e credibilità a entrambi i livelli. Su questioni così delicate, i limiti del coordinamento sovranazionale sono spesso evidenti e vi è una grande riluttanza, tra i membri dell’ASEAN, a prestare troppa attenzione, rischiando interferenze, nei loro affari interni.

Per l’Australia, l’approccio alla diplomazia dell’ASEAN richiede un abile equilibrio tra l’ambizione creativa di ottenere risultati migliori e una maggiore cooperazione, gestendo al contempo con destrezza quelli che, nella pratica diplomatica quotidiana, sono solitamente istinti conservatori tra i membri dell’ASEAN. Lo sviluppo di un’infrastruttura diplomatica congiunta, con mandati comuni per un’ulteriore cooperazione, si è dimostrato in oltre cinquant’anni anni il modo principale per gestire tali questioni. La creazione nel 2024 dell’ASEAN-Australia Centre ne è l’esempio più calzante. Esso eredita, in tempi recenti, un mandato dall’Australia-ASEAN Council, che a sua volta ha riunito i precedenti impegni bilaterali tra Australia e Thailandia, Australia e Malaysia, e i legami più informali che esistevano a quel livello con Paesi come il Viet Nam e Singapore. La costellazione di diversi forum e approcci significa che può rivelarsi difficile, anche oggi, determinare tutti i diversi meccanismi e punti di contatto – ufficiali, semi-ufficiali, informali, ecc. – che insieme creano le condizioni per il lavoro diplomatico dell’Australia.

La designazione, quasi vent’anni fa, di un ambasciatore australiano accreditato presso l’ASEAN fa parte di questo processo. Inizialmente si trattava di una posizione di “non residente”, ma dal 2013 l’ambasciatore australiano presso l’ASEAN risiede a Giacarta, mantenendo stretti legami con la comunità dei diplomatici dell’ASEAN e con il Segretariato dell’ASEAN[24]. La Missione australiana presso l’ASEAN, che si trova nello stesso complesso protetto dell’Ambasciata australiana in Indonesia, è ora un’organizzazione grande e complessa, guidata da un alto diplomatico australiano con un nutrito staff australiano e locale. Attualmente esiste anche un importante programma di assistenza allo sviluppo australiano gestito dalla Missione presso l’ASEAN. Un piccolo numero di dipendenti australiani ha sede nel complesso del Segretariato dell’ASEAN, dove si trova un “ufficio australiano” designato. Questi legami cordiali e ormai duraturi garantiscono che la diplomazia australiana, all’interno dell’architettura dell’ASEAN, sia costantemente focalizzata sul mantenimento di adeguate ambizioni congiunte per il futuro.

Un’ulteriore serie di cambiamenti riguarda lo sviluppo delle comunità della diaspora australiana nel Sud-Est asiatico. I legami tra l’Australia e i Paesi del Sud-Est asiatico hanno una forte dimensione interpersonale. Oltre 1,1 milioni di australiani hanno origini familiari nel Sud-Est asiatico, con comunità della diaspora ormai molto numerose provenienti dal Viet Nam, dalle Filippine e dalla Malaysia. I membri di queste comunità sono anche sempre più presenti nella vita pubblica australiana. Bastano pochi esempi. C’è il teorico politico Tim Soutphommasane, la cui famiglia è originaria del Laos. È Chief Diversity Officer presso l’Università di Oxford, dopo aver ricoperto posizioni di rilievo presso l’Università di Sydney. Mimi Tang, la nuova presidente del comitato consultivo dell’ASEAN-Australia Centre, è un altro esempio. È una delle principali immunologhe pediatriche e fondatrice di un’azienda biotecnologica, con origini familiari a Singapore e in Malaysia. Altri esponenti con origini dal Sud-Est asiatico sono il ministro degli Esteri australiano Penny Wong (dalla Malaysia), Audra Morrice, chef e promotrice del turismo (singaporiana), Huong Le Thu, importante analista politica (vietnamita), Su-Lin Ong, analista di spicco dei mercati finanziari (con famiglia di origine malaysiana) e Lydia Santoso (di origini indonesiane), avvocato di grande esperienza con base a Sydney e presidente dell’Australia Indonesia Institute.

Complicazioni nelle relazioni tra ASEAN e Australia

In Australia si discute da tempo della relativa disattenzione nei confronti dei Paesi del Sud-Est asiatico e della necessità di sviluppare maggiori capacità. Esistono evidenti lacune e il rapido declino dell’apprendimento della lingua indonesiana (e di altre lingue del Sud-Est asiatico) in Australia è un problema serio. Non è chiaro se nell’era della traduzione automatica e degli strumenti di interpretazione basati sull’intelligenza artificiale ci sarà un’ulteriore domanda di queste competenze. L’Australia attualmente non dispone di una strategia nazionale per l’insegnamento delle lingue e si affida, invece, a un sistema relativamente unico che consiste nel coltivare e poi accreditare le competenze dei parlanti bilingui provenienti dalle comunità della diaspora. Al di fuori di comunità specifiche e di un piccolo numero di organizzazioni governative, tra cui il DFAT, viene attribuito solo un valore modesto alle competenze linguistiche e ai vantaggi che esse offrono in un’ampia gamma di contesti interculturali.

Eppure, per oltre mezzo secolo, diplomatici, accademici, imprenditori e sostenitori della società civile australiani hanno lavorato duramente per sviluppare relazioni durature con i Paesi del Sud-Est asiatico. I loro sforzi sono stati generalmente ricambiati con calore, creando legami profondi tra le istituzioni e tra le generazioni. Di volta in volta, i leader australiani, di quasi tutte le tendenze politiche, hanno scelto di raddoppiare gli sforzi per collaborare con i nostri vicini del nord[25]. Il risultato è un mosaico che costituisce una caratteristica distintiva della diplomazia australiana e uno degli aspetti più significativi della posizione dell’Australia nel mondo. Il fatto che, in fondo, queste relazioni siano caratterizzate da contraddizioni è forse uno dei motivi per cui la loro evoluzione si è rivelata vincente nel corso di periodi di tempo così lunghi.

In qualità di primo partner di dialogo dell’ASEAN, l’Australia ha lavorato duramente per sostenere il successo dell’organismo regionale e il suo impegno a favore di una regione più pacifica e prospera. Vale la pena ricordare i risultati ottenuti dal Sud-Est asiatico dalla sua istituzione nel 1967, che due analisti singaporiani di lunga esperienza definiscono semplicemente il “miracolo dell’ASEAN[26]”. All’epoca, il Sud-Est asiatico – e gran parte del resto del mondo – era diviso in modo netto dall’ideologia. L’ASEAN, nella sua versione iniziale, comprendeva solo Singapore, Thailandia, Malaysia, Indonesia e Filippine. Ciascuno di questi Paesi era alle prese, a modo suo, con insurrezioni comuniste. Era un periodo sanguinoso. La guerra del Viet Nam infuriava, così come le battaglie in Cambogia e Laos. La Birmania era una dittatura socialista isolata. Il Brunei, non ancora indipendente dalla Gran Bretagna, avrebbe aspettato fino al 1984 prima di aderire all’ASEAN.

A parte la Thailandia, che fa parte dell’ASEAN sin dall’inizio, i Paesi del Sud-Est asiatico continentale aderirono all’organismo regionale solo negli anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e durante un periodo di profondo riassetto dei modelli di potere, commercio e idee a livello globale. L’emergere di Internet, la rapida espansione delle reti regionali di trasporto marittimo e aereo, l’istruzione di massa, anche a livello universitario, e la rapida affermazione dell’inglese come lingua franca del Sud-Est asiatico e lingua principale della sua élite, sono alcune delle tendenze che hanno accelerato la creazione della diplomazia ASEAN di questo secolo.

L’ASEAN è ora famosa per il ritmo elevato e regolare delle sue riunioni, circa 1.400 all’anno. La presidenza nazionale a rotazione, quest’anno[27] della Malaysia, poi delle Filippine e infine di Singapore, significa che la burocrazia di ogni Paese, una volta ogni dieci anni, è messa alla prova dalle esigenze di ospitare infinite riunioni preparatorie e regolari, seguite dalla stagione dei vertici, con impegni a livello di alti funzionari, ministri e poi capi di governo. Quando un governo è in disgrazia, come il regime militare del Myanmar in questo decennio, si presta particolare attenzione a garantire che la credibilità dell’ASEAN sia mantenuta. Il Myanmar è stato escluso dalla presidenza e i suoi rappresentanti politici non sono i benvenuti alle riunioni dell’ASEAN; in un simbolico gesto drammatico, c’è solo una “sedia vuota” a “livello politico”. Gli alti funzionari partecipano ad alcune funzioni dell’ASEAN al loro posto.

Un’ulteriore complicazione è che, per il prossimo futuro, il Myanmar rimarrà una delle questioni più delicate per il gruppo, con la credibilità di tutti e il valore dell’ASEAN come mediatore regionale ora sempre più messi alla prova da difficili interrogativi su come si sia verificata una svolta così drammatica e negativa. Il colpo di Stato militare del febbraio 2021, la detenzione di Aung San Suu Kyi e di altre figure di spicco del governo legittimamente eletto, la reazione popolare contro questo intervento militare e poi la guerra civile su vasta scala hanno spinto l’ASEAN a dichiarare un “consenso” in cinque punti sul Myanmar.

Sebbene questo documento, così come altre risposte politiche, non abbia ancora creato un percorso per il cambiamento politico in Myanmar, ora c’è un notevole nervosismo, solitamente espresso in modo discreto, tra i diplomatici, i responsabili politici e le figure politiche dell’ASEAN, che ritengono che l’ASEAN debba affrontare nuove questioni esistenziali. La situazione è complicata dalla diversità delle prospettive esterne con la Cina e la Russia, entrambe partner di dialogo di lunga data dell’ASEAN, ma anche fornitori chiave di sostegno militare, tecnico, economico e diplomatico al regime birmano. In questi contesti controversi, l’ASEAN deve trovare molti equilibri.

La gestione pratica di situazioni così delicate è una sfida continua per l’ASEAN. Ad esempio, nella settimana in cui l’ASEAN ha ospitato nel 2025 il Joint Co-operation Committee for Australia, con una serie di eventi e funzioni formali, ha fatto lo stesso per la Russia. Entrambi i Paesi sono partner di dialogo dell’ASEAN ed esiste un ampio requisito che tali accordi siano simmetrici nella loro composizione. Naturalmente, su tutte le questioni internazionali chiave di rilevanza per l’ASEAN non esiste quasi nessuna posizione comune tra Canberra e Mosca. Entrambe sono tuttavia disposte a continuare a investire nelle loro relazioni con i dieci Paesi del Sud-Est asiatico e ad accettare le molteplici contraddizioni che ciò comporta. In questo contesto, i diversi livelli di storia, i legami personali, le mutevoli priorità economiche e politiche e l’onnipresente realpolitik diplomatica tengono occupati grandi team di diplomatici e consulenti. Per realizzare le priorità dell’ASEAN è necessario un mix di collaborazione e competizione.

Essere in grado di offrire risorse, come fa l’Australia, è un grande vantaggio. Tuttavia, il contributo economico relativo dell’Australia, in qualsiasi parte del Sud-Est asiatico, è eclissato dalla Cina e potenzialmente da altri Paesi con poche delle impressioni idealistiche che, almeno in teoria, modellano l’impegno australiano con i suoi vicini del Sud-Est asiatico. L’equilibrio tra le realtà di oggi e le aspirazioni di domani è ciò che alla fine determina il successo e alcune delle frustrazioni permanenti, ma tollerabili, dell’approccio australiano alla collaborazione con l’ASEAN nella sua dinamica evoluzione.

Qualche lezione per l’Europa

L’esperienza australiana di impegno a lungo termine con l’ASEAN offre alcune lezioni di diplomazia e, forse, alcuni suggerimenti utili per coloro che, come in Europa, stanno valutando i prossimi passi nelle loro strategie di impegno nell’Indo-Pacifico.

In primo luogo, c’è l’aspettativa che qualsiasi partner dell’ASEAN lavori con tutti, secondo le modalità dell’ASEAN. L’associazione stessa comprende varie componenti subregionali, divisioni ideologiche, disparità economiche e preferenze personali e talvolta istituzionali. La presentazione di una stretta di mano congiunta in occasione di vertici e riunioni può facilmente tralasciare le gerarchie, le discussioni, le priorità e, in sostanza, la politica che definiscono il lavoro del gruppo e la sua interazione con il resto del mondo[28]. Suggerire semplicemente, come fanno alcuni, che le preferenze dell’ASEAN per la non interferenza negli affari interni e per una comunicazione pubblica relativamente fluida siano l’intera storia significa trascurare, in modo piuttosto profondo, la gamma di controversie che modellano la strategia e la direzione dell’ASEAN. I partner dell’ASEAN possono gestire al meglio queste complessità cercando, come punto di partenza, di comprenderle e di apprezzare i cambiamenti che inevitabilmente si verificano nel tempo. Lavorare con tutti non significa che non vi siano condizioni specifiche di impegno e la gestione dello status di paria del Myanmar sotto l’attuale regime militare ne è un eccellente esempio. L’ASEAN identifica, inoltre, con cadenza triennale un coordinatore nazionale per ciascuno dei suoi partner di dialogo. Si tratta di un ulteriore meccanismo che, se ben gestito, consente di promuovere con attenzione gli interessi sia bilaterali sia multilaterali.

In secondo luogo, chiunque lavori a stretto contatto con l’ASEAN deve essere disposto ad accettare l’ambiguità e la complessità. In termini diplomatici pratici e quotidiani, ciò significa che ci sarà un sistema complesso per dirigere, a più livelli, gatekeeper e potenziali intermediari di accesso. Il tempo dedicato a considerare questi accordi è il vero arbitro della capacità di un Paese o di un’organizzazione di gestire efficacemente i propri rapporti con le nazioni del Sud-Est asiatico. Lavorare su base esclusivamente bilaterale è rischioso, poiché non tiene conto della necessità che tutti i Paesi dell’ASEAN, i loro leader, le loro burocrazie e, soprattutto, i loro ministeri degli Esteri collaborino con l’ASEAN e la sua pletora di meccanismi, attraverso di essa e, talvolta, aggirandola. Le ambiguità che ne possono derivare sono una parte significativa del processo diplomatico, e il requisito è che tutte le parti, interne ed esterne, mantengano una consapevolezza sufficiente di ciò che sta accadendo e del perché. L’unico modo per far emergere e mantenere questo livello di comprensione e, idealmente, di reciproco apprezzamento è attraverso la regolarità dell’interazione.

La terza lezione è quindi la più semplice: continuare a presentarsi. Il ciclo annuale di impegni diplomatici gestito secondo i termini dell’ASEAN richiede risorse, persone, idee e, di tanto in tanto, pazienza. È necessario partecipare a lunghe riunioni, cercare momenti di reale chiarezza e potenziali azioni, e anche rimanere prudentemente vigili sui diversi tipi di attività diplomatica che possono svolgersi contemporaneamente. Ci sono anche momenti in cui, forse, l’agenda formale sarà molto scarsa e sarà necessario attendere ulteriori opportunità. Si tratta di esperienze comuni, certamente tra i diplomatici dell’ASEAN, e l’apprezzamento del ritmo e del tempo dell’attività diplomatica non può essere ignorato.

In quarto luogo, coloro che desiderano impegnarsi con i Paesi dell’ASEAN devono adottare un approccio proattivo per imparare dai nuovi concetti che emergono nella regione. La diplomazia del Sud-Est asiatico non è una copia di quella che si trova altrove e le priorità mutevoli di ogni nazione richiedono spesso uno studio costante. Ciò significa che, almeno per l’Australia, l’impegno accademico e politico con i Paesi dell’ASEAN deve essere un’impresa intellettuale di grande rilievo. Se a questo compito siano assegnate risorse adeguate sotto tutti gli aspetti è una questione che è meglio affrontare altrove, ma è evidente che senza un’attenzione costante ci saranno lacune in ciò che è noto, da chi e con quale potenziale contributo all’impresa diplomatica nazionale. L’analisi approfondita dei concetti vernacolari, e ogni nazione del Sud-Est asiatico ha sviluppato concetti locali per spiegare le proprie circostanze strategiche, fa parte di questo processo. Anche le storie intrecciate che ora plasmano il futuro della regione ASEAN meritano uno studio serio, anche se persino le migliori università australiane hanno in gran parte declassato questa conoscenza degli “studi d’area”. Probabilmente solo attraverso futuri shock alla sicurezza nazionale o alla prosperità questo cambierà in misura significativa.

In quinto luogo, l’esperienza australiana dimostra che è importante continuare a sviluppare infrastrutture e cultura diplomatiche congiunte. Il partenariato di dialogo originale tra l’ASEAN e l’Australia, ora seguito da innumerevoli accordi, sia permanenti sia talvolta a breve termine, offre un’impalcatura complessa su cui è possibile posizionare correttamente diversi temi e questioni. L’evoluzione della cooperazione australiana ha fatto sì che, quasi senza eccezioni, ogni anno per oltre mezzo secolo ci siano stati cambiamenti, adeguamenti, perfezionamenti, spostamenti, alcuni di questi grandi, altri piccoli. Il costante flusso e riflusso della stretta cooperazione fa sì che alcuni mutamenti siano appena percettibili, almeno sul momento, ma con il passare degli anni diventa chiaro che cambiamenti importanti si sono già verificati. La trasformazione dell’impegno dell’Australia nei confronti del multilateralismo unico dell’architettura dell’ASEAN ne è un buon esempio. Per quasi quattro decenni non c’è stato un ambasciatore residente presso l’ASEAN, né una missione diplomatica a tutti gli effetti. Eppure, non molti anni dopo, ci sono funzionari australiani che lavorano quotidianamente all’interno del Segretariato dell’ASEAN e, nelle vicinanze, una presenza diplomatica completa con personale ben addestrato e competente che promuove il partenariato dell’Australia in modi che un tempo sarebbero stati considerati improbabili. La creazione di fiducia attraverso queste pratiche offre ottimismo sul fatto che, in un momento di tale sconvolgimento globale, i meccanismi collaudati della cooperazione internazionale abbiano ancora un valore.

In sesto luogo, è necessario garantire che i giovani, in questo caso provenienti da tutta l’ASEAN e dall’Australia, imparino a lavorare insieme. I programmi di borse di studio finanziati dal governo australiano, come gli Australia Awards (e il sottoinsieme specifico di studenti dell’ASEAN che studiano nelle università australiane) e il New Colombo Plan (che finanzia gli studenti universitari australiani per esperienze accademiche e professionali in tutta la regione indo-pacifica) sono esempi eccellenti. Tuttavia, ci sono ancora indicazioni che non tutto sta andando bene in termini di mantenimento dei legami più strategici[29]. Altri programmi, come l’Asian Exchange della Westpac Bank, contribuiscono anch’essi a offrire agli studenti australiani la possibilità di comprendere il Sud-Est asiatico nelle sue specificità. L’ASEAN Australia Strategic Youth Partnership è un’altra iniziativa, avviata da giovani professionisti australiani e del Sud-Est asiatico, che riunisce le persone a livello di diplomazia giovanile. I leader di questa iniziativa, come la cofondatrice Hayley Winchombe, hanno continuato a ricoprire ruoli chiave nell’impegno ASEAN-Australia. Winchombe è ora membro del comitato consultivo inaugurale del nuovo ASEAN-Australia Centre.

 

Considerazioni finali su queste lezioni

Per l’Australia, la pace e la prosperità dei suoi vicini più prossimi, in particolare l’Indonesia, rappresentano una preoccupazione strategica primaria e saranno sempre una priorità a livello governativo[30]. I legami commerciali sono ancora regolarmente messi in discussione, con molti commentatori che lamentano la mancanza di attività commerciali concertate tra l’Australia e le economie in crescita dei suoi vicini settentrionali. Le prospettive geografiche e culturali, i legami duraturi dell’Australia con i mercati nordamericani ed europei e l’incredibile crescita del commercio con il Giappone, la Corea del Sud e, soprattutto, la Cina nelle ultime generazioni, fanno sì che l’imperativo di rafforzare i legami commerciali con il Sud-Est asiatico sia stato incoerente. I legami interpersonali sono una questione diversa, con oltre un milione di australiani di origine sud-est asiatica che ora contribuisce a sostenere legami culturali molto più profondi. La popolarità delle destinazioni turistiche del Sud-Est asiatico, in particolare Bali e ora Phuket, è un ulteriore fattore. L’Australia accoglie anche un numero molto elevato di visitatori del Sud-Est asiatico, spesso per motivi di studio e familiari. Esistono molti legami, anche se in Australia si ritiene che non siano ancora sufficienti.

Queste ambizioni di ulteriori collegamenti indicano uno degli aspetti più importanti della diplomazia australiana nell’Indo-Pacifico, in generale e, in particolare, quando si tratta di lavorare con i membri dell’ASEAN. L’Australia afferma il suo impegno permanente a fare di più. Non si tratta di vuote parole retoriche. I dati dimostrano che per molti decenni l’Australia ha generato le risorse politiche ed economiche necessarie per mantenere il suo impegno con l’ASEAN. Brevi periodi di relativa inattività o di relazioni tese sono stati seguiti da un sostanziale sviluppo decennale delle relazioni diplomatiche in quasi tutte le direzioni. Le lezioni delineate in questo articolo indicano alcune delle conseguenze pratiche di questo approccio alla diplomazia. Anche se potrebbe non ricevere molta attenzione da parte dell’opinione pubblica, è, per sua natura, incessantemente cooperativo, calibrato per la comprensione reciproca e non ha un punto finale evidente. Come molti esponenti dell’ASEAN e dell’Australia amano spiegare, soprattutto nel ciclo costante di incontri informali a Giacarta e altrove, semplicemente non c’è modo di sfuggire alle realtà geografiche. “Voi siete lì, noi siamo qui”, tutti tendono a dire alla fine.

Nel proporre queste riflessioni sulle lezioni che l’Europa può trarre dall’impegno dell’Australia con l’ASEAN, occorre considerare anche il fatto che le relazioni dell’Australia con l’Europa, sia collettivamente sia individualmente, stanno cambiando rapidamente. L’invasione russa dell’Ucraina e la guerra che dura da anni, la violenza persistente in Medio Oriente e le ulteriori minacce all’ordine globale nell’Indo-Pacifico sono tutti elementi altamente rilevanti per qualsiasi conversazione sulla diplomazia comparata che cerchi di considerare come l’Australia, l’Europa e i Paesi dell’Indo-Pacifico possano collaborare in modo più efficace. Nel dare forma a questa discussione sulla storia dell’impegno diplomatico dell’Australia, il presente saggio ha offerto una serie iniziale di linee guida politiche e pratiche che possono essere ulteriormente sviluppate. La prospettiva che l’Australia e l’Europa trovino un terreno comune più ampio è un aspetto che dovrebbe essere esaminato con attenzione.

Forse esiste un modello futuro in cui idee condivise sul valore di un regionalismo pacifico e aperto – con l’ASEAN, l’Australia e l’Europa al centro dell’attenzione – possano contribuire ad evitare alcuni dei risultati più evidenti e distruttivi di approcci diplomatici meno ben concepiti. In un momento di potenziale disordine e frammentazione globale, i regimi dispotici trovano difficile apprezzare la sottigliezza e la finezza diplomatica dell’ASEAN. Tendono invece a cercare il dominio e il miglior accordo possibile. Quando si sentono offesi, le conseguenze sono imprevedibili. Sebbene Cina, Russia e USA rimangano inevitabilmente partner importanti per l’ASEAN, è possibile che l’esperienza australiana offra indicazioni migliori sulla direzione che tutti possiamo cercare di prendere.

                                   Traduzione dall’inglese generata con l’AI, verificata da Raimondo Neironi


 

[1] Per l’ASEAN, e molti altri, nella gerarchia delle relazioni diplomatiche, un “partenariato strategico globale” è attualmente il principale strumento di partenariato. La Cina e alcuni altri paesi sono fortemente concentrati nella loro pratica diplomatica sul promuovere un gran numero di questi accordi. L’ASEAN ha, in tal senso, assorbito un processo e un concetto esterni. La Cina è stata il secondo partner strategico globale dell’ASEAN.

[2] Ha, H.T. (2018), “ASEAN in Australia’s Indo-Pacific Outlook”, ISEAS Perspective, n° 24, 20 aprile; Sukma, R. (2019), “Indonesia, ASEAN and Shaping the Indo-Pacific Idea”, East Asia Forum, 19 novembre, disponibile online al sito https://eastasiaforum.org/2019/11/19/indonesia-asean-and-shaping-the-indo-pacific-idea/.

[3] Natalagawa, M. (2018), Does ASEAN Matter? A View from Within, Singapore: ISEAS Publishing; Severino, R. (2008), ASEAN, Singapore: Institute of Southeast Asian Studies.

[4] Le Thu, H. (2018), “Australia and ASEAN: Together for the Sake of a New Multipolar World Order”, Security Challenges, Vol. 14 (1), pp. 26–32; Mahbubani, K. (2022), “Australia’s Choice: Can It Be a Bridge to Asia?”, Australian Foreign Affairs, 15 luglio, pp. 70–89; Percival Wood, S. (2014) “Australia and ASEAN: A Marriage of Convenience?”, in Percival W.S., He, B. (a cura di) The Australia–ASEAN Dialogue: Tracing 40 Years of Partnership, New York: Palgrave Macmillan, pp. 13–32.

[5] Le prime indicazioni, a metà del 2025, sono che la presidenza Trump abbia intrapreso quelle che alla fine saranno considerate tattiche destabilizzanti insostenibili. La raffica di commenti sull’imposizione rapida e irregolare di dazi doganali, alcuni dei quali sono destinati a penalizzare pesantemente singoli membri dell’ASEAN, va oltre lo scopo di questo documento. Tuttavia, le tensioni e le questioni di questo momento specifico sono una parte essenziale della definizione dell’analisi storica.

[6] Abdul Aziz, A., Milner, A. (2024), “ASEAN’s Inclusive Regionalism: Ambitious at Three Levels”, Australian Journal of International Affairs, Vol. 78 (3), pp. 387-394.

[7] Per due prospettive chiave sul Sud-Est asiatico, cfr. Sukma, R. (2012), “Insight: Without Unity, No Centrality”, The Jakarta Post, 17 luglio, disponibile online al sito https://www.thejakartapost.com/news/2012/07/17/insight-without-unity-no-centrality.html; Tan, S. S. (2013), “ASEAN Centrality”, in CSCAP Regional Security Outlook 2013, Council for Security Cooperation in the Asia Pacific, pp. 26-29, disponibile online al sito https://cscap.org/uploads/docs/CRSO/CRSO2013.pdf?utm_source=chatgpt.com.

[8] Cook, M. (2021), “ASEAN for Australia: Matters more, matters less”, La Trobe Asia Brief, n. 5, disponibile online al sito https://www.latrobe.edu.au/news/announcements/2021/asean-for-australia-matters-more,-matters-less.

[9] Alexandra, L. (2021), “Building stronger relations between Australia and ASEAN”, La Trobe Asia Brief, n. 5, disponibile online al sito https://www.latrobe.edu.au/news/announcements/2021/building-stronger-relations-between-australia-and-asean; Farrelly, N. et al. (2024), Comprehensive Strategic Partners: ASEAN and Australia After the First 50 Years, report, Hobart: University of Tasmania, disponibile online al sito https://asean.mission.gov.au/files/AESN/asean-australia-report.pdf.

[10] Per alcune delle migliori descrizioni della diplomazia australiana in questo contesto, cfr. Gyngell, A. (2022), “Testing ground: A new statecraft for South-East Asia”, Australian Foreign Affairs, Vol. 15, pp. 6-27.

[11] Il corsivo è dell’autore [N.d.T.].

[12] Roberts, C.B. (2012), ASEAN Regionalism: Cooperation, Values and Institutionalization, Abingdon: Routledge.

[13] Come sottolineato da Mahbubani, K., Sng, J. (2021), The ASEAN Miracle: A Catalyst for Peace, Singapore: NUS Press/Ridge Books.

[14] Farrelly, N. (2025), “Myanmar’s desperate condition: fragmentation, drugs, money-laundering and more”, ASPI – Australian Strategic Policy Institute, 18 marzo, disponibile online al sito https://www.aspi.org.au/strategist-posts/myanmars-desperate-condition-fragmentation-drugs-money-laundering-and-more/.

[15] Behm, A. (2022), No Enemies, No Friends: Restoring Australia’s Global Relevance, Perth: Upswell Publishing.

[16] Sebbene con alcune limitazioni, come illustrato in due importanti contributi di Allan Gyngell, grande analista e diplomatico australiano, cfr. Gyngell, A. (2022), cit.; Gyngell, A. (2021), Fear of Abandonment: Australia in the World since 1942, Melbourne, La Trobe University Press.

[17] Okamoto, J. (2010), Australia’s Foreign Economic Policy and ASEAN, Singapore: Institute of Southeast Asian Studies.

[18] Per un contesto utile, cfr. Frost, F. (2016), Engaging the Neighbours: Australia and ASEAN since 1974, Canberra: ANU Press; Frost, F. (2013), ASEAN and Regional Co-operation: Recent Developments and Australia’s Interests, Parliamentary Library Research Paper Series, Canberra: Department of Parliamentary Services; Percival Wood, He, cit.; Richardson, M., Chin, K.W. (2004), Australia–New Zealand & Southeast Asia Relations: An Agenda for Closer Co-operation, Singapore: ISEAS Publishing; Lim, R. (1998), “The ASEAN Regional Forum: Building on Sand”, Contemporary Southeast Asia, Vol. 20 (2), pp. 115–136; Lim, R. (1984), “Australia and ASEAN – Again”, Review: Asian Studies Association of Australia, Vol. 8 (2), pp. 20–27; Lawe-Davies, J. (1981), The Politics of Protection: Australian–ASEAN Economic Relations 1975–1980, Nathan, Centre for the Study of Australian Asian Relations, Griffith University.

[19] Hoang, T.H. (2022), “Understanding the Institutional Challenge of Indo-Pacific Minilaterals to ASEAN”, Contemporary Southeast Asia, Vol. 44 (1), pp. 1-30.

[20] Tuttavia, la storia suggerisce che questi investimenti non saranno vani e che, alla fine, il Myanmar e l’Australia godranno di ulteriori periodi di maggiore connessione e collaborazione. Dopo periodi in cui i legami dell’Australia con Indonesia, Malaysia e Viet Nam erano, ad esempio, particolarmente tesi, il valore a lungo termine degli investimenti nelle relazioni e nelle partnership è diventato, col tempo, molto chiaro.

[21] Acharya, A. (2012), The Making of Southeast Asia: International Relations of a Region, Singapore: ISEAS Publishing.

[22] Per una discussione sulle complessità, si veda Lin, J. et al. (2024), Timor-Leste in ASEAN: Is it Ready to Join? Trends in Southeast Asia, Singapore: ISEAS – Yusof Ishak Institute.

[23] La disparità tra le ricche aree urbane e le povere zone rurali, in particolare in tutta la regione, è uno dei quadri socioeconomici più evidenti che si possano immaginare. Confrontare, ad esempio, le esperienze delle persone che vivono nel centro di Singapore e quelle dei piccoli villaggi dello stato rurale di Rakhine, nel Myanmar occidentale, significa esplorare quasi l’intero spettro delle esperienze umane nel mondo odierno.

[24] Si vedano i contributi degli ex ambasciatori australiani presso l’ASEAN: Dipartimento australiano degli Affari esteri e del Commercio (DFAT) (2017), “Australia today – What does ASEAN mean for Australia”, discorso di J. Duke al “Forum economico per la celebrazione dei cinquant’anni dell’ASEAN”, ospitato dal Council for International Trade and Commerce, Adelaide, 31 marzo, disponibile online al sito https://asean.mission.gov.au/aesn/HOMSpeech17_01.html; DFAT (2015), “Australia and ASEAN: Past, Present and Future”, discorso di Simon Merrifield tenuto al Foreign Service Institute, Manila, 27 marzo, disponibile online al sito https://philippines.embassy.gov.au/mnla/Speech150327.html.

[25] Nel maggio 2025, il neoeletto primo ministro australiano Anthony Albanese effettuò la sua prima visita internazionale in Indonesia, ospitato dal presidente Prabowo Subianto. Questa è ormai un’abitudine dei leader australiani di tutto lo spettro politico, anche se alcuni politici conservatori sembrano molto meno a loro agio con questa vaga tradizione, preferendo invece concentrare le energie diplomatiche e retoriche sul rafforzamento dei legami con gli USA e il Regno Unito.

[26] Mahbubani, K., Sng, J. (2021), The ASEAN Miracle: A Catalyst for Peace, Singapore: NUS Press/Ridge Books.

[27] Il 2025 [N.d.T.].

[28] Negli ultimi tempi, ogni importante evento dell’ASEAN è caratterizzato da un’occasione fotografica segnata dalla “stretta di mano dell’ASEAN”, con le braccia incrociate e intrecciate.

[29] Patton, S. (2022), “Crumbling cornerstone? Australia’s education ties with Southeast Asia”, Lowy Institute for International Policy, 4 novembre, disponibile online al sito https://www.lowyinstitute.org/publications/crumbling-cornerstone-australia-s-education-ties-southeast-asia.

[30] Per gli aspetti della risposta indonesiana, cfr. Ministero degli Affari Esteri, Governo della Repubblica di Indonesia (2023), Australia–ASEAN Anchoring Regional Stability, discorso di R. Marsudi, 13 luglio, disponibile online al sito https://kemlu.go.id/portal/en/read/4953/berita/indonesian-foreign-minister-australia-asean-anchoring-regional-stability; Sukma, R. (2023), “Bringing more ambition to the Australia–Indonesia relationship”, East Asia Forum, 2 luglio, https://eastasiaforum.org/2023/07/02/bringing-more-ambition-to-the-australia-indonesia-relationship/.

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